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Da anni sono convinto della necessità di
un grande partito riformista in grado di interpretare i nuovi bisogni
della società italiana e di offrire risposte e strumenti moderni
e adeguati. Per questa semplice ragione la proposta del Partito Democratico
mi ha annoverato, sin da subito, fra i più convinti sostenitori.
Nel periodo che ha caratterizzato la transizione dal vecchio al nuovo secolo
il mondo è profondamente cambiato. Con esso le nostre comunità hanno
mutato volto. La caduta dell’impero sovietico e dei regimi comunisti
dell’est europeo ha allargato i confini dell’economia internazionale
consegnando fette di mercato ampie e ricettive alla cultura dell’insediamento
imprenditoriale. La globalizzazione ha abbattuto barriere economiche e
sociali rendendo possibili e agevoli collegamenti e relazioni prima assolutamente
inimmaginabili: così la Cina e l’india sono diventate protagoniste
indiscusse dei processi di sviluppo dell’economia mondiale.
L’agire politico non può più essere incapsulato nelle
categorie tipiche delle ideologie tradizionali del novecento. Cambia la
società e cambiano anche i partiti. Come cambiano gli strumenti
della partecipazione: sempre meno connotata dalla militanza e sempre più garantita
da forme snelle, rapide ed efficaci di consultazione. A questo si deve
lo straordinario successo delle primarie, siano esse organizzate per scegliere
il capo del governo o il sindaco di una città.
Non sempre il cambiamento è sinonimo di progresso. A volte intervengono
fattori che si caratterizzano come una forma di involuzione rispetto al
passato. E’ il caso di un sistema lavorativo che crea sempre maggiore
precarietà e incertezze. La sicurezza del posto di lavoro è,
purtroppo, un traguardo lontano. I giovani scontano molto le difficoltà del
nostro tempo. Spesso non trovano lavoro, nemmeno se dotati di professionalità apprezzate
e riconosciute. E altrettanto spesso trovano lavoro precario, con remunerazioni
inadeguate e instabilità. Non hanno nemmeno la certezza che il sistema
previdenziale garantirà loro un trattamento pensionistico consono.
Sono bisogni antichi che si presentano con vesti moderne e incrinano i
valori che ci hanno sempre accompagnato, minando le basi fondanti della
nostra società.
Per affrontare sfide così articolate e complesse occorrono strumenti
nuovi e robusti. Occorrono partiti rappresentativi, solidi, non connotati
ideologicamente anche se ispirati da tradizioni culturali radicate nel
tessuto connettivo delle nostre comunità. Occorrono partiti che
sappiano fare sintesi fra espressioni diverse che trovano fondamento in
analisi comuni dei mali e dei problemi del nostro tempo. Occorrono partiti
forti, in grado di rappresentare un punto di riferimento certo e credibile
per una fetta consistente di cittadini e capace di affermare con determinazione
una politica di modernità e lungimiranza.
Un partito piccolo fa senza dubbio una buona testimonianza dei propri valori
e delle proprie ricette, ma incide minimamente sui processi che investono
la società. Per questi motivi è utile ma inadeguato. Necessita,
invece, un partito che abbia la forza e l’autorevolezza di un partito
di massa con la consapevolezza di non potere più avere né la
matrice ideologica né l’apparato organizzativo propri dei
partiti di massa.
E’ proprio questo il senso della nostra sfida e della nostra scommessa.
Ed è proprio per queste ragioni che sono convinto che possano convivere
in un unico soggetto politico l’impegno cattolico e una visione laica
dei fenomeni sociali, la tradizione liberal democratica e la difesa dell’ambiente,
l’appartenenza socialista e l’integrazione nelle nuove logiche
di mercato. Possono convivere perché, pur essendo differenti i punti
di partenza, convergono gli approdi. Le risposte ai problemi del nostro
tempo potranno essere efficaci se saranno il frutto di una sintesi composita
arricchita dall’apporto prezioso che ogni cultura riformista potrà offrire.
