accessibilità della politica

  di roberto de benedictis  

 

È interessante, in un momento di generale disistima verso i politici (ultima in ordine di tempo la critica di Montezemolo), chiedersi “come vivono i politici alla luce della disaffezione che li circonda” ma anche ragionare sulle difficoltà di quei “cittadini prestati alla politica” che non riescono a starne al gioco. È un punto di vista normalmente ignorato dai mass media e dall’opinione pubblica, preferendosi i luoghi comuni dei politici “tutti uguali” e dediti con successo al proprio tornaconto.
Costi esorbitanti e superflui, inefficienza, autoreferenzialità, sono alcune delle critiche mosse ad un sistema percepito come un’immobile superfetazione ed io sono fra coloro che avvertono nella crescente perdita di credibilità della politica un rischio di crisi per il sistema Italia come già accadde nel ’92. Per questo non me ne rallegro. L’invocato rinnovamento della politica è una necessità per il funzionamento del nostro Paese e dunque un obiettivo che ci riguarda tutti ed è importante, cercare di capire perché si dimostra tanto difficile, anche alla luce della esperienza di quei politici che ci provano, magari senza riuscirci.
Si deve dire infatti che numerosi, più di quanto si pensi, sono i cittadini come pure i cosiddetti militanti dei partiti che si accostano alla politica con spirito di servizio e buone intenzioni, finendo anche per ricoprire cariche istituzionali, amministrative (sindaci, assessori) o politiche. In non pochi casi, è questo il punto, l’esperienza che compiono li travolge, finisce per rigettarli come un innesto mal riuscito in un organismo dalle sue ferree regole interne.
Cafiso, in un recente articolo su 'La Sicilia', sembra affermare che molti non reggono psicologicamente la distanza fra un ideale virtuoso posto alla base dei propri principi ed il compromesso della realtà cui sono quotidianamente costretti. Messa così appare una questione personale, quasi irrisolvibile se non nella capacità di resistenza di ciascun individuo: insomma, “ci vuole un fisico bestiale” e dunque non tutti possono farlo. E magari ci riesce chi non sempre esprime il meglio della società.
Io penso invece che dobbiamo farne un problema collettivo fino a darci regole diverse per rendere esercitabile la politica dalla maggior parte dei cittadini che vogliono spendersi per l’interesse comune.
Cominciando dai tempi: non è forse vero che l’impressionante, colpevole spreco di tempo che questa attività comporta nella celebrazione dei suoi riti la rende di fatto inaccessibile, e forse anche insopportabile, a gran parte delle donne? E che, in ogni caso ed anche per gli uomini, impone sacrifici e prezzi intollerabili ai familiari ed alla propria dimensione personale? Altra questione: la estenuante, quotidiana contrattazione con interessi singoli e particolari a cui un sindaco deve sottoporsi, non sempre sapendone reggere il peso e non di rado venendo posto sotto assedio dai consiglieri comunali, anche della sua stessa maggioranza, che sempre meno rispondono al partito cui appartengono ma coltivano obiettivi personali. Anche qui, cambiare si può e si deve. Modificando la legge elettorale per evitare, nel proliferare di liste, la frammentazione della rappresentanza e per dare più autonomia a chi ha più responsabilità. Ma anche chiedendo con forza che i partiti tornino ad esercitare quel ruolo di mediazione degli interessi particolari in interessi generali, senza il quale non hanno ragione d’esistere.
Ancora: l’attività politica non può essere condotta in solitudine, soprattutto da chi si pone obiettivi di innovazione in una società che il cambiamento lo pretende solo negli altri. Alle sue spalle deve esserci un nucleo di persone che ne condividono e sostengono lo sforzo, fosse anche un gruppo di amici legati da un sentire comune. Chi è solo è destinato a perdere ed a perdersi. Può succedere rimanendo intransigenti ma soli nelle proprie posizioni ma anche cedendo, rinunciando poco per volta alle proprie convinzioni per accattivarsi un più facile consenso e finendo per perdere sia la propria autostima che quella di chi gli aveva dato fiducia.
Sono, quelle fatte, considerazioni non organiche né esaustive: quello che mi preme sottolineare è che il rinnovamento della politica è questione troppo importante per il futuro del nostro Paese perché non si debba affrontare, tutti insieme e con metodo, il problema del rinnovamento della sua classe dirigente, come fosse soltanto un problema di chi ci prova.

il rinnovamento della politica è una necessità per il funzionamento del nostro paese