tempo di scuola

  di michele accolla  

 

Settembre, tempo di scuola. Riprendono le attività didattiche, si discute di riforme e cambiamenti, di tagli e spese. Per qualche giorno la scuola torna al centro del dibattito nazionale, per poi rapidamente eclissarsi nelle routine delle sue aule e dei suoi corridoi.
Eppure è quanto mai necessaria una severa riflessione, che vada oltre le polemiche e le accuse, e affronti il tema della profonda crisi di senso che attraversa la scuola.
La scuola è stata, e in fondo lo è ancora, lo strumento attraverso il quale gli adulti hanno integrato, e integrano, le giovani generazioni al proprio sistema di valori e conoscenze; per sua natura è uno strumento di conservazione e di integrazione.
Così ha funzionato per oltre un secolo, selezionando le conoscenze ritenute importanti per la crescita e lo sviluppo della propria società, da conservare e trasmettere.
Alla scuola è stato richiesto un forte radicamento nella tradizione culturale, di guardare più alla memoria, al nostro passato che non di contribuire alla costruzione di scenari futuri, è stato richiesto di formare i giovani secondo itinerari culturali che sono stati considerati, per lungo tempo, unici e immutabili.
E’ stata la scuola del potere centralizzato, la scuola delle circolari e dei programmi ministeriali; una scuola che non va demonizzata, ma che, al contrario, ha svolto in modo eccellente il proprio compito.
Era una scuola che operava, per usare la definizione degli studiosi, in una logica di 'razionalità assoluta'. Tutto era programmabile, tutto sostanzialmente prevedibile, in una società abbastanza omogenea e ‘controllabile’.
Quella scuola non c’è più, e non può esserci più, perché quella società non c’è più!
La società è profondamente cambiata,
E' necessario un approccio nuovo, capace di interpretare la società moderna, le dinamiche legate alla complessità dei fenomeni sociali che coinvolgono la scuola. Non è più possibile prevedere le risposte ad esigenze che loro stesse non sono del tutto prevedibili.
L’autonomia scolastica rappresenta ad oggi la risposta legislativa più significativa a questi mutamenti. L’autonomia rappresenta uno strumento di governo della complessità, uno strumento capace di tenere conto delle diversità delle singole realtà e delle disomogeneità che sono ormai elemento costitutivo della società in cui opera la singola scuola.
A renderne più difficile il ruolo, si sommano a quanto detto la perdita di efficacia delle tecniche tradizionali di insegnamento e la pressione esercitata sulla scuola perché svolga il ruolo di motore dell'innovazione della società.
Si tratta di problemi in gran parte recenti, che rischiano di soffocare la scuola, seppellendone la propria identità passata senza costruirne adeguatamente una nuova.
Le impegnative domande che la società pone oggi alla scuola trovano d’altronde risposte generalmente deboli, quando non del tutto improvvisate, si pensi alla scuola delle tre i. La stessa attuazione dell'autonomia ha generato in molte scuole una proliferazione di attività e progetti non sempre adeguatamente integrati nel complesso della attività didattiche, finendo per creare confusione, disorientamento e spreco di risorse: in qualche caso un vero caos formativo.
In un momento così complesso, la scuola paga l’assenza di una comunità scientifica di riferimento.
In qualunque ramo dell'attività umana, una nuova scoperta scientifica o metodologica, una volta sperimentata e validata, diventa in breve tempo patrimonio dell’intera comunità professionale.
Non è così per la scuola. I pedagogisti e glistudiosi sembrano a volte parlare di una scuola che esiste solo nei loro modelli teorici.
Poco o nulla viene fatto per costruire risposte adeguate e attuabili alle esigenze che emergono dalla realtà quotidiana di tante scuole.
Ci si limita a qualche parola d’ordine, che di volta in volta finisce per diventare slogan o moda, piuttosto che conquista scientifica e patrimonio culturale condiviso del mondo della scuola.
Ne è esempio lo stucchevole dibattito sulla differenza tra unità didattica e unità di apprendimento, sottolineata nella riforma Moratti.
Senza voler sminuire l’importanza e l’esigenza di una buona riforma della scuola, è tuttavia necessario che proceda la discussione sui contenuti e sulle metodologie, in modo da coinvolgere consapevolmente l'intera comunità professionale. Nulla è scontato in una fase complessa come quella che stiamo attraversando, e non ci si può illudere che i circa 800 mila insegnanti, ciascuno per proprio conto, o nelle singole scuole, se non adeguatamente assistiti, abbiano gli strumenti, non solo culturali, per disegnare il nuovo ruolo della scuola nella società.
E' necessario piuttosto un vero impegno collettivo del mondo della cultura, oltre che di quello politico, per mettere la scuola al centro del dibattito nazionale, trovando i mezzi opportuni perché quello della scuola e della formazione dei giovani, diventi un tema vero del dibattito e del confronto nel nostro paese.
Del resto Bill Clinton, per accendere il dibattito sulla riforma sanitaria negli USA e costruire intorno ad essa il consenso dell’opinione pubblica fece perfino ricorso ad alcuni bravi sceneggiatori di Holliwood che, a questo scopo, lanciarono il serial tv ‘E.R.’.
E intanto, buon anno scolastico a tutti.

superare il guado della modernità