pof, por, pon…prrrrr!!!

  di maria paola patanè  

 

Con rispetto parlando. E’ doveroso chiarire: col massimo rispetto e col permesso di chi la pensa diversamente, offro al lettore interessato alcune riflessioni. Nulla di più.
I miei tredici anni di insegnamento (Filosofia in Licei Socio-psico-pedagogici e delle Scienze sociali nelle province di Siracusa e Ragusa) non sono moltissimi ma non sono neanche pochi. Quanto basta. Basta per che cosa? Per rendersi conto che parole come Autonomia, Progettazione, Funzioni Strumentali, Obiettivi trasversali, Relazioni con Enti esterni, Integrazione, Multimedialità suonano davvero bene, esattamente come scatole vuote quando le percuoti dall’esterno con un bastone. “La scuola italiana deve allinearsi agli standard europei”. “I nostri studenti devono poter competere con i loro pari a livello europeo”. Testuali esternazioni di leaders e ministri vari del vecchio e nuovo governo nazionale. “Dategli un computer e solleveranno il mondo!” sembrano credere (saranno sinceri?) gli illustri addetti ai lavori della scuola italiana. Facile, eh?
Immaginate per un istante di fare lezione quotidianamente a decine di studenti che per disgrazia o per loro incommensurabile fortuna abbiano avuto la ventura di nascere e crescere nelle periferie mediterranee di Pachino, Noto, Avola, Rosolini, Vittoria e diversi altri paesi nel sud del sud dove ho avuto e tuttora ho il privilegio di lavorare. Adolescenti sonnolenti, che spesso si iscrivono alle superiori per sfuggire al naturale destino di aiutare papà nella serra (che peraltro non va più tanto bene come un tempo) o la mamma nelle faccende domestiche in attesa dell’incontro (qui ancora piuttosto precoce) con il promesso sposo. Certo, ci sono anche i ragazzi (per lo più figli di media e buona borghesia) che vivono lo studio come chiave di una desiderabile e possibile emancipazione: l’università, una professione, e poi via dal paese senza voltarsi indietro. Ma per tutti gli altri che qui resteranno a coltivare pomodorini o a impiegarsi in una cooperativa di servizi qualsiasi (e gli operatori della scuola lo sanno benissimo) gli studi superiori rappresentano un’occasione irripetibile per favorire la crescita personale, e magari lo sviluppo di un pensiero critico e autonomo, e magari guidare alla scoperta che forse la vita –oh, meraviglia!- non è come gliela raccontano in Amici di Canale 5 e nemmeno nell’Isola dei famosi, ma è qualcosa di leggermente più complesso e arduo da decifrare e che darsi le risposte a certe domande non è semplice come sembra, e che forse il Telegiornale non ha sempre ragione…
Invece ti siedi alla rituale riunione scolastica (si chiama Collegio dei Docenti, per chi fosse estraneo all’ambiente) e trascorri quattro ore pomeridiane a discutere in quali progetti megagalattici la scuola debba impegnarsi quest’anno, e quante ore extra-curriculari si possono pagare agli insegnanti col Fondo d’Istituto, e chi siano i docenti più gettonati per ricoprire le mitiche e ambitissime Funzioni Strumentali (chi ne abbia compreso autenticamente l’utilità alzi la mano e si faccia vivo), e quali relazioni esterne attivare, quali stages, quali POF, POR, PON….E novanta su cento la scuola non ha nemmeno una biblioteca degna di questo nome, e nessuno si preoccupa di dire a un alunno o a un’alunna: “Hai mai letto Il giovane Holden? Perché non lo prendi in prestito dalla biblioteca e poi ne parliamo in classe?”, e nessuno chiede a un insegnante di religione di spiegare per esempio agli studenti la storia comparata delle religioni, così, tanto per cercare di far capire a questi ragazzi in nome di che cosa i kamikaze si fanno saltare in aria o in quale sconosciuto dio credono gli indiani o i cinesi, e a nessuno importa se un insegnante di storia (tranne rarissime eccezioni) arriva mai in quinta classe a discutere del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, lasciando ai nostri giovani l’ignoranza più assoluta su pagine imprescindibili come Vietnam, conflitto israelo-palestinese, contestazione del Sessantotto, terrorismo degli anni Settanta, caduta del muro di Berlino…Come comprenderanno di quale storia siamo e sono figli, e che cosa vogliono dire certi articoli di giornale, e in cosa consista quell’oggetto misterioso chiamato “politica”, perché a diciotto anni, sai, andrai a votare, e non è come andare a scegliere la tariffa più conveniente per il telefonino…No, niente di tutto questo. Silenzio. Mai parlato di simili cose in un Collegio dei Docenti. Però in compenso abbiamo la scuola dell’Autonomia e siamo orgogliosi di finanziare e attuare il Progetto “Integrazione del diverso nella cultura del territorio” che dovrebbe insegnare ai fortunati di qualche classe prescelta a rispettare il tunisino e il rumeno che vivono e lavorano nel loro paesello, il tutto attraverso un nobilissimo ciclo di conferenze a cura dell’esperto di turno che in un auditorium scalcagnato illustra lucidi e diapositive contro congruo compenso.
E l’indomani alla prima ora l’allievo sedicenne del secondo banco ti verrà incontro per dirti: “C…o prof, stanotte mi hanno fottuto lo scooter nuovo. Mi ci gioco la testa che è stato quel bastardo di marocchino che abita vicino a casa mia. Ma lasci che lo becco…”.

ma nella scuola italiana qualcuno pensa ancora agli studenti?