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Ad alcuni mesi di distanza dalla
definitiva sistemazione e riapertura al traffico dell’area di piazzale
Marconi, credo valga la pena di tornare sull’argomento per provare
ad esprimere un giudizio sulla scelta – nel “metodo” seguito
dalla Giunta Bufardeci e nel “merito” della soluzione urbanistica
adottata.
Nel metodo, per dire subito che il sindaco Bufardeci ci ha riportato alla
lontanissima stagione medievale e feudale, nella quale i “Signori” o
i Principi di quel tempo governavano i territori, le aree sottoposte alla
loro sovranità esclusiva, relazionandosi ai “sudditi” e
al “popolino” con un’aria di sufficienza, oscillante
tra l’autoritarismo e la benevolenza paternalistica. Nessuno ha provato
a ricordare a Bufardeci che da quel periodo siamo usciti da molti secoli,
nel frattempo è arrivata la democrazia, che è insieme una
procedura di regole, ma anche un sistema di relazioni sociali, culturali
e politiche che va sempre sostanziato in misure e modalità che ne
facciano incrementare lo “spirito”.
Quando tre anni fa Bufardeci ha deciso, e con lui – penso – l’intera
Giunta comunale, quale progetto adottare, la scelta saggia sarebbe stata – trattandosi
di una piazza storica, e avendo maturato l’idea di una radicale trasformazione
dell’area – quella di sottoporre all’intera città l’idea,
l’ipotesi del “progetto” (con un “plastico” ed
una modalità visiva/espositiva degna dell’opera), affinché si
aprisse un ampio dibattito – magari per 1/2 mesi e con ampio clamore
mediatico – e così coinvolgere l’opinione pubblica,
le forze sociali, culturali, la stampa, l’Univ. di Architettura (già,
l’Università!). Ecco, caro Sindaco, cosa intendo quando parlo
dello “spirito” della democrazia.
Dar vita a questa ampia, diretta consultazione “preventiva” avrebbe
forse offerto elementi per una soluzione nel merito della stessa soluzione
urbanistica, rendendola più produttiva.
Invece, Bufardeci sceglieva la strada “esoterica” dell’assoluto
silenzio, faceva chiudere definitivamente tutta la zona, sottraendola alla
benché minima visibilità, giocando con i suoi “sudditi” sull’effetto “sorpresa” – come
a dire, «guardate, sudditi, come vi stupirò, tra tre anni!» –,
immaginando di governare ancora il suo piccolo “Principato”,
e stupire così il “popolino”, inaugurando tre anni dopo
la nuova creatura, nella speranza di ottenere la “gloria” del
giudizio storico.
Se questo è l’aspetto che riguarda il “metodo”,
credo si possano cogliere meglio i rilievi che riteniamo di poter fare
anche al “merito” dell’opera.
L’area interessata – tramontata da decenni la stagione che
la riconduceva alla sua funzione di mera “sede” di incontro
della domanda ed offerta del bracciantato e di piccolo “crocicchio” di
una Siracusa da anni ’60 – costituisce da molti anni uno degli “snodi” viari
più intricati e complessi della città. Di una città sempre
più soggetta ad un traffico lavorativo, turistico, commerciale (di
tempo libero, occasionale, ecc…) in continua espansione. Lì si
incontrano almeno 6/7 ingressi/uscite da e per il centro, Ortigia, altri
quartieri, e i Comuni della Provincia, la stazione, la via del mare, ecc...
In questi tre mesi di riapertura dell’area – ce ne accorgiamo
tutti i giorni, passando inevitabilmente da lì – il traffico,
il caos, la confusione veicolare presentano le stesse difficoltà che
c’erano prima, ed i problemi, anziché risolti, si sono ulteriormente
aggravati.
Non basta essere un architetto, o un ingegnere, o il Comandante dei Vigili
Urbani, ma un comune cittadino per accorgersi che la configurazione “nuova” dell’area
avrebbe dovuto essere inquadrata solo ed esclusivamente – ripeto:
solo ed esclusivamente! – dal punto di vista “funzionale”,
e non estetico.
Una attenta valutazione di “merito” avrebbe dovuto suggerire
una riorganizzazione urbanistica dell’intera area, tale da facilitare
una soluzione “funzionale”, mirata a “scomporre” la
vasta, grande piazza, riducendo al minimo la “piazzola” centrale,
per creare una diversa articolazione modulare, tra entrate/passaggi/deviazioni,
per facilitare il traffico, “snodare” con maggiore fluidità i
mezzi indirizzati verso i molteplici percorsi. Ipotizzare una soluzione
complessa, in cui mettere in campo la competenza di architetti e ingeneri.
Anziché complicare la zona, puntando solo sull’effetto estetico,
con una inutile, enorme, ingombrante, dispersiva piazza, con una fontana
in presunto stile Liberty (a proposito di sprechi d’acqua!), che
ha ulteriormente complicato il traffico, per di più con la velleità di
trasformare uno “snodo” di alto inquinamento veicolare in una
sorta di “piazza grande”.
Bufardeci, o per sua magnificenza, o per la lungimiranza dei suoi esperti
e consulenti (architetti?, c’è da restare allibiti!), per
mera sciatteria – tipico atteggiamento che da anni caratterizza la
classe politica siracusana e le modalità di amministrare –,
spendendo enormi risorse, ha prodotto una vera e propria pacchianeria,
scarsamente funzionale, che viene lasciata in eredità a cittadini
impotenti e senza colpa.
Quanto meno, del Medioevo noi oggi possiamo cogliere la valenza storico-culturale
dell’epoca, apprezzare i manufatti del tempo (opere, edifici, ecc..)
di cui riusciamo a comprenderne il senso di magnificenza, la loro giustificazione,
ritrovandoceli peraltro come Beni culturali.
Ma oggi? Cosa ci è accaduto in sorte, per meritare tutto questo?
Ho l’impressione che noi, oggi, le “macerie” e le “rovine” le
ereditiamo non dai secoli passati, ma rischiamo di trovarcele direttamente
sin dal loro primo momento di realizzazione – solo per inciso: i
capannoni inutilizzati dell’ex parcheggio del Teatro Greco sono forse
già un esempio di “archeologia turistico-commerciale”,
senza neppure essere mai stati usati?
«
Chi risponde a chi?»: questa, se ricordo bene, dovrebbe essere la
prima forma di “verifica” della democrazia. Se questo si è inibito,
il problema è davvero serio, per tutti.
il
caso di piazza marconi a siracusa
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