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Era triste, Berlusconi, il giorno
della manifestazione popolare a Vicenza contro l’allargamento della
base americana. Era triste perché era un gesto contro i nostri
liberatori e, durante una telefonata, indirizzava ai giovani di Forza
Italia riuniti in convegno a Napoli – lo riferiva La Stampa, domenica
18 febbraio scorso, p. 3 -, l’invito a “mai dimenticare che
tanti giovani come voi sono venuti a morire in Italia per la nostra libertà”.
Assecondava la retorica dell’esportabilità della libertà,
l’anticomunista Berlusconi, mentre da pochi giorni sui banconi
delle librerie si faceva notare “la più meditata critica
che si conosca all’intermittente, ancorché sempre sacro,
furore degli ‘esportatori della libertà”, ovvero l’ultima
fatica editoriale del comunista Luciano Canfora, “Esportare la
libertà – Il mito che ha fallito” (Mondadori, p. 104.
euro 12), affidata (felice sconfinamento “in partibus infidelium”!)
proprio ai tipi della casa editrice di Segrate, il cui proprietario – come è noto – è il
Cavaliere.
Farà discutere questo libro, come tutti i libri di Canfora, intellettuale
eterodosso, capace di svelare le menzogne della politica con una lucidità di
analisi e una dovizia di argomentazioni difficilmente reperibili in giro.
Con una chiara allusione al “dio che è fallito”, titolo
di un libro famoso, sbandierato da tutti gli anticomunisti come la denuncia
più netta delle menzogne e delle atrocità del comunismo,
Canfora oppone adesso, ad un fallimento recente, un altro, molto più clamoroso
e di più lunga durata, che attraversa la storia, dall’antichità ai
giorni nostri, investendo tutti i regimi, di destra e di sinistra, uniti
da un comune “furore”, quello di esportare la libertà negli
altri Paesi.
Parte da lontano, Canfora, dalla “instauratio magna” dell’interpretazione
della storia, dal suo amato e severamente studiato Tucidide (e dal suo
continuatore Senofonte) e dalla lettura che diede del conflitto epocale
(guerra del Peloponneso, 431-404 a. C.) che vide i greci divisi su due
fronti contrapposti, l’ateniese e lo spartano. Entrambi brandiscono
la parola “libertà”, che assume connotati diversi, sempre
però propagandistici e strumentali, a seconda di chi la usa, ma
che, come scrive Canfora, infine serve a coprire una politica comunque
imperialistica, di potenza.
Sarà il più intelligente dei rivoluzionari francesi, Robespierre,
a formulare un pensiero davvero istruttivo “contro la guerra, cioè soprattutto
contro la pretesa, o illusione, girondina che “la libertà” potesse
essere “esportata””. Lo fece in un discorso pronunciato
il 2 gennaio 1792 nel club dei giacobini: “L’idea più stravagante
che possa nascere nella testa di un uomo politico è quella di credere
che sia sufficiente per un popolo entrare a mano armata nel territorio
di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione.
Nessuno ama i missionari armati; il primo consiglio che danno la natura
e la prudenza è quello di respingerli come nemici”. L’esortazione
di Robespierre non fu intesa, “la storia andò in tutt’altra
direzione. I girondini portarono la Francia alla guerra”, aggiunge
Canfora, che, citando un documento riguardante il trattamento degli alleati,
pubblicato “per la prima volta nei Mémoires di Louis-Marie
La Révellière-Lepeaux (1743-1824), convenzionale girondino,
poi membro del Direttorio”, ne sottolinea l’importanza perché “ci
mette sotto gli occhi la questione che sta al centro dell’intero
dramma, destinato a repliche nella storia. Che, cioè, già nella
mente dei suoi leader, la tutela dell’interesse egoistico del paese
che aveva dato avvio, con sacrifici inumani, ad una epocale mutazione, è inestricabile
dalla certezza che esso coincida con l’interesse di tutti: anche
di coloro che, per dirla col linguaggio del tempo, non avevano voluto “essere
liberati””.
Il manifestarsi nella storia di tutti i tempi di comportamenti imperialistici
ci riporta alla riflessione tucididea della caratteristica costante della
natura umana (tò anthòpinon) o alla brutale formulazione
del sofista Trasimaco, secondo cui la giustizia coincide con la legge del
più forte, applicabili a qualsiasi forma di regime, nonostante il
variare dei tempi e delle culture politiche. Per questa ragione, si ritroverà nella
storia sovietica e nella “normalizzazione” che i carri armati
sovietici di volta in volta attuavano, ora in Ungheria (1956), ora in Cecoslovacchia
(1968), ora in Afghanistan (1979), ma anche, e a più riprese, nella
storia statunitense, dal Vietnam all’ultima avventura in Iraq.
Ma un punto è, a mio parere, cruciale e in grado di demolire le
difese della politica nordamericana “perinde ac cadaver”, come
fa Berlusconi. Siamo nel capitolo III, “Da Stalingrado a Budapest”.
Con la consueta, prodigiosa capacità di far sì che la storia
antica e la moderna si illuminino reciprocamente, in sintonia con quella
categoria storiografica che è l’analogia, su cui il Maestro
barese scrisse parole chiarificatrici già nel 1983 in un pregevole
ma ormai introvabile libretto, “Analogia e storia”, Canfora
si sofferma su un passo di Erodoto. Nel settimo libro delle sue Storie,
il “padre della storia” vuole “ricordare ai greci, -
scrive Canfora – ormai largamente insofferenti del predominio ateniese,
che quel predominio doveva considerarsi accettabile perché verso
Atene i greci tutti erano debitori della loro libertà”. “Ma
quanto a lungo – si/ci chiede Canfora – “può avere
efficacia questo ragionamento? Quanta forza conserva anche se la forza “liberatrice” si
fa egemone e poi oppressiva, come appunto fu il caso di Atene?”.
Vale la pena ricordare all’amico di George W. Bush che gli americani
di oggi non sono gli stessi di 62 anni fa e che il credito, aperto a quel
tempo, non era né poteva essere illimitato. Tanto più che
lo spauracchio del Patto di Varsavia si è dissolto insieme con lo
sgretolamento dell’impero sovietico e che, di conseguenza, non si
sa bene per quali ingiustificate strategie militari si debba ancora concedere
il nostro territorio.
un
libro che farà discutere per la capacità di svelare
le menzogne della politica |
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