il dovere del ricordo

  di carmelo sgandurra  

 

Il 26 dicembre 2006 ricorreva il decennale del “naufragio fantasma” in cui, al largo di Portopalo, persero la vita 283 migranti di provenienza indiana, pakistana e tamil.
Non sono mancate le occasioni per dare spazio alla memoria e ricordare l’evento, ma gli sfortunati protagonisti della vicenda continuano a rimanere nei fondali del Canale di Sicilia in attesa di una sepoltura dignitosa.
Vale la pena rifare la cronistoria della più grande tragedia (accertata) del Mare “Nostrum” dal dopoguerra ad oggi.
È la notte tra il 25 ed il 26 dicembre 1996. Più di 400 migranti (noi preferiamo chiamarli così in attesa che venga depenalizzato il reato di clandestinità) nelle mani di trafficanti che hanno le loro basi tra il Peloponneso, Malta ed il Nord Africa, sono, in acque internazionali, al largo di Capo Passero e stanno trasbordando da una nave ad un barcone di dimensioni ridotte che più agevolmente potrà raggiungere le coste siciliane. Le condizioni sono proibitive e la carretta del mare cola a picco con 283 passeggeri. I superstiti raggiungono il Peloponneso nei primi giorni di gennaio e, subito arrestati, raccontano il fatto alla polizia locale.
In Italia nessuno (istituzioni e stampa) crede nel disastro e solo il Manifesto si occupa della notizia.
Su questa storia sembra calare il sipario. In realtà i morti cominciano ad emergere, interi o a brandelli nelle reti a strascico dei pescatori portopalesi. La comunità è scioccata ma per non incorrere nelle complicazioni del caso, e, probabilmente mal consigliata, custodisce per cinque anni un segreto che toglierà il sonno a molti di loro.
È il 2001, sui giornali un trafiletto annuncia che il caso sarà archiviato, nulla può la magistratura in mancanza del corpo del reato. A questo punto, Salvatore Lupo, un pescatore che ha trovato una carta d’identità tra le reti, comincia a sospettare un legame tra il suo ritrovamento e la “nave fantasma” di cui parla la stampa. Giovanni M. Bellu, inviato di Repubblica, viene contattato e con una troupe viene a filmare i fondali al largo di Capo Passero, dove si trovano il relitto ed i corpi dei migranti. Purtroppo la vicenda prende una brutta piega, sui giornali divampano le polemiche sul comportamento dei pescatori e sul silenzio delle Istituzioni, mettendo in secondo piano la questione più importante e cioè che, come ha sottolineato lo stesso Bellu, “per queste tragedie non esiste un giudice, cioè non esiste un giudice in grado di occuparsene scavalcando i problemi di competenza territoriale, ci vorrebbe un giudice internazionale che non c’è.” Oggi solo uno degli scafisti è sotto processo in Italia, ed ha buone probabilità di essere assolto, il padre di una vittima non ha potuto nemmeno testimoniare al processo perché clandestino.
La comunità portopalese, sotto assedio mediatico, scarica la tensione su colui che ha avuto il coraggio di riaprire il caso e permettere così ai familiari delle vittime di conoscere la verità e sperare di avere giustizia.
Le polemiche si acuiscono all’uscita del libro-inchiesta dello stesso Bellu, “I fantasmi di Portopalo” (ed. Mondatori). Un testo che fa luce su molti punti chiave degli sporchi traffici che avvengono sulle sponde del Mediterraneo. A raccontare la vicenda, che è riuscita quanto meno a fare emergere i limiti del trattato di Schengen e le carenze del diritto internazionale, contribuiranno anche due pièces teatrali, “Portopalo. Nomi su tombe senza corpi” e “La nave fantasma.”
Nel frattempo si è arrivati a celebrare il decennale del 26 dicembre (che potrebbe diventare l’ennesima “giornata della memoria”) con due diverse manifestazioni. Sobrie, mai sopra le righe, ma separate sotto lo stesso tetto (Portopalo è poco più di due strade).
Da una parte la rete antirazzista siciliana ed un cartello di associazioni pacifiste del territorio hanno organizzato un corteo dal centro del paese alla terrazza sul mare scandendo lo slogan: “mai più naufragi – chiudiamo i lager”, dall’altra, in tempi incredibilmente rapidi, allo stesso orario, è stata allestita una celebrazione all’interno dell’unica parrocchia del comune più a sud dell’Isola.
L’unica buona notizia, arrivata nei giorni del ricordo, è l’impegno preso dal governo Prodi (dopo il disegno di legge presentato dalla senatrice Tana de Zulueta e gli appelli dei quattro premi Nobel italiani) a recuperare il barcone ed i corpi e costruire un sacrario che ricordi tutte le vittime dei naufragi. Nella speranza che subito dopo si metta mano ai codici.

un bilancio a 10 anni dal “naufragio fantasma”