scuola, destra e sinistra

  di michele accolla  

 

Ricordate la scuola delle tre i?
Eccola: improvvisazione, incompetenza, ignoranza, sembrano ispirare ogni azione del governo che riguardi la scuola.
Di certo quella del centro-destra è una scuola più povera. Più povera di mezzi e più povera di idee, ma sarebbe superficiale liquidare con una battuta i provvedimenti sulla materia, senza cogliere il filo che li lega definendo una precisa concezione della scuola, e quindi della società.
Sarebbe un errore grossolano e imperdonabile pensare che il confronto sia tra la scuola dei buoni (noi) e quella dei cattivi (loro).
Sulla scuola non si sta realizzando lo scontro tra le forze del bene e quelle del male, tra il giusto e l’errore.
Proviamo a guardare a quello che succede pensando che di scuole possibili ce ne sono almeno due.
La prima è quella di chi la vuole strumento di affermazione dell’individuo, al quale va garantita in pieno l’espressione delle proprie potenzialità.
La seconda è quella di chi pensa alla scuola come il luogo della formazione umana e della socialità, dello scambio e dell’integrazione, della crescita collettiva e della società.
Alla prima idea di scuola corrisponde il superamento di ogni possibile ostacolo o limite all’affermazione delle potenzialità dell’individuo, al prezzo di rinunciare alla solidarietà.
Alla seconda corrisponde un livellamento delle opportunità, che non diventa necessariamente appiattimento dei risultati, al costo di sacrificare qualche competenza.
Il governo Berlusconi, coerente in questo ancora una volta con la sua visione della società, persegue la prima strada.
La separazione precoce delle carriere scolastiche, com’è definita nel progetto di riforma Moratti-Bertagna, prevede la scelta tra istruzione (liceale) e formazione (professionale) di fatto a soli 13 anni. E’ un provvedimento che va nella direzione di promuovere i talenti e le potenzialità, creando un contesto scolastico più omogeneo, ‘depurato’ dai ragazzi più a rischio di insuccesso, la cui presenza in classe finirebbe per frenare lo slancio didattico e quindi turbare l’equilibrio di quelle che gli insegnanti amano definire le ‘belle classette’.
E’ il ritorno, poco importa quanto consapevole, a una scuola di selezione in cui i giovani più promettenti perderebbero ogni possibilità di contaminazione culturale da parte dei meno motivati e capaci, che poi spesso sono quelli che provengono dalle famiglie più disagiate.
E ancora una volta questo governo parla al ventre degli italiani.
E’ tutt’altro che scontato infatti che la scuola della destra sia minoritaria nel nostro paese.
E’ certo piuttosto come nessuno voglia pagare i costi di una scuola che produce segregazione.
Resta quindi aperto il dibattito sul come, ma la sensazione è che la ‘voglia di star bene in classe’ associata ad una visione gerarchica dei saperi, mai superata, finisca per rendere la riforma Moratti meno banale ed abominevole di quanto possa sembrare a prima vista.
Ma la scuola costruisce, anche se in concorso con altre agenzie, la società: è quindi facile cogliere la prospettiva di una società dell’individuo, della competizione, del vincente, così cara alle forze politiche e sociali della maggioranza che governa il paese.
Si definisce così il profilo di una scuola della competizione, piuttosto che del confronto, dell’esclusione piuttosto che dell’integrazione, della conservazione piuttosto che della contaminazione sociale e culturale.
Visto in questa ottica, anche il buono scuola, che rappresenta il sostegno economico alla scelta di una scuola anche privata, va oltre il saldo di un impegno elettorale per diventare elemento importante nella costruzione di questa prospettiva di scuola.
C’è allora da sostenere con forza e convinzione le ragioni, tutte politiche della scuola dell’Ulivo, evitando di cedere, una volta di più, alla spocchiosa tentazione di ritenere ovvie le nostre ragioni, perché non è assolutamente detto che siano condivise dalla maggioranza degli italiani.
Si dovrà attaccare la differenziazione tra licei e formazione professionale: troppo precoce.
Si dovrà combattere quella trasformazione dell’obbligo scolastico in diritto-dovere all’istruzione-formazione, evidenziando che non si tratta di vuote definizioni: la violazione di un obbligo è infatti sanzionabile la rinuncia a un diritto-dovere no.
E infine quella sorta di ‘pay school’ che sono i laboratori, come previsti nel progetto Bertagna, che riducendo il monte ore delle discipline obbligatorie, da la possibilità di ‘appaltare’ pezzi di attività didattica a enti o professionisti esterni alla scuola.