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Su un recente articolo pubblicato
su "La Sicilia" Roberto Cafiso ha analizzato gli effetti del
collasso verso cui si avvia il sistema politico, registrando la disaffezione
dei cittadini per la politica e per i politici.
Il dibattito che per ora sta animando giornali e reti televisive rischia
di diventare la solita enorme foglia di fico dietro cui nascondere le vergogne
di un apparato politico autarchico, autoreferenziale e autogeno che, passata
la tempesta, continuerà ad essere uguale a se stesso. Un sistema
che, tartufescamente, partecipa alla gogna mediatica in cui è attualmente
ristretto, anzi la promuove e si indigna di se stesso, per poi continuare
a bruciare, annualmente, tra i tre e i quattro miliardi di euro a beneficio
di poco più di 180.000 persone. Sono cifre elaborate da due “organici
del settore”, Cesare Salvi e Massimo Villone, ambedue senatori della
Repubblica (Il costo della democrazia – Mondatori editore): l’operazione
sembra simile a quella messa in atto dal ministro D’Alema che denuncia
il distacco della gente dalle istituzioni, da Calderoli che definisce una
porcata la sua legge elettorale, dall’ex presidente della Repubblica
Scalfaro che stigmatizza gli alti costi del Quirinale, da Bassolino che
si indigna per la spazzatura di Napoli, da Casini che inveisce contro il
disfacimento della famiglia…
La politica ha monopolizzato anche la critica verso se stessa.
Se Gian Antonio Stella, Milena Gabanelli, Sergio Rizzo, Ilvo Diamanti,
Riccardo Iacona o Giampaolo Pansa denunciano, con dati incontrovertibili,
che la politica è in mano a una casta di intoccabili, essi diventano
i “rappresentanti dell’antipolitica” che, per dirla con
Bersani, seminano vento con invettive e frastuono anziché contribuire
a colmare il solco tra politica e società; pertanto, qualunque critica,
archiviata al “fascicolo antipolitica”, viene assimilata a
qualunquismo, demagogia, istigazione alla sfiducia.
Quando Montezemolo, dimentico che l’evasione fiscale e i maggiori
scandali finanziari italiani sono prevalentemente di derivazione industriale,
tuona contro i politici incapaci di cambiare l’Italia e auspica un
governo di tecnici e imprenditori, ecco che l’indomani la politica
tutta, sia essa di destra, di sinistra, che di estrema sinistra, trova
un miracoloso, inedito accordo nel criticare la critica.
Peraltro, nel momento stesso in cui si decodifica la furbesca strategia
di un ceto che combatte per mantenere i propri impresentabili privilegi è necessario
anche immaginarne la cura: a tal fine, l’analisi fenomenologica elaborata
da Roberto Cafiso è di grande aiuto soprattutto quando descrive
le reazioni dei cittadini “prestati alla politica” (forse in
contrapposizione a quelli venduti?) ma poi avversi a ricandidarsi. Tale
indisponibilità viene presentata come una patologia e non si considera
che, invece, potrebbe essere una delle soluzioni per risolvere la crisi:
fatti eleggere, fai il sindaco, il parlamentare, il presidente della regione,
produci risultati per la durata del mandato e poi ti fai definitivamente
da parte perché ci sono altri 30 milioni di Italiani in grado di
continuare in ciò che hai fatto.
È
comprensibile che il mandato singolo scandalizzi una classe politica che
tenta con ogni mezzo di monopolizzare le istituzioni ma di certo affrancherebbe
il Paese dall’inciviltà di essere governati, a tutti i livelli,
da uomini che vivono di politica vita natural durante. Il politico non
deve avere esperienza ma capacità progettuale: l’esperienza
va poi ricercata tra i funzionari che devono realizzare i progetti. Il
politico di professione è invece costretto a produrre clientelismo.
Mandato singolo, dimezzamento dei costi, dimezzamento dei posti: ricetta
semplice, immediata e per niente filosofica. Anche dolorosa, ma il momento
del dolore, prima o poi, arriva per tutti.
Un’ultima considerazione: mentre quattro anime belle discettano attorno
all’etica della politica e ai sudori freddi di amministratori pubblici
senza stoffa che entrano in ansia perché costretti a compromessi
vari, loro, i professionisti, stanno mettendo a punto altri slogan, altre
citazioni (magari in latino) e altre approfondite analisi per dimostrare
che è cosa buona e giusta fare politica per tutta la vita. Sarebbe
cosa altrettanto buona e giusta che gli uomini delle istituzioni che percepiscono
la dignità del loro mandato popolare (e sono tanti) partecipino
alla rimozione delle indecenze che caratterizzano l’amministrazione
della politica in Italia. Prima di essere travolti anche loro.
l'intervento
dell'ex sindaco di floridia
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