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Sono tra coloro, e siamo davvero
in tanti, almeno per ora, che salutano con entusiasmo la candidatura
di Walter Veltroni a capo del nuovo Partito democratico. Il suo discorso
di Torino rappresenta già un elemento fondamentale della storia
politica recente.
Un discorso a tutto campo che pure qualcuno ha definito generico e reticente
sul piano della declinazione dei valori in strategia e obiettivi politici,
ma abbiamo pazienza, e siamo consapevoli che non si può fare tutto
in una volta sola.
Del discorso di Veltroni si è detto e scritto tanto, tuttavia su
un passaggio voglio aggiungere qualche riflessione, sapendo già che
mi attirerà le ire e le antipatie di molti.
Mi riferisco al passaggio dedicato alla partecipazione delle donne: "E
un partito nuovo può dirsi davvero nuovo solo se sarà composto,
a tutti i livelli, almeno per metà, da donne. Negli organismi, nei
governi. ..."
Lo dico con il massimo del rispetto, ma davvero il compagno uolter è convinto
che il valore del nuovo partito sarà maggiore se ci saranno più donne
che uomini?
Da tempo mi colpisce quest'idea dei luoghi politici, partiti e istituzioni,
intesi come federazione di identità, uomini e donne, giovani e meno
giovani. A proposito, non è che le identità sono quelle che,
se di destra, definiamo egoismi?
Mi permetto sommessamente, fuori da ogni retorica, di dissentire dall'idea
che possa esistere un talento femminile in quanto tale più virtuoso
di quello maschile, o viceversa.
Sostengo piuttosto che la vera questione è quella dell'accessibilità alla
politica, di ogni sesso, pardon si dice 'genere', età e condizione
sociale. Ridurre la questione a quote di rappresentanza è una semplificazione
perfino banale.
Del resto, la storia recente ci ha consegnato due donne presidenti della
Camera, c'è qualcuno che si sente di confondere il rigore etico
e politico di Nilde Iotti con la prima castigatissima e poi disinvolta,
Irene Pivetti?
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