prendersi cura della storia
delle nostre città

  intervista a salvo adorno  


dialogo con Salvo Adorno sulle politiche culturali della sinistra

D. Quali dovrebbero essere le politiche culturali della sinistra
R. Non mi va di parlare di queste cose pratiche da amministratori, vorrei fare discorsi più astratti e fondativi.
D. Si spieghi meglio…in modo meno astratto
R. Parliamo di identità ad esempio
D. E’ un concetto molto di moda, un po’ ambiguo.
R. Infatti. Il tema si presta a diversi usi culturali e politici. L’identità si definisce per contrapposizione e differenziazione, per specificare le peculiarità di un territorio e dei cittadini che lo abitano. In Europa abbiamo visto aggregare intorno a simboli, racconti, miti e radici etniche e religiose una comunità per contrapporla ad altre o per chiudersi ai processi migratori e al contatto con il diverso. In Italia i localismi regionali hanno stigmatizzato le differenze in funzione di autotutela dei vantaggi acquisiti (nord) o di rivendicazione per i torti subiti - veri o presunti (sud).
Questo modo di intendere l’identità esprime una cifra egoistica e conflittuale: è un’identità chiusa.
D. Un uso questo dell’identità più affine alla cultura della destra.
R. Sicuramente. Ma c’è un’altra lettura dell’identità che nasce dalla conoscenza e dall’esplorazione attenta e metodica delle risorse naturali, materiali, morali e culturali di un territorio. E’ un esercizio di consapevolezza sui limiti e le potenzialità di un territorio amministrato per produrre un sapere in grado di progettare il futuro, spostando la soglia dei limiti e sfruttando le potenzialità inespresse. Una identità che sostituisce all’idea del conflitto quella della competizione tra le città e i sistemi territoriali, valorizzando le specificità locali come risorsa nel mercato globalizzato delle opportunità.
D. Questa è più di sinistra?
R. Di una sinistra riformista che si fa carico di un’intera comunità amministrata e che da una parte aggrega intorno a valori e linguaggi comuni e dall’altra mantiene forte il senso dell’accoglienza e del rispetto delle diversità. Il primo a capirlo fu Bassolino a Napoli che si pose l’obiettivo di ridare dignità alla città a partire dalla risorse del suo territorio, intese come patrimonio di tutti i napoletani.
D. Questa è l’identità. E a Siracusa?
R. Cosa marca di più l’identità dei siracusani: il teatro greco, la zona industriale, Ortigia, Archimede o Santa Lucia, la bonomia o l’invidia?
D Così invertiamo i ruoli e finisce che le domande le fa Lei. Comunque è una domanda banale a cui non si può rispondere.
R. Infatti è una domanda provocatoria. L’ho posta per sostenere che il territorio è un giacimento che sedimenta oggetti di ogni genere e accumula identità stratificate, tocca alla politica selezionare gli oggetti su cui costruire i modelli, i valori, l’identità in cui il cittadino può riconoscersi. Perché, qualcuno ha scritto, e io ci credo, che la storia i beni culturali e l’ambiente conferiscono identità solo se diventano oggetto di valorizzazione attiva, solo se sia ha cura nei loro confronti. Ecco, la risposta alla domanda iniziale potrebbe essere questa.
D. Secondo Lei la politica culturale della sinistra dovrebbe dunque consistere nel prendersi cura dell’identità. Non le sembra una cosa più da psichiatri che da politici?
R. Lei pensa che si possa governare un processo complesso di transizione da un modello di sviluppo basato sull’industria fordista a uno basato sul turismo e i beni culturali senza intervenire su quel campo astratto e impalpabile che è la costruzione del senso di appartenenza alla comunità che si trasforma? Io no. La sinistra dovrebbe mostrare maggiore sensibilità nei confronti del tema dell’identità declinandolo sul versante aperto dell’integrazione, dello sviluppo sostenibile, della valorizzazione delle risorse locali.