che ne faremo dei giovani?

  di laura valvo  

 

Avere 26 anni oggi in Italia vuol dire porsi domande sul proprio futuro e trovare barriere invalicabili costruite con cumuli di contratti a tempo determinato, collaborazioni sottopagate, offerte di stages non remunerati, nessuna prospettiva pensionistica, promesse e buoni propositi di politici strapagati che, benché di eccezionale talento accademico, sono distanti anni luce dal comprendere le necessità dei giovani.
Prima delle ultime elezioni nel panorama nazionale ed internazionale si è molto dibattuto sulla scelta elettorale italiana. Ricordo che The Economist, il 6 Aprile 2006, titolava 'Basta Berlusconi' e, non risparmiando colpi per nessuno, concludeva che, sebbene si auspicasse che gli Italiani votassero per Prodi, quest’ultimo non sembrava essere un leader forte, cioè una figura dalla quale potersi aspettare grandi cose per il paese.
A parte il fatto che usciamo dall’era Berlusconi – un momento storico nuovo, nel quale abbiamo vissuto il primo esempio di governo della Repubblica in mano non ad un uomo politico, bensì ad un uomo d’affari – c’è un altro evento altrettanto nuovo che non può essere tralasciato, che va affrontato e, ancor prima, compreso: il processo di europeizzazione che vede coinvolti il nostro e molti altri paesi.
Benché sul versante pratico si muova con lentezza a causa delle colossali procedure necessarie a far confluire tutti gli assetti statali nazionali in un unico “Stato” europeo, ha cominciato a rendere esplicito il concetto di cittadino d’Europa, sia allargando le vedute localistiche sia facendo sorgere problemi e perplessità.
La nuova dimensione europea, crea quindi l’occasione per riflettere.
L’interessante possibilità di nuovi confronti – grazie, alla mobilità internazionale, che ha reso più semplice viaggiare attraverso l’Europa, studiare e lavorare in un altro paese – ci fa notare le nostre lacune interne e ci da la possibilità di soluzioni diverse ai problemi. Chi governa, osservando attentamente gli esempi esteri, può utilmente introdurli nel nostro paese evitando però gli errori – Penso all’esperimento d’importazione di un sistema universitario su modello anglosassone, adottato senza prendere in considerazione né il panorama britannico nel quale esso era impiegato (un paese dove il legame tra università e mondo del lavoro è saldo), né quello italiano in cui questo stesso sistema veniva introdotto, rischiando solo di ottenere studenti più ignoranti, cercando di sopperire all’abisso presente tra lavoro e scuola mediante subdole forme di nuovo schiavismo, quali lo stage non remunerato – Ed ancora: all’abbondante propaganda sulla stessa mobilità internazionale non viene affiancato un adeguamento dei meccanismi burocratici. – Sono ancora necessari adeguamenti in molti paesi europei affinché risulti meno complicato stabilirvisi, avere un domicilio riconosciuto dalle amministrazioni locali, affittare un appartamento, accedere alle cure sanitarie, aprire un conto in banca – ma la situazione della nostra burocrazia nazionale è tale che, ad esempio, sia quasi impossibile ottenere semplici certificati multilingue – procedura ormai prevista grazie al processo europeo di uniformazione dell’amministrazione – e risulti difficilissimo e dispendioso immatricolare in Italia una vettura proveniente da un altro Stato dell’Unione Europea.
Manca la capacità e/o volontà di capire quali siano le nuove necessità, considerandole da un punto di vista diverso per trovare soluzioni adeguate.
Oltre a far proprio il concetto di onestà da parecchi dimenticato nel nostro paese, l’unica possibilità che sembra affacciarsi all’orizzonte per di trovare una via d’uscita dall’impasse su gestione dell’economia del paese, debito pubblico, crisi del lavoro e dei servizi alla cittadinanza, sia dare fiducia ed ascolto ai giovani che attualmente sono coloro i quali vivono sulla propria pelle la nuova dimensione europea e l’odierno funzionamento del mercato del lavoro. Bisogna aprire le porte a chi, a fronte di formative esperienze personali, è davvero in grado di fornire concretezza, fattività e proposte utili.
Che il segreto di un buon funzionamento dello Stato stia, come da esempi d’oltralpe, semplicemente nel credere in giovani capaci e nel cominciare ad affidare loro delle responsabilità?
Soffocandoli con il nuovo schiavismo degli stages non remunerati (non è vero che ripaghino in “formazione” – questa è una favola messa in giro per giustificarne il carattere gratuito, ma è chiaro che un’azienda sarebbe molto più interessata ad insegnare un mestiere ad un giovane remunerato di quanto invece lo sia un datore di lavoro che, dopo uno stagista “per le fotocopie”, sa di poter contare sul prossimo) e i contrattini spazzatura che non offrono alcuna garanzia al lavoratore, non si fa altro che contaminare il campo sul quale si andrà a seminare.

tra stages non remunerati e collaborazioni sottopagate