l’ultimo messaggio di don lorenzo milani

  di carmelo sgandurra  

 

La “Lettera ad una Professoressa” (LEF, Firenze 1967) scritta dai “Ragazzi di Barbiana” sotto la regia di un Don Milani oramai malato terminale (morirà un mese dopo la pubblicazione del libro a 44 anni) è uno dei libri del ‘900 più tradotti al mondo, più letti e più citati, spesso, purtroppo, a sproposito.
La nostra vuole essere una proposta di lettura cercando di ricollocare il testo nel periodo e nel contesto in cui è stato scritto, e lo faremo cercando di chiarire alcuni punti chiave della sua genesi.
I ragazzi di Barbiana erano un gruppo di montanari che vivevano a pochi chilometri da Firenze, in condizioni di povertà ed analfabetismo. Don Milani, esiliato dalla Diocesi nella piccola parrocchia, aveva cominciato a fare scuola a modo suo, 12 ore al giorno per 365 giorni l’anno “per recuperare il tempo perduto e ridare ai poveri l’uso della parola”: studio severo, i più grandi a far da maestri ai più piccini; lettura di gruppo dei quotidiani, della Costituzione, di Gandhi, del Critone. I suoi ragazzi andavano persino all’estero a fare campi di lavoro ed imparare le lingue straniere, ma al momento di acquisire “il pezzo di carta”, da esterni, a Firenze, puntualmente venivano bocciati perché ”non conoscevano le regolette”.
Nasce allora tra i ragazzi l’esigenza di scrivere una lettera aperta alla Professoressa che l’ultima volta li aveva respinti e, soprattutto, umiliati. “Doveva essere una lettera di 2 o 3 pagine” scrive Neera Fallaci (che ha curato la biografia più completa di Don Milani), ma nel giro di pochi giorni venne fuori un libro vero e proprio.
La Lettera nasce come risposta ad un avvenimento ben preciso. È un alunno che parla, con un linguaggio asciutto e diretto: “Cara signora, - inizia – lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che <<respingete>>. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate”. Snocciola dati, cita l’Istat, per dimostrare come la dispersione scolastica colpisce le famiglie meno abbienti. Come se un Dio capriccioso si fosse divertito a fare nascere le persone meno dotate solo tra i montanari ed i contadini. Confrontando continuamente il mondo di due bambini ipotetici, il Gianni montanaro e Pierino del dottore, emerge una scuola incapace di leggere i segni del tempo, ripiegata su se stessa a tutelare privilegi: “tutta la vostra cultura è costruita così, come se il mondo foste voi”.
Preso a modello di scrittura collettiva, in realtà, secondo Michele Gesualdi (allievo di Barbiana) “se a Pierino del dottore, protagonista del libro, si sostituisce Lorenzino del dottore, quel libro si trasforma in una splendida autobiografia”. Don Milani era nato ricco, in una famiglia di intellettuali, e sapeva bene che quelli della sua classe partono avvantaggiati. A chi si rivolge quindi? Che gli insegnanti non siano i destinatari veri della Lettera non è un paradosso perché nella dedica è specificato a chiare lettere: “questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. È un invito a organizzarsi”. Lo stesso Priore durante la stesura aveva affermato, “sarà un canto di fede nella scuola e il manifesto del sindacato genitori”. Purtroppo negli anni a seguire molti hanno brandito la Lettera come una spada per fare a pezzi la scuola pubblica, e, Don Milani, che non poteva più controbattere, è stato strumentalizzato ingiustamente.
Padre Ernesto Balducci ha colto bene questa contraddizione: “Sull’onda della contestazione del ’68 non poche suggestioni della Lettera sono penetrate all’interno del mondo della scuola italiana già entrato, allora, nel processo di disgregazione che non accenna a finire. Ma il radicalismo dei contestatori che si è valso di alcune suggestioni milaniane ha favorito una deformazione mitica della scuola di Barbiana, sviluppandone soprattutto le valenze antiistituzionali…. La scuola istituzionale è una realtà irrinunciabile. … Chi in nome di don Milani alimenta lo spirito antiistituzionale in realtà fa il gioco della reazione. … La via storica per saldare il divario non è la moltiplicazione all’infinito della scuola di Barbiana, che il suo stesso maestro riteneva impossibile, ma la restituzione effettiva della Scuola al suo soggetto primo, che è il popolo … Ecco perché la scuola di Barbiana, se vezzeggiata come un modello ideale, può favorire inerzie utopistiche o fughe nel privato. Essa non è un modello, è un messaggio, e il messaggio non si imita mai, è sempre un appello a nuove creazioni.”
Sulla scia di Barbiana molte esperienze dal basso sono nate in Italia ed all’estero. In molti, laici e preti, hanno cercato e cercano di rimediare ancora oggi, con attività di volontariato, ai divari che restano nella scuola pubblica, appesantita più che mai da nuovi e grandi problemi. È stata sviluppata persino una pedagogia di Don Milani, che pedagogista non voleva essere. Balducci preferisce paragonarlo ai teologi della liberazione piuttosto che ai pedagogisti: “L’educazione è risvegliare nelle coscienze la verità che è dentro le coscienze, in modo che esse diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare da sé, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una conquista. Ecco perché Milani non è una figura del passato ma una figura che abita ancora il nostro futuro.”

40 anni dopo la lettera ad una professoressa