la sindrome

  di francesco ortisi  

 

L’incontro con Carlo Trigilia, promosso da Agire Solidale (Siracusa, 22 dicembre 2006) è stata un’occasione proficua per mettere a fuoco il tema dello sviluppo locale, cui lo stesso Trigilia ha dedicato uno studio pubblicato da Laterza. Alla base di questo saggio c’è il convincimento che i piani strategici per lo sviluppo locale possano contribuire a ricostruire oggi, nell’era della globalizzazione, il legame tra sviluppo economico e coesione sociale, garantendo così maggiori opportunità di lavoro e, con esse, sicurezza e protezione alle fasce più deboli. Per innescare questo processo è necessario coinvolgere in una strategia condivisa tutte le risorse umane, materiali e immateriali di cui un territorio dispone, a partire dai soggetti che in esso operano: istituzioni, mondo delle imprese e delle professioni, associazionismo culturale, movimenti ambientalisti, organizzazioni di volontariato.
Non tenterò in questo breve articolo di ripercorrere i punti essenziali dell’analisi condotta da Trigilia e le proposte che egli avanza sulla scorta di esperienze di sviluppo locale già avviate in Italia e in Europa (per tutto questo rinvio alla lettura del saggio “Sviluppo locale. Un progetto per l’Italia”). Vorrei invece riprendere un piccolo spunto ricavato dalle riflessioni che Carlo Trigilia ci ha proposto a chiusura del dibattito. Chi era presente all’incontro ricorderà che il nostro relatore nella sua replica ci ha messo in guardia rispetto ad un atteggiamento assai diffuso anche tra noi, che va sotto il nome di “fracasomania”. Di che si tratta?
L’espressione “fracasomania” è un neologismo spagnolo che in italiano potremmo tradurre con “sindrome dell’insuccesso”. Il termine è stato coniato dal sociologo Albert Hirschman per indicare uno stile tipico della politica sudamericana (e non solo). Esso consiste nel delineare la situazione del luogo e del tempo in cui si vive con tratti pesantemente negativi o addirittura catastrofici. Tale atteggiamento serve ai leaders politici (specie in campagna elettorale) per presentare se stessi come unica possibilità di fuoriuscita dal baratro. Ma la “fracasomania” non è solo una strategia elettorale. Essa è riconoscibile come tratto distintivo di una mentalità, di una cultura che ben conosciamo, perché ci appartiene profondamente ( a noi siciliani come agli ispanici). Quante volte, infatti, ci accade di dire o di ascoltare “tiritere” in cui domina la diffidenza per tutto ciò che punti al cambiamento? Quante volte ci capita di pronunciare o ascoltare discorsi fondati sull’assunto che in giro non c’è nulla di buono, che tutto va male ed è inutile sforzarsi tanto non si approda a nulla? Basta tenere le orecchie aperte per accorgersi quanto la “fracasomania” sia una moda assai diffusa. Forse perché il “fracaso” è un abito facile da indossare e risulta comodo per tutte le stagioni. Veste largo e ti regala un alibi di ferro per rimanere comodamente seduto a guardare il mondo, senza essere per questo costretto ad interrompere la litania senza fine delle lamentazioni sullo sfascio imperante, sull’inaffidabilità dei partiti e delle istituzioni, sugli arrivismi personali, le clientele e i favoritismi, e su tutto quanto entri a buon diritto nel kit d’ordinanza del fracasomane praticante. Ma al di là della facile ironia, credo sia opportuno riflettere seriamente su quello che si presenta come un dato culturale fortemente radicato, una mentalità comune e diffusa: noi abbiamo da sconfiggere innanzitutto in noi stessi questa atavica tendenza al pessimismo, questa sindrome dell’insuccesso, che giustifica il disimpegno e alimenta l'immobilismo. Dobbiamo fare grande attenzione e coltivare in noi il senso della responsabilità, soprattutto quando parliamo ai più giovani, ai nostri figli, agli studenti: ci rendiamo, a volte inconsapevolmente, complici dei “mali” che diciamo di voler combattere, perché diffondiamo l’idea che la battaglia è comunque persa e l’avversario assolutamente invincibile. Non si tratta, è ovvio, di consegnarsi ad un facile quanto ingenuo ottimismo (ricordate la “Milano da bere” degli anni’80 e la retorica craxiana?). L’alternativa non sta tra il pessimismo e l’ottimismo. L’alternativa è tra l’agire e il rinunciare. Chi sceglie l’agire implicitamente crede nel cambiamento. Forse è questo che dobbiamo cominciare a ripetere con forza a noi stessi e agli altri, ai più giovani innanzitutto: che il futuro dipende da noi, che il lavoro non ci pioverà dall’alto ma sarà frutto del nostro impegno, che la giustizia non basta chiederla ma è necessario praticarla, che il cambiamento è possibile se posso cambiare me stesso; che l’onestà è possibile se posso essere onesto.
Per dare una chance alla giustizia e alla pace o, in scala ridotta, per dare una chance allo sviluppo locale, bisogna in primo luogo decidersi a giocare la partita.

l'incontro con carlo trigilia a siracusa