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Reduce dallo studio, e vittima della
sonnolenza che caratterizza la mia natura di studente poco serio, mi
soffermo a riflettere sul metodo che noi giovani, noi sondaggi viventi
sarebbe meglio dire, utilizziamo solitamente nei confronti dei nostri
impegni (quei pochi che non riusciamo ad evitare).
Lavoriamo Lavoriamo con lentezza, questo di certo, ma vorrei analizzare
questo "postulato" per capire meglio cosa vuol dire "lentezza" e
cosa ci costringe ad ostentarla nelle nostre attività. Lavoriamo
con lentezza. Perchè non ne abbiamo voglia? Non abbiamo nient'altro
di urgente da fare? Cerchiamo forse di analizzare al meglio ogni situazione
e ci muoviamo con cautela in un mondo che non ci è ancora del tutto
chiaro e che conosciamo pian piano nel nostro cammino? Lavoriamo con lentezza,
perchè nel farlo ci guardiamo intorno, cresciamo, consciamo noi,
gli altri, il mondo? Siamo retribuiti ad ore? Chi va piano va sano e va
lontano? Ora che, io come i miei coetanei, sto per terminare la mia carriera
di liceale, se dio vuole, mi guardo intorno e mi rendo conto che non so
dove andrò a sbattere la testa, ma di questo parleremo un’altra
volta. Dicevo mi rendo conto di quanto sia cambiato il nostro modo di realizzare
qualcosa, e per nostro intendo che appartiene alla mia generazione, a dire
il vero non so se può essere definito nostro dato che non abbiamo
speso nulla per procurarcelo, ne mi sembra di averlo procurato illegalmente,
a questo punto credo che dobbiamo necessariamente averlo ereditato da coloro
che portavano i capelli lunghi lisci e unti fin sul sedere (questo qualcuno
ancora lo fa), che fumavano e suonavano per più giorni senza nessuna
pausa (questo non capita ormai da qualche decennio), che vivevano senza
dimora fissa (neanche a dirlo), senza cellulari (siamo pazzi), senza reality
(come li invidio) e senza soldi (in questo di certo simili a noi). Davvero
adesso lavoriamo con lentezza. Appena arrivati alle superiori, si respirava
un'aria di sovversione, di libertà, di lotta per i propri diritti.
Questi sogni adesso sono cresciuti con me, con noi, ma io mi comporto nei
loro confronti in modo diverso. Cerco se possibile di evitare inutili perdite
di tempo, proteste senza sbocchi, accuse senza confronti. Vorrei magari
iniziare a costruire un dialogo con le istituzioni, trovare insieme delle
soluzioni. Miro prima all'informazione, perchè da solo non andrei
molto lontano, e sopratutto non avrebbe senso andare lontano da solo. Poi
continuo a riflettere, in questo mio assurdo soliloquio, e mi domando con
chi cerco il compromesso? Cerco di rispondermi, ma la mia risposta mi riporta
ad altre domande, e mi lascia insoddisfatto. Cerco un dialogo con chi solo
qualche decennio fa era al mio posto (i fricchettoni descritti precedentemente).
Ma perchè allora vengo ostacolato? Cerco gli stessi diritti che
reclamavano loro. Ora che potrebbero decidere concretamente qualcosa, perchè hanno
perso la loro voglia di alzare la voce? Ho visto nei quattro anni passati
tanti ragazzi che si alternavano nel rappresentare gli studenti della mia
generazione. Ma ai collettivi gli interventi, i problemi da discutere sono
sempre gli stessi, e penso che non cambierà mai nulla. Decine di
idee, di progetti gettati via come carta straccia, spunti per una crescita
culturale e sociale, che magari non si ripresenteranno. Ora che tocca a
me, e ai miei compagni parlare, mi chiedo perchè e a chi? Non riusciamo
a farci sentire,
da chi ha dimenticato cosa vuol dire scuola superiore, istruzione pubblica.
In compenso si riesce a trascinare sempre più ragazzi ai collettivi,
le assemblee iniziano a funzionare, almeno per qualcuno. Nascono nuove
associazioni, altre si ricompongono, i ragazzi si vedono, si confrontano
e ci sono un sacco di idee. Mancano i mezzi per realizzarle. Si cerca subito
il risultato concreto, quando parlando magari si potrebbe determinare un
itinerario di realizzazione coerente, serio e infallibile che potrebbe
magari trovare un accordo con il mondo della politica. Mondo sconosciuto,
per certi versi un po' falso, mondo di apparenze, di alleanze, di meriti
e di accuse, un Risiko in scala reale. Intanto continuano a funzionare
i mercatini del libro usato, quando la provincia e le scuole continuano
ad ignorare le proposte inerenti il comodato d'uso o le decine di altri
progetti mirati alla diffusione della cultura, intesa non come sapere nozionistico,
ma come partecipazione, come confronto come crescita da parte dell'Unione
degli Studenti e di altri movimenti studenteschi. Nasce in questi giorni
un corso di formazione per futuri rappresentanti d'istituto, realizzato
con l'aiuto di qualche professore e promosso dal Be-Human e che ha raccolto
il consenso di numerosi studenti degli istituti superiori della città.
In tutto questo però non c'è, o comunque non come si auspicherebbe
l'appoggio delle istituzioni, quanto di associazioni o sindacati, che non
possono sostenere per intero le spese per un'istruzione che dovrebbe essere
di tutti. Tutto ciò che si muove è quello realizzato a fatica
da chi non ha i mezzi a disposizione, e chi possiede i mezzi ha perso la
voglia di realizzare qualcosa. Che si guardi "Lavorare con lentezza" (regia
di Guido
Chiesa), magari ritrova la voglia di recuperare il tempo perduto e realizzare
tutte quelle proposte che gli studenti dagli anni '70 ad oggi si passano
da una generazione all'altra come un'eredità indesiderata.
pigra e insofferente lettera ai sessantottini, e a quelli venuti dopo
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