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Le due vicende che hanno catalizzato
l’attenzione dell’opinione pubblica siracusana dall’inizio
del nuovo anno,la questione delle coste-Asparano, il caso Enichem-inquinamento
ambientale, costituiscono un’occasione (ulteriore) per riflettere
su quale futuro vogliamo per la nostra provincia.
Interrogarsi su quale progetto di futuro intendiamo realizzare significa
riflettere su quale passato e presente abbiamo realizzato. Come Chesterton
ci avverte «Lo svantaggio di chi non conosce il passato è
che non conosce il presente»; di conseguenza lo svantaggio di chi
non conosce e sa capire il presente è che non saprà progettare
il futuro.Quale è la caratteristica del nostro presente? E’
sicuramente quella che lo storico John R. McNeill indica definendo il
novecento «un secolo prodigo» (Qualcosa di nuovo sotto il
cielo, Einaudi, 2003). Prodigo di cambia-menti, di novità, di benessere.
La nostra «è l’età della sovrabbondanza».
Dal 1950 si registra «una costante accelerazione della crescita
economica e dell’innalzamento dei livelli di vita». Questo
ha portato le società occidentali ad adottare «la strategia
dello squalo nel bel mezzo di un’ecologia sempre più instabile
e, pertanto, sempre più adatta ai ratti». Tale strategia
si fonda su tre premesse: stabilità del clima; basso costo di energia
e acqua; rapida crescita di popolazione e economia. Ma «considerare
queste circostanze durature e normali, rendendosi dipendenti dalla loro
permanenza, è un bel gioco d’azzardo. Nel XX secolo un numero
sempre maggiore di popoli e società ha accettato (abbastanza inconsa-pevolmente)
questo azzardo». Che fosse un azzardo rischiosissimo ce ne stiamo
accorgendo noi della provincia di Siracusa. Per decenni abbiamo pensato
il nostro sviluppo economico solo in termini di grande industria; pensato
che quello sviluppo fosse permanente; pensato che lo sfruttamento delle
risorse naturali legato e quello sviluppo fosse prolungabile a piacere;
pensato che i costi ambientali da pagare fossero insignificanti. La scoperta
che il clima non è stabile, l’energia a basso costo non sarà
sempre disponibile e l’acqua comincia a costare sempre più,
ci induce ad alcune riflessioni: «E’ … probabile che
sia a rischio l’organizzazione sociale di numerose società
… sinchè continueremo nella nostra opera di scompaginamento
ecologico, a sua volta tipica della nostra epoca». Quali conseguenze
trarre da queste riflessioni che siano utili al caso nostro?
1) Necessità che lo sviluppo economico che progettiamo sia compatibile
con la salvaguardia dell’ambiente. Ciò per ragioni non solo
etiche e ideologiche ma anche economiche, di salvaguardia del ‘capitale
ambientale’ che se c’è consente nuovi investimenti
produttivi in settori diversi ed in forme nuove, se non c’è
sicuramente blocca il futuro economico.
2) Niente più ‘cattedrali nel deserto’. Grandi insediamenti
industriali non supportati da una capillare rete di attività produttive
leggere, flessibili, innovative, dinamiche, radicate nel territorio, non
creano nessun vero sviluppo economico. Ciò che è accaduto
nel nostro polo industriale è emblematico.Vogliamo ripetere lo
stesso errore con il turismo? Disseminare la costa siracusana di mega
strutture ricettive, grandi villaggi che restano isolati dal contesto,
usano il territorio, restituiscono al territorio poco, siamo sicuri che
sia la strada giusta per lo sviluppo turistico della nostra provincia?
3) Creare un ‘capitale sociale’ in grado di favorire lo sviluppo
economico. «Il capitale sociale si può considerare come l’insieme
delle relazioni sociali di cui un dispone un soggetto… in un determinato
momento. Attraverso il capitale di relazioni si producono risorse cognitive,
come le informazioni, o normative, come la fiducia…» (C. Trigilia).
Favorire lo sviluppo di capitale sociale è compito specifico della
classe dirigente di una società. La constatazione dell’insufficienza
di capitale sociale presente nella nostra società siracusana non
è un giudizio (negativo) implicito sulla classe dirigente (passata
e presente) di questa provincia?
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