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Coscienza globale come principio
etico ed economico. Questo, in sintesi, il messaggio che Mario Capanna
lancia dalla sua ultima opera, intitolata, non a caso, “Coscienza
Globale” ed edita dalla Baldini Castoldi Dalai .
E questo è il messaggio che lo scrittore ha ribadito nel corso dell’incontro-dibattito
sul tema tenutosi lo scorso 27 gennaio dalle ore 18.00 presso l’aula
magna dell’ I.T.I. “Enrico Fermi” di Siracusa su iniziativa
dell’associazione Agire Solidale e complementare al precedente, dedicato
invece a sviluppo (e coscienza) locale. Capanna, confrontandosi con i rappresentanti
degli studenti e con il pubblico intervenuto per l’occasione, ha
sostenuto la causa, sicuramente idealista ma non ancora persa, di una coscienza
globale che possa guidare le scelte individuali e quelle (macroscopiche
e ancora percepite come distanti dai cittadini del mondo) politiche ed
economiche che spesso s’intrecciano e sovrappongono. Ha poi esteso
il concetto di cittadinanza attiva, che tanta parte ha avuto ed ha tuttora
nelle strategie di comunicazione europee, a un livello superiore, planetario.
Ed ancora ipotizzato la creazione di un parlamento mondiale che, paradossalmente,
sebbene più complesso e vasto dei singoli parlamenti nazionali e
degli organi di rappresentanza internazionali, possa garantire i diritti
dei cittadini in quanto tali e a cui affidare le sorti del pianeta, purtroppo
considerato come appannaggio esclusivo dei presenti con sconcertante indifferenza
o superficialità nei confronti di chi verrà poi. E proprio
su questo punto insiste Capanna: sulla necessaria difesa dell’integrità umana,
dei popoli più che delle nazioni. L’Onu, così come
altre organizzazioni internazionali, non è un’istituzione
effettivamente democratica. E non solo per i limiti della sua rappresentanza.
Basti pensare al peso e al reale condizionamento che gli interessi politico-economici – e
soprattutto questi ultimi – esercitano sui processi decisionali e
operativi. Il caso più eclatante è stato quello del conflitto
in Iraq ma sicuramente non l’unico. La controversa questione del
cambiamento climatico, fra il maltrattato protocollo di Kyoto e gli scenari
più o meno catastrofici ipotizzati da scienziati e studiosi più o
meno pessimisti, costituisce un altro emblematico esempio. Problemi di
tale portata, a detta del relatore, non possono essere gestiti da pochi
potenti. La coscienza globale deve essere anche e soprattutto politica
ma non esclusiva di individui che tutelano gli interessi di imperi economici
e multinazionali e non quelli dell’umanità. Si è fatta
rara, rarissima forse, la connotazione etica che animava la politica delle
origini. Tralasciando le trite e ritrite precisazioni etimologiche sul
significato del termine “politica”, basti pensare ad un altro
termine e al concetto di “prepotenza”, annoverato come uno
dei crimini politici più riprovevoli e oggetto dell’ira divina
(scagliata persino sulla discendenza dello scellerato prepotente) nel mondo
greco, da Omero ai classici, passando per i filosofi. Quello stesso termine, “prepotenza”,
sparisce dalla terminologia politica a partire dall’epoca delle invasioni
barbariche per ricomparire, circa 1.500 anni più tardi, nella prima
metà del Seicento, sostenuto dalla Riforma che recupera anche il
concetto d’identità individuale e, parallelamente, quello
di cittadinanza.
La prepotenza oggi viene spesso associata alla globalizzazione (intesa,
quest’ultima, come imposizione di certi modelli, soprattutto economici).
Superato è il dibattito “globalizzazione si/globalizzazione
no”: afferma Capanna che la globalizzazione affonda le sue radici
nel lontano 1492, e più precisamente nel momento in cui le tre caravelle
di Colombo salpano alla volta dell’America. Dalle Crociate in poi
l’Occidente ha depredato il resto del mondo e la sua opera usuraia
continua oggi nelle dinamiche economico-finanziarie della concessione di
prestiti con tassi d’interesse elevatissimi ai paesi poveri o in
via di sviluppo. Il permanere di tanta parte della popolazione mondiale
in tali condizioni di arretratezza e inadeguatezza economica e sociale è una
minaccia più consistente dello stesso terrorismo, che strumentalizza
la disperazione e si alimenta delle paradossali guerre preventive che pretenderebbero
di debellarlo. La soluzione, la terza via indicata da Capanna sarebbe in
definitiva quella dello sviluppo endogeno, autocentrato o, in termini più consueti,
equo e solidale. Che è già realtà, infinitesima eppure
rilevante, testimonianza del fatto che un altro sviluppo – quello
che non implica lo sfruttamento e il profitto “senza se e senza ma” – è possibile.
Si produce, trasporta e commercia già secondo principi etici. E
lo si fa nel pieno rispetto della dignità umana e attenendosi alle
peculiarità climatico-geografiche dei luoghi dove ciò avviene.
Questo è il modello che si deve esportare. Di uno sviluppo etico – ove
concorrano certi principi anche politici e di cui i consumatori abbiano
coscienza a livello globale – e non dello sviluppo come piace a noi.
Anzi…come piace a pochi, ai pochi che (discutibilmente) ne beneficiano.
In un’epoca dove si erigono nuovi muri (il confine fra Messico e
gli USA è, insieme al caso palestinese, un triste simbolo di questi
tempi), resta da chiedersi, tuttavia, come si possa abbattere un limite
che è innanzitutto culturale e promuovere una coscienza collettiva
realmente globale, universalmente collettiva, in quelle realtà più e
meno periferiche che avvertono ancora il peso – non esclusivamente
geografico – della marginalizzazione.
dall'ultima
fatica letteraria dello scrittore e politico perugino una riflessione
sulla coscienza globale
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