Non mi nascondo le difficoltà organizzative. Il Partito Democratico
non nasce dal nulla. E’ un’evoluzione della politica italiana
e il prodotto dell’elaborazione culturale di gruppi dirigenti che
hanno identità e ruoli che non possono essere disconosciuti. Il
passaggio è entusiasmante e difficoltoso. E’ giusto che coloro
che, nei D.S. e ne “La Margherita”, hanno avuto il coraggio
e la lungimiranza di avviare questo percorso rivendichino il diritto di
costruire una casa che gli appartenga. E’ altrettanto giusto che
tutti coloro che non si riconoscono nell’esperienza dei due partiti
fondatori e sposano il progetto del Partito Democratico abbiano eguali
diritti e opportunità. Per questo nella fase costituente occorre
immaginare regole che sappiano contemperare queste due diverse esigenze
garantendo ampia partecipazione e coinvolgimento. Io concordo con coloro
che respingono ogni previsione di quote e riserve e propendo per un partito
nuovo che nasca dal basso e che trovi nell’entusiasmo dei suoi sostenitori
la forza e l’energia per affermare il progetto. Anche a Siracusa
dovremo sperimentare questi metodi innovativi: aprirci molto alla società esterna
ai partiti, coinvolgendo e chiamando alla partecipazione e al protagonismo
le numerose energie che sino ad oggi non si sono ritrovati nella politica
praticata dai gruppi dirigenti dei D.S. e de “La Margherita”.
Anche per questa valutazione ho considerato inutile oggi una discussione
sulla collocazione europea del nuovo partito. E’, questo, un tema
che deve affrontare il nuovo soggetto politico senza avere eredità e
retaggi trasmessi da coloro che si sono sciolti per farlo nascere. E quindi
senza ipoteche.
E’ indubbio che la tradizione del socialismo europeo deve entrare
nel nuovo Partito Democratico. E’ verò, però, che questa
tradizione da sola non è sufficiente per fare diventare i riformisti
maggioranza nei principali Paesi dell’Europa e dell’Occidente.
E’ un dato che riconoscono anche i più illuminati leaders
socialisti europei. E, cosa ancora più importante, la migliore tradizione
del socialismo europeo non è in grado, da sola, di offrire tutte
le ricette di cui la nostra società ha bisogno per affrontare le
sfide che la impegnano: dalla lotta alla povertà alla sicurezza
del lavoro, dalla tutela dell’ambiente al contrasto del terrorismo
internazionale. Il Partito Democratico, per segnare una svolta storica
della politica italiana, deve aprire la porta a nuove forme di integrazione
politica fra le più importanti famiglie riformiste dell’Occidente.
Le recenti elezioni amministrative hanno, infine, dimostrato ancora una
volta che il centrosinistra in Sicilia è strutturalmente minoritario
e deve modificare l’approccio politico e culturale con il quale inquadra
il tema delle alleanze per il governo. Occorre che il Partito Democratico
lanci una proposta di grande apertura a quelle forze del centro non organiche
al centrodestra e a quelle forze che, pur organiche al centrodestra, assumono
di volta in volta posizioni non distanti dal centrosinistra. Soltanto un
nuovo “Patto per la Sicilia” che allarghi i confini tradizionali
del centrosinistra potrà consegnarci una vera prospettiva di governo
nella nostra regione.
Guardiamo al futuro con ottimismo. Sappiamo di dovere affrontare una grande
impresa. Il Partito Democratico serve al Paese, serve al rafforzamento
del bipolarismo che è viatico al rafforzamento della nostra democrazia.
Affrontiamo questa sfida con umiltà e con linguaggi e comportamenti
moderni. Ce lo chiedono i cittadini ai quali dobbiamo restituire il gusto
della politica e il piacere di essere rappresentati.
il
punto di vista del segretario provinciale dei dl - margherita
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