economia della felicità

  di nuccio gibilisco  

 

Prodi in campagna elettorale diceva di voler fare dell’Italia un paese più felice. La costituzione degli Stati Uniti mette la ricerca della felicità tra i diritti inalienabili dell’individuo.
Oggi si discute di Finanziaria, non si parla d’altro che di crescita del PIL, di avanzo primario, Debito Pubblico troppo alto ed insostenibile, rapporto Deficit-PIL sotto il 3% lo chiede l’Europa etc. Recenti studi sociologici dimostrano che la soddisfazione per la propria vita non dipende dalla misura dei tesori accumulati, e che il binomio “maggiore ricchezza/maggiore felicità” è valido solo a livelli di reddito molto bassi. Psicologi, sociologi ed economisti già da qualche tempo ci invitano a ripensare l’obiettivo della crescita del reddito pro-capite come asse centrale del progresso economico ed elle politiche intese a promuoverlo. Chi vive in Italia , Austria, Francia , Giappone, Germania, sembra essere meno felice di chi vive in Paesi molto più poveri, come il Brasile, la Colombia, le Filippine. E’ dimostrato che negli Stati Uniti al di sopra di un reddito annuo di 12.000 dollari un incremento di reddito non incide più di tanto sulla felicità delle persone. Robert Kennedy negli anni 70 aveva indicato la via necessaria per uno sviluppo sostenibile in cui la qualità della crescita divenisse un elemento capace di condizionare le strategie della politica economica; uno sviluppo consapevole, la scarsezza di alcune risorse naturali, e, dunque, dei costi, economici oltre che umani, della loro distribuzione. L’idea Kennedyana, era quella di una ricchezza non solo monetaria, ma anche qualitativa – in termini di conservazione dell’ambiente, di tutela e non discriminazione delle minoranze, di difesa delle libertà, di valorizzazione dei talenti a prescindere dall’appartenenza sociale – questa idea di società moderna e giusta si evince chiaramente dalle sue indimenticabili parole: “Il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze che trasportano i feriti degli incidenti stradali. Conta le serrature che blindano le porte delle nostre case e delle celle che rinchiudono chi cerca di scassinarle. Il PIL considera la distruzione delle sequoie e la morte del lago Superiore. Aumenta con l’aumentare della produzione del Napalm, di missili e di testate nucleari, ma non tiene in alcun conto la salute delle nostre famiglie, la qualità dell’istruzione, la gioia dei giuochi. E’ indifferente alla salubrità dei posti di lavoro ed alla sicurezza delle strade. Non riesce a rilevare la bellezza della poesia, la forza di un matrimonio, l’intelligenza del dibattito politico l’integrità dei funzionari pubblici. Insomma, misura tutto, salvo quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Ieri quindi, e ancor più oggi, siamo sempre più coscienti, e i dati lo dimostrano, che nelle società occidentali il passaggio da una società industriale, organizzata alla produzione incessante di Beni, ad una società post-industriale dove prevalgono la produzione di servizi e lo scambio di informazioni, porta ad un mutamento nei valori e negli obiettivi degli individui. Si fa strada quella strana percezione della qualità della vita che non è più determinata da fattori prevalentemente economici. Il binomio oggi predominante sembra essere quello scandinavo: coesione sociale più ricerca tecnologica, perseguire il nuovo modello di felicità non significa per forza, ipotizzare tassi di crescita più bassi, ma orientare le nostre economie verso diverse specializzazioni produttive, e verso modelli diversi di crescita sostenibile. Ecco allora i nuovi valori, le nuove parole della politica, e i nuovi parametri per gli economisti:”altruismo, solidarietà, equità, qualità della vita, difesa dell’ambiente, beni relazionali ed espressione della propria personalità”. Tra i fattori cruciali individuati dagli economisti per l’economia del nostro futuro risultano essere- disoccupazione, iniquità, minacce di catastrofi ambientali- la futura agenda politica non può prescindere dalle modalità per trovare indennità di disoccupazione per i casi di intermittenza di lavoro, redistribuzione del reddito, modificare le strutture del prelievo, sgravare i redditi più bassi e gravare quelli più alti. Identificare alcuni dei meccanismi capaci di generare felicità può essere molto importante se ne consegue un ridisegno delle politiche pubbliche mirato a eliminare i numerosi variegati ostacoli che ne impediscono il perseguimento. Paura, incertezza, solitudine, senso di ingiustizia, mancanza di identità, analfabetismo culturale, devono occupare le posizioni prioritarie di una nuova agenda politica, che voglia far emergere il bisogno di coniugare uguaglianza e libertà. La politica della felicità è possibile, abbattendo le cause certe dell’infelicità, moltiplicando le opportunità di rapporti individuali e sociali. Il ben-essere è ben vivere se riusciamo a trasformare la ricchezza in ben-essere. In questo processo, la qualità della vita relazionale ha un posto troppo importante perché gli economisti non se ne occupino. Nessuna teoria del benessere può fare ameno di entrare nel terreno della vita relazionale. Il nostro paese, le nostre città, sono sempre più luoghi in cui le relazioni affettive informali sono guardate con sospetto, bisogna incoraggiare gli scambi e i confronti, che mantengono o ripristinano le relazioni interpersonali. Che il reddito non è, e non debba essere la grandezza dirimente nel valutare l’evoluzione e il grado di soddisfacimento di una nazione, come abbiamo visto, è oramai accettato anche dagli economisti. Identificare alcuni dei meccanismi capaci di generare felicità può essere molto importante se ne consegue un ridisegno delle politiche pubbliche mirato a eliminare i numerosi variegati ostacoli che ne impediscono il perseguimento. Tra i parametri da valutare “i beni relazionali”. L’amicizia, l’identità delle singole persone; la reciprocità perché i beni relazionali possono essere goduti solo nella reciprocità; la simultaneità, in quanto il bene viene coprodotto e consumato al tempo stesso dai soggetti coinvolti; le motivazioni nelle relazioni di reciprocità genuina, la motivazione che c’è dietro il comportamento è una componente essenziale. Una cena ad esempio, è un bene relazionale che muove i soggetti se il rapporto non è un fine, ma se è un mezzo per qualcos’altro non possiamo parlare di bene relazionale. Il fatto emergente, ad un certo punto, nel bel mezzo di un ordinario rapporto economico strumentale, accade qualcosa che fa dimenticare la ragione per la quale si erano incontrati ed emerge il bene relazionale. Gratuità, il bene è relazionale se il rapporto è cercato in quanto bene in sé, non usato per altro, nel bene relazionale la relazione è il bene. Insistere sul sostantivo: esso è un bene non una merce, ha un valore perché soddisfa un bisogno ma non ha un prezzo di mercato. Il benessere, è ben vivere, è vita buona, solo se riusciamo a trasformare il bene e la ricchezza in benessere. Nessuna teoria e pratica del benessere, sia che si operi in società opulenti, o di indigenza, potrà fare a meno di entrare nel terreno della vita relazionale, della reciprocità, un terreno difficile, ma sembra che sia l’unico terreno sul quale la persona può fiorire.

il valore dei beni relazionali