si può esportare la libertà?

  di paolo fai  

 

Era triste, Berlusconi, il giorno della manifestazione popolare a Vicenza contro l’allargamento della base americana. Era triste perché era un gesto contro i nostri liberatori e, durante una telefonata, indirizzava ai giovani di Forza Italia riuniti in convegno a Napoli – lo riferiva La Stampa, domenica 18 febbraio scorso, p. 3 -, l’invito a “mai dimenticare che tanti giovani come voi sono venuti a morire in Italia per la nostra libertà”. Assecondava la retorica dell’esportabilità della libertà, l’anticomunista Berlusconi, mentre da pochi giorni sui banconi delle librerie si faceva notare “la più meditata critica che si conosca all’intermittente, ancorché sempre sacro, furore degli ‘esportatori della libertà”, ovvero l’ultima fatica editoriale del comunista Luciano Canfora, “Esportare la libertà – Il mito che ha fallito” (Mondadori, p. 104. euro 12), affidata (felice sconfinamento “in partibus infidelium”!) proprio ai tipi della casa editrice di Segrate, il cui proprietario – come è noto – è il Cavaliere.
Farà discutere questo libro, come tutti i libri di Canfora, intellettuale eterodosso, capace di svelare le menzogne della politica con una lucidità di analisi e una dovizia di argomentazioni difficilmente reperibili in giro.
Con una chiara allusione al “dio che è fallito”, titolo di un libro famoso, sbandierato da tutti gli anticomunisti come la denuncia più netta delle menzogne e delle atrocità del comunismo, Canfora oppone adesso, ad un fallimento recente, un altro, molto più clamoroso e di più lunga durata, che attraversa la storia, dall’antichità ai giorni nostri, investendo tutti i regimi, di destra e di sinistra, uniti da un comune “furore”, quello di esportare la libertà negli altri Paesi.
Parte da lontano, Canfora, dalla “instauratio magna” dell’interpretazione della storia, dal suo amato e severamente studiato Tucidide (e dal suo continuatore Senofonte) e dalla lettura che diede del conflitto epocale (guerra del Peloponneso, 431-404 a. C.) che vide i greci divisi su due fronti contrapposti, l’ateniese e lo spartano. Entrambi brandiscono la parola “libertà”, che assume connotati diversi, sempre però propagandistici e strumentali, a seconda di chi la usa, ma che, come scrive Canfora, infine serve a coprire una politica comunque imperialistica, di potenza.
Sarà il più intelligente dei rivoluzionari francesi, Robespierre, a formulare un pensiero davvero istruttivo “contro la guerra, cioè soprattutto contro la pretesa, o illusione, girondina che “la libertà” potesse essere “esportata””. Lo fece in un discorso pronunciato il 2 gennaio 1792 nel club dei giacobini: “L’idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo politico è quella di credere che sia sufficiente per un popolo entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione. Nessuno ama i missionari armati; il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è quello di respingerli come nemici”. L’esortazione di Robespierre non fu intesa, “la storia andò in tutt’altra direzione. I girondini portarono la Francia alla guerra”, aggiunge Canfora, che, citando un documento riguardante il trattamento degli alleati, pubblicato “per la prima volta nei Mémoires di Louis-Marie La Révellière-Lepeaux (1743-1824), convenzionale girondino, poi membro del Direttorio”, ne sottolinea l’importanza perché “ci mette sotto gli occhi la questione che sta al centro dell’intero dramma, destinato a repliche nella storia. Che, cioè, già nella mente dei suoi leader, la tutela dell’interesse egoistico del paese che aveva dato avvio, con sacrifici inumani, ad una epocale mutazione, è inestricabile dalla certezza che esso coincida con l’interesse di tutti: anche di coloro che, per dirla col linguaggio del tempo, non avevano voluto “essere liberati””.
Il manifestarsi nella storia di tutti i tempi di comportamenti imperialistici ci riporta alla riflessione tucididea della caratteristica costante della natura umana (tò anthòpinon) o alla brutale formulazione del sofista Trasimaco, secondo cui la giustizia coincide con la legge del più forte, applicabili a qualsiasi forma di regime, nonostante il variare dei tempi e delle culture politiche. Per questa ragione, si ritroverà nella storia sovietica e nella “normalizzazione” che i carri armati sovietici di volta in volta attuavano, ora in Ungheria (1956), ora in Cecoslovacchia (1968), ora in Afghanistan (1979), ma anche, e a più riprese, nella storia statunitense, dal Vietnam all’ultima avventura in Iraq.
Ma un punto è, a mio parere, cruciale e in grado di demolire le difese della politica nordamericana “perinde ac cadaver”, come fa Berlusconi. Siamo nel capitolo III, “Da Stalingrado a Budapest”. Con la consueta, prodigiosa capacità di far sì che la storia antica e la moderna si illuminino reciprocamente, in sintonia con quella categoria storiografica che è l’analogia, su cui il Maestro barese scrisse parole chiarificatrici già nel 1983 in un pregevole ma ormai introvabile libretto, “Analogia e storia”, Canfora si sofferma su un passo di Erodoto. Nel settimo libro delle sue Storie, il “padre della storia” vuole “ricordare ai greci, - scrive Canfora – ormai largamente insofferenti del predominio ateniese, che quel predominio doveva considerarsi accettabile perché verso Atene i greci tutti erano debitori della loro libertà”. “Ma quanto a lungo – si/ci chiede Canfora – “può avere efficacia questo ragionamento? Quanta forza conserva anche se la forza “liberatrice” si fa egemone e poi oppressiva, come appunto fu il caso di Atene?”.
Vale la pena ricordare all’amico di George W. Bush che gli americani di oggi non sono gli stessi di 62 anni fa e che il credito, aperto a quel tempo, non era né poteva essere illimitato. Tanto più che lo spauracchio del Patto di Varsavia si è dissolto insieme con lo sgretolamento dell’impero sovietico e che, di conseguenza, non si sa bene per quali ingiustificate strategie militari si debba ancora concedere il nostro territorio.

un libro che farà discutere per la capacità di svelare le menzogne della politica