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Con rispetto parlando. E’ doveroso
chiarire: col massimo rispetto e col permesso di chi la pensa diversamente,
offro al lettore interessato alcune riflessioni. Nulla di più.
I miei tredici anni di insegnamento (Filosofia in Licei Socio-psico-pedagogici
e delle Scienze sociali nelle province di Siracusa e Ragusa) non sono moltissimi
ma non sono neanche pochi. Quanto basta. Basta per che cosa? Per rendersi
conto che parole come Autonomia, Progettazione, Funzioni Strumentali, Obiettivi
trasversali, Relazioni con Enti esterni, Integrazione, Multimedialità suonano
davvero bene, esattamente come scatole vuote quando le percuoti dall’esterno
con un bastone. “La scuola italiana deve allinearsi agli standard
europei”. “I nostri studenti devono poter competere con i loro
pari a livello europeo”. Testuali esternazioni di leaders e ministri
vari del vecchio e nuovo governo nazionale. “Dategli un computer
e solleveranno il mondo!” sembrano credere (saranno sinceri?) gli
illustri addetti ai lavori della scuola italiana. Facile, eh?
Immaginate per un istante di fare lezione quotidianamente a decine di studenti
che per disgrazia o per loro incommensurabile fortuna abbiano avuto la
ventura di nascere e crescere nelle periferie mediterranee di Pachino,
Noto, Avola, Rosolini, Vittoria e diversi altri paesi nel sud del sud dove
ho avuto e tuttora ho il privilegio di lavorare. Adolescenti sonnolenti,
che spesso si iscrivono alle superiori per sfuggire al naturale destino
di aiutare papà nella serra (che peraltro non va più tanto
bene come un tempo) o la mamma nelle faccende domestiche in attesa dell’incontro
(qui ancora piuttosto precoce) con il promesso sposo. Certo, ci sono anche
i ragazzi (per lo più figli di media e buona borghesia) che vivono
lo studio come chiave di una desiderabile e possibile emancipazione: l’università,
una professione, e poi via dal paese senza voltarsi indietro. Ma per tutti
gli altri che qui resteranno a coltivare pomodorini o a impiegarsi in una
cooperativa di servizi qualsiasi (e gli operatori della scuola lo sanno
benissimo) gli studi superiori rappresentano un’occasione irripetibile
per favorire la crescita personale, e magari lo sviluppo di un pensiero
critico e autonomo, e magari guidare alla scoperta che forse la vita –oh,
meraviglia!- non è come gliela raccontano in Amici di Canale 5 e
nemmeno nell’Isola dei famosi, ma è qualcosa di leggermente
più complesso e arduo da decifrare e che darsi le risposte a certe
domande non è semplice come sembra, e che forse il Telegiornale
non ha sempre ragione…
Invece ti siedi alla rituale riunione scolastica (si chiama Collegio dei
Docenti, per chi fosse estraneo all’ambiente) e trascorri quattro
ore pomeridiane a discutere in quali progetti megagalattici la scuola debba
impegnarsi quest’anno, e quante ore extra-curriculari si possono
pagare agli insegnanti col Fondo d’Istituto, e chi siano i docenti
più gettonati per ricoprire le mitiche e ambitissime Funzioni Strumentali
(chi ne abbia compreso autenticamente l’utilità alzi la mano
e si faccia vivo), e quali relazioni esterne attivare, quali stages, quali
POF, POR, PON….E novanta su cento la scuola non ha nemmeno una biblioteca
degna di questo nome, e nessuno si preoccupa di dire a un alunno o a un’alunna: “Hai
mai letto Il giovane Holden? Perché non lo prendi in prestito dalla
biblioteca e poi ne parliamo in classe?”, e nessuno chiede a un insegnante
di religione di spiegare per esempio agli studenti la storia comparata
delle religioni, così, tanto per cercare di far capire a questi
ragazzi in nome di che cosa i kamikaze si fanno saltare in aria o in quale
sconosciuto dio credono gli indiani o i cinesi, e a nessuno importa se
un insegnante di storia (tranne rarissime eccezioni) arriva mai in quinta
classe a discutere del periodo successivo alla seconda guerra mondiale,
lasciando ai nostri giovani l’ignoranza più assoluta su pagine
imprescindibili come Vietnam, conflitto israelo-palestinese, contestazione
del Sessantotto, terrorismo degli anni Settanta, caduta del muro di Berlino…Come
comprenderanno di quale storia siamo e sono figli, e che cosa vogliono
dire certi articoli di giornale, e in cosa consista quell’oggetto
misterioso chiamato “politica”, perché a diciotto anni,
sai, andrai a votare, e non è come andare a scegliere la tariffa
più conveniente per il telefonino…No, niente di tutto questo.
Silenzio. Mai parlato di simili cose in un Collegio dei Docenti. Però in
compenso abbiamo la scuola dell’Autonomia e siamo orgogliosi di finanziare
e attuare il Progetto “Integrazione del diverso nella cultura del
territorio” che dovrebbe insegnare ai fortunati di qualche classe
prescelta a rispettare il tunisino e il rumeno che vivono e lavorano nel
loro paesello, il tutto attraverso un nobilissimo ciclo di conferenze a
cura dell’esperto di turno che in un auditorium scalcagnato illustra
lucidi e diapositive contro congruo compenso.
E l’indomani alla prima ora l’allievo sedicenne del secondo
banco ti verrà incontro per dirti: “C…o prof, stanotte
mi hanno fottuto lo scooter nuovo. Mi ci gioco la testa che è stato
quel bastardo di marocchino che abita vicino a casa mia. Ma lasci che lo
becco…”.
ma
nella scuola italiana qualcuno pensa ancora agli studenti?
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