lavorare con lentezza

  di luca castello  

 

Reduce dallo studio, e vittima della sonnolenza che caratterizza la mia natura di studente poco serio, mi soffermo a riflettere sul metodo che noi giovani, noi sondaggi viventi sarebbe meglio dire, utilizziamo solitamente nei confronti dei nostri impegni (quei pochi che non riusciamo ad evitare).
Lavoriamo Lavoriamo con lentezza, questo di certo, ma vorrei analizzare questo "postulato" per capire meglio cosa vuol dire "lentezza" e cosa ci costringe ad ostentarla nelle nostre attività. Lavoriamo con lentezza. Perchè non ne abbiamo voglia? Non abbiamo nient'altro di urgente da fare? Cerchiamo forse di analizzare al meglio ogni situazione e ci muoviamo con cautela in un mondo che non ci è ancora del tutto chiaro e che conosciamo pian piano nel nostro cammino? Lavoriamo con lentezza, perchè nel farlo ci guardiamo intorno, cresciamo, consciamo noi, gli altri, il mondo? Siamo retribuiti ad ore? Chi va piano va sano e va lontano? Ora che, io come i miei coetanei, sto per terminare la mia carriera di liceale, se dio vuole, mi guardo intorno e mi rendo conto che non so dove andrò a sbattere la testa, ma di questo parleremo un’altra volta. Dicevo mi rendo conto di quanto sia cambiato il nostro modo di realizzare qualcosa, e per nostro intendo che appartiene alla mia generazione, a dire il vero non so se può essere definito nostro dato che non abbiamo speso nulla per procurarcelo, ne mi sembra di averlo procurato illegalmente, a questo punto credo che dobbiamo necessariamente averlo ereditato da coloro che portavano i capelli lunghi lisci e unti fin sul sedere (questo qualcuno ancora lo fa), che fumavano e suonavano per più giorni senza nessuna pausa (questo non capita ormai da qualche decennio), che vivevano senza dimora fissa (neanche a dirlo), senza cellulari (siamo pazzi), senza reality (come li invidio) e senza soldi (in questo di certo simili a noi). Davvero adesso lavoriamo con lentezza. Appena arrivati alle superiori, si respirava un'aria di sovversione, di libertà, di lotta per i propri diritti. Questi sogni adesso sono cresciuti con me, con noi, ma io mi comporto nei loro confronti in modo diverso. Cerco se possibile di evitare inutili perdite di tempo, proteste senza sbocchi, accuse senza confronti. Vorrei magari iniziare a costruire un dialogo con le istituzioni, trovare insieme delle soluzioni. Miro prima all'informazione, perchè da solo non andrei molto lontano, e sopratutto non avrebbe senso andare lontano da solo. Poi continuo a riflettere, in questo mio assurdo soliloquio, e mi domando con chi cerco il compromesso? Cerco di rispondermi, ma la mia risposta mi riporta ad altre domande, e mi lascia insoddisfatto. Cerco un dialogo con chi solo qualche decennio fa era al mio posto (i fricchettoni descritti precedentemente). Ma perchè allora vengo ostacolato? Cerco gli stessi diritti che reclamavano loro. Ora che potrebbero decidere concretamente qualcosa, perchè hanno perso la loro voglia di alzare la voce? Ho visto nei quattro anni passati tanti ragazzi che si alternavano nel rappresentare gli studenti della mia generazione. Ma ai collettivi gli interventi, i problemi da discutere sono sempre gli stessi, e penso che non cambierà mai nulla. Decine di idee, di progetti gettati via come carta straccia, spunti per una crescita culturale e sociale, che magari non si ripresenteranno. Ora che tocca a me, e ai miei compagni parlare, mi chiedo perchè e a chi? Non riusciamo a farci sentire,
da chi ha dimenticato cosa vuol dire scuola superiore, istruzione pubblica.
In compenso si riesce a trascinare sempre più ragazzi ai collettivi, le assemblee iniziano a funzionare, almeno per qualcuno. Nascono nuove associazioni, altre si ricompongono, i ragazzi si vedono, si confrontano e ci sono un sacco di idee. Mancano i mezzi per realizzarle. Si cerca subito il risultato concreto, quando parlando magari si potrebbe determinare un itinerario di realizzazione coerente, serio e infallibile che potrebbe magari trovare un accordo con il mondo della politica. Mondo sconosciuto, per certi versi un po' falso, mondo di apparenze, di alleanze, di meriti e di accuse, un Risiko in scala reale. Intanto continuano a funzionare i mercatini del libro usato, quando la provincia e le scuole continuano ad ignorare le proposte inerenti il comodato d'uso o le decine di altri progetti mirati alla diffusione della cultura, intesa non come sapere nozionistico, ma come partecipazione, come confronto come crescita da parte dell'Unione degli Studenti e di altri movimenti studenteschi. Nasce in questi giorni un corso di formazione per futuri rappresentanti d'istituto, realizzato con l'aiuto di qualche professore e promosso dal Be-Human e che ha raccolto il consenso di numerosi studenti degli istituti superiori della città. In tutto questo però non c'è, o comunque non come si auspicherebbe l'appoggio delle istituzioni, quanto di associazioni o sindacati, che non possono sostenere per intero le spese per un'istruzione che dovrebbe essere di tutti. Tutto ciò che si muove è quello realizzato a fatica da chi non ha i mezzi a disposizione, e chi possiede i mezzi ha perso la voglia di realizzare qualcosa. Che si guardi "Lavorare con lentezza" (regia di Guido
Chiesa), magari ritrova la voglia di recuperare il tempo perduto e realizzare tutte quelle proposte che gli studenti dagli anni '70 ad oggi si passano da una generazione all'altra come un'eredità indesiderata.

pigra e insofferente lettera ai sessantottini, e a quelli venuti dopo