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È interessante, in un momento
di generale disistima verso i politici (ultima in ordine di tempo la
critica di Montezemolo), chiedersi “come vivono i politici alla
luce della disaffezione che li circonda” ma anche ragionare sulle
difficoltà di quei “cittadini prestati alla politica” che
non riescono a starne al gioco. È un punto di vista normalmente
ignorato dai mass media e dall’opinione pubblica, preferendosi
i luoghi comuni dei politici “tutti uguali” e dediti con
successo al proprio tornaconto.
Costi esorbitanti e superflui, inefficienza, autoreferenzialità,
sono alcune delle critiche mosse ad un sistema percepito come un’immobile
superfetazione ed io sono fra coloro che avvertono nella crescente perdita
di credibilità della politica un rischio di crisi per il sistema
Italia come già accadde nel ’92. Per questo non me ne rallegro.
L’invocato rinnovamento della politica è una necessità per
il funzionamento del nostro Paese e dunque un obiettivo che ci riguarda
tutti ed è importante, cercare di capire perché si dimostra
tanto difficile, anche alla luce della esperienza di quei politici che
ci provano, magari senza riuscirci.
Si deve dire infatti che numerosi, più di quanto si pensi, sono
i cittadini come pure i cosiddetti militanti dei partiti che si accostano
alla politica con spirito di servizio e buone intenzioni, finendo anche
per ricoprire cariche istituzionali, amministrative (sindaci, assessori)
o politiche. In non pochi casi, è questo il punto, l’esperienza
che compiono li travolge, finisce per rigettarli come un innesto mal riuscito
in un organismo dalle sue ferree regole interne.
Cafiso, in un recente articolo su 'La Sicilia', sembra affermare che molti
non reggono psicologicamente la distanza fra un ideale virtuoso posto alla
base dei propri principi ed il compromesso della realtà cui sono
quotidianamente costretti. Messa così appare una questione personale,
quasi irrisolvibile se non nella capacità di resistenza di ciascun
individuo: insomma, “ci vuole un fisico bestiale” e dunque
non tutti possono farlo. E magari ci riesce chi non sempre esprime il meglio
della società.
Io penso invece che dobbiamo farne un problema collettivo fino a darci
regole diverse per rendere esercitabile la politica dalla maggior parte
dei cittadini che vogliono spendersi per l’interesse comune.
Cominciando dai tempi: non è forse vero che l’impressionante,
colpevole spreco di tempo che questa attività comporta nella celebrazione
dei suoi riti la rende di fatto inaccessibile, e forse anche insopportabile,
a gran parte delle donne? E che, in ogni caso ed anche per gli uomini,
impone sacrifici e prezzi intollerabili ai familiari ed alla propria dimensione
personale? Altra questione: la estenuante, quotidiana contrattazione con
interessi singoli e particolari a cui un sindaco deve sottoporsi, non sempre
sapendone reggere il peso e non di rado venendo posto sotto assedio dai
consiglieri comunali, anche della sua stessa maggioranza, che sempre meno
rispondono al partito cui appartengono ma coltivano obiettivi personali.
Anche qui, cambiare si può e si deve. Modificando la legge elettorale
per evitare, nel proliferare di liste, la frammentazione della rappresentanza
e per dare più autonomia a chi ha più responsabilità.
Ma anche chiedendo con forza che i partiti tornino ad esercitare quel ruolo
di mediazione degli interessi particolari in interessi generali, senza
il quale non hanno ragione d’esistere.
Ancora: l’attività politica non può essere condotta
in solitudine, soprattutto da chi si pone obiettivi di innovazione in una
società che il cambiamento lo pretende solo negli altri. Alle sue
spalle deve esserci un nucleo di persone che ne condividono e sostengono
lo sforzo, fosse anche un gruppo di amici legati da un sentire comune.
Chi è solo è destinato a perdere ed a perdersi. Può succedere
rimanendo intransigenti ma soli nelle proprie posizioni ma anche cedendo,
rinunciando poco per volta alle proprie convinzioni per accattivarsi un
più facile consenso e finendo per perdere sia la propria autostima
che quella di chi gli aveva dato fiducia.
Sono, quelle fatte, considerazioni non organiche né esaustive: quello
che mi preme sottolineare è che il rinnovamento della politica è questione
troppo importante per il futuro del nostro Paese perché non si debba
affrontare, tutti insieme e con metodo, il problema del rinnovamento della
sua classe dirigente, come fosse soltanto un problema di chi ci prova.
il
rinnovamento della politica è una necessità per il
funzionamento del nostro paese
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