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L’incontro con Carlo Trigilia,
promosso da Agire Solidale (Siracusa, 22 dicembre 2006) è stata
un’occasione proficua per mettere a fuoco il tema dello sviluppo
locale, cui lo stesso Trigilia ha dedicato uno studio pubblicato da Laterza.
Alla base di questo saggio c’è il convincimento che i piani
strategici per lo sviluppo locale possano contribuire a ricostruire oggi,
nell’era della globalizzazione, il legame tra sviluppo economico
e coesione sociale, garantendo così maggiori opportunità di
lavoro e, con esse, sicurezza e protezione alle fasce più deboli.
Per innescare questo processo è necessario coinvolgere in una
strategia condivisa tutte le risorse umane, materiali e immateriali di
cui un territorio dispone, a partire dai soggetti che in esso operano:
istituzioni, mondo delle imprese e delle professioni, associazionismo
culturale, movimenti ambientalisti, organizzazioni di volontariato.
Non tenterò in questo breve articolo di ripercorrere i punti essenziali
dell’analisi condotta da Trigilia e le proposte che egli avanza sulla
scorta di esperienze di sviluppo locale già avviate in Italia e
in Europa (per tutto questo rinvio alla lettura del saggio “Sviluppo
locale. Un progetto per l’Italia”). Vorrei invece riprendere
un piccolo spunto ricavato dalle riflessioni che Carlo Trigilia ci ha proposto
a chiusura del dibattito. Chi era presente all’incontro ricorderà che
il nostro relatore nella sua replica ci ha messo in guardia rispetto ad
un atteggiamento assai diffuso anche tra noi, che va sotto il nome di “fracasomania”.
Di che si tratta?
L’espressione “fracasomania” è un neologismo spagnolo
che in italiano potremmo tradurre con “sindrome dell’insuccesso”.
Il termine è stato coniato dal sociologo Albert Hirschman per indicare
uno stile tipico della politica sudamericana (e non solo). Esso consiste
nel delineare la situazione del luogo e del tempo in cui si vive con tratti
pesantemente negativi o addirittura catastrofici. Tale atteggiamento serve
ai leaders politici (specie in campagna elettorale) per presentare se stessi
come unica possibilità di fuoriuscita dal baratro. Ma la “fracasomania” non è solo
una strategia elettorale. Essa è riconoscibile come tratto distintivo
di una mentalità, di una cultura che ben conosciamo, perché ci
appartiene profondamente ( a noi siciliani come agli ispanici). Quante
volte, infatti, ci accade di dire o di ascoltare “tiritere” in
cui domina la diffidenza per tutto ciò che punti al cambiamento?
Quante volte ci capita di pronunciare o ascoltare discorsi fondati sull’assunto
che in giro non c’è nulla di buono, che tutto va male ed è inutile
sforzarsi tanto non si approda a nulla? Basta tenere le orecchie aperte
per accorgersi quanto la “fracasomania” sia una moda assai
diffusa. Forse perché il “fracaso” è un abito
facile da indossare e risulta comodo per tutte le stagioni. Veste largo
e ti regala un alibi di ferro per rimanere comodamente seduto a guardare
il mondo, senza essere per questo costretto ad interrompere la litania
senza fine delle lamentazioni sullo sfascio imperante, sull’inaffidabilità dei
partiti e delle istituzioni, sugli arrivismi personali, le clientele e
i favoritismi, e su tutto quanto entri a buon diritto nel kit d’ordinanza
del fracasomane praticante. Ma al di là della facile ironia, credo
sia opportuno riflettere seriamente su quello che si presenta come un dato
culturale fortemente radicato, una mentalità comune e diffusa: noi
abbiamo da sconfiggere innanzitutto in noi stessi questa atavica tendenza
al pessimismo, questa sindrome dell’insuccesso, che giustifica il
disimpegno e alimenta l'immobilismo. Dobbiamo fare grande attenzione e
coltivare in noi il senso della responsabilità, soprattutto quando
parliamo ai più giovani, ai nostri figli, agli studenti: ci rendiamo,
a volte inconsapevolmente, complici dei “mali” che diciamo
di voler combattere, perché diffondiamo l’idea che la battaglia è comunque
persa e l’avversario assolutamente invincibile. Non si tratta, è ovvio,
di consegnarsi ad un facile quanto ingenuo ottimismo (ricordate la “Milano
da bere” degli anni’80 e la retorica craxiana?). L’alternativa
non sta tra il pessimismo e l’ottimismo. L’alternativa è tra
l’agire e il rinunciare. Chi sceglie l’agire implicitamente
crede nel cambiamento. Forse è questo che dobbiamo cominciare a
ripetere con forza a noi stessi e agli altri, ai più giovani innanzitutto:
che il futuro dipende da noi, che il lavoro non ci pioverà dall’alto
ma sarà frutto del nostro impegno, che la giustizia non basta chiederla
ma è necessario praticarla, che il cambiamento è possibile
se posso cambiare me stesso; che l’onestà è possibile
se posso essere onesto.
Per dare una chance alla giustizia e alla pace o, in scala ridotta, per
dare una chance allo sviluppo locale, bisogna in primo luogo decidersi
a giocare la partita.
l'incontro
con carlo trigilia a siracusa |
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