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Il mestiere di una minoranza di
partito è molto difficile. Soprattutto se non esiste una vera
linea politica della maggioranza e ancor di più se i massimi dirigenti
del partito sanno dire soltanto che vogliono fare un altro partito.
Così la minoranza, al di là delle intenzioni, è costretta
a dire tutto il bene del partito che c’è, pur essendo la componente
più interessata a criticare la situazione esistente. Il paradosso
si complica ulteriormente poiché la maggioranza che guida da tanto
tempo il partito, portandone una qualche responsabilità, riesce
ad evitare un bilancio veritiero di ciò che il partito è diventato
nella realtà quotidiana.
Pensare come partito, ce lo insegnavano i nostri padri, significa pensare
il problema del Paese. Problema molto più grave di come lo rappresenta
un certo bla-bla politico-giornalistico. Non è solo debito pubblico,
crisi produttiva, impoverimento dei lavoratori, degrado morale, fratture
sociali, depauperamento delle risorse culturali, volgarizzazione dello
spirito pubblico. No, non è un insieme di crisi settoriali, si tratta
di un movimento generale di decadenza del Paese.
La decadenza è una cosa più grave del declino. La differenza è tutta
politica. Si ha una decadenza quando la classe dirigente è incapace
di trovare una via d’uscita, quando essa stessa è parte della
crisi e finisce per accentuare tutti gli altri fattori.
L’inadeguatezza è sotto gli occhi di tutti. L’ultima
vera decisione che ha cambiato il Paese è stata l’ingresso
nell’euro. Poi l’Ulivo non riuscì a fare altro e la
destra ha aiutato per la discesa. Nel frattempo l’Italia entrava
nel nuovo mondo della conoscenza e della competizione globale, ma non ce
la faceva a tenere il passo, arretrava, ripiegava su se stessa in una corsa
frenetica verso la rendita e le corporazioni. Lo stile e le soluzioni,
certo, erano diverse tra noi e loro, ma l’agenda politica è rimasta
sempre la stessa: parametri di Maastricht, costo del lavoro, liberalizzazioni
e riforme istituzionali.
La bella vittoria del No al Referendum è il simbolo della fine di
un ciclo politico. Viene meno il mito fondativo della Seconda Repubblica.
Il ceto politico-giornalistico perde l’orsacchiotto con cui si è trastullato
in questi anni per non pensare ai veri problemi italiani. La verità è che
ad aver bisogno di una seria riforma non sono le istituzioni ma i partiti.
La sconfitta di Berlusconi segna la fine di una fase politica più lunga.
Destra e sinistra se le sono date di santa ragione, ma nessuno dei due
poli è riuscito a cogliere una vittoria strategica, perché nessuno
dei due aveva una vera strategia per l’Italia del futuro. Il decennio
finisce in pareggio, con una preziosa vittoria elettorale, ma senza un
vero vincitore politico. La nostra è una vittoria fredda, colta
più per demeriti altrui che per meriti nostri.
La lunga transizione italiana è senza esito. La famosa Seconda Repubblica è finita
in una morta gora. Politica, società e istituzioni galleggiano in
acque stagnanti. Chi riuscirà a trovare un varco e a rimettere in
movimento il fiume, guiderà il Paese per un lungo periodo.
Come in altri momenti storici l’Italia può trovare la sua
via solo tramite una grande innovazione politica. Non riuscimmo a compierla
dall’opposizione, bisogna provarci dal governo. Ma guai a chiuderci
nell’amministrazione. Si deve lavorare su due fronti contemporaneamente.
Buone riforme, il pacchetto Bersani è un buon inizio, e rinnovamento
dei partiti.
Solo se riuscirà a cambiare l’agenda del decennio passato
il Governo di centrosinistra avrà un futuro. Solo un partito che
si rinnova profondamente può mettere in movimento le energie per
governare il Paese. Solo una grande forza di sinistra può essere
capace di riportare la società italiana al centro della politica
nazionale. Questo dovrebbe essere il compito dei DS.
Non sono tempi che la sinistra debba rimanere disoccupata. E non c’è bisogno
di cercare la sua funzione nella nostalgia del tempo che fu, né in
astratte tavole dei valori, né nella rivendicazione minoritaria.
Il compito della sinistra nasce dalla realtà, se solo si tornasse
a guardare alle grandi fratture e alle grandi arretratezze della società italiana.
Due caratteri differenziano per ordini di grandezza l’Italia dal
resto d’Europa: lo spreco della gioventù e la condizione subalterna
delle donne.
Nessun altro Paese mantiene i giovani in famiglia fino a 30 anni e nel
precariato fino e oltre 40 anni. Senza ricambio generazionale non c’è inventiva
e non c’è mobilità sociale. Tornano le caste e la gerontocrazia.
Per questo l’Italia diventa sempre più un paese stanco, rivolto
al passato, senza tensioni verso l’avvenire. Rischia in tal modo
di smarrire la creatività, l’unica risorsa nazionale di lunga
durata.
Le giovani donne si laureano prima e meglio degli uomini, eppure presentano
tassi di occupazione venti punti più bassi rispetto ai paesi europei.
Come mai dopo tanti anni di femminismo ritornano ruoli sociali e familiari
così fortemente gerarchizzati? Lo stesso rigurgito di familismo
non è altro che la conseguenza di un ripiegamento del ruolo delle
donne, determinato anche dalle nuove incombenze di cura degli anziani,
non sorrette da un’adeguata rete di servizi sociali.
Tutto ciò appanna le energie vitali della società italiana,
aumenta il conformismo, espone l’opinione pubblica ai nuovi fondamentalismi
e agli attacchi alla laicità dello Stato. Su queste grandi fratture
della società si dovrebbe misurare l’organizzazione politica,
la ricerca culturale e l’azione riformatrice della sinistra.
Certo, ciò richiede il rilancio delle politiche pubbliche, questo è ormai
ampiamente condiviso, ma forse dovremmo dire di più, richiede il
rilancio della funzione dello Stato. Nell’ubriacatura degli anni
Novanta si arrivò a profetizzarne addirittura l’estinzione,
ma ora si comincia a vedere che nella globalizzazione lo Stato non è affatto
eliminato, anzi è il vettore che consente ai Paesi di penetrare
nella competizione mondiale.
Stato non significa astratte ingegnerie istituzionali, ma tessuto connettivo
di un Paese, grandi mete collettive, beni comuni che migliorano le opportunità individuali.
Eppure, dire più Stato oggi in Italia, dobbiamo riconoscerlo, finisce
per significare più burocrazia e qualche consiglio di amministrazione
in più. Dobbiamo dirci con franchezza che per fare nuove politiche
pubbliche devono cambiare i partiti, a cominciare dal nostro.
La riduzione dei partiti a ceto politico, sempre alla ricerca di posti,
di prebende e di notabilati, è l’impedimento che blocca una
vera azione riformatrice.
Eppure, non mancherebbero le energie per rinnovare i nostri partiti. Abbiamo
un elettorato fantastico, saggio e intelligente. Si è abituato da
tempo a fare da solo, senza bisogno di una direzione politica. Per ben
tre volte in pochi mesi ha risolto problemi che il gruppo dirigente del
centrosinistra era riuscito solo a complicare. Con le primarie ha dato
lo slancio a Prodi, spazzando via i trucchetti di vertice, alle politiche è arrivato
a superare il record di 19 milioni, nonostante la campagna elettorale tafaziana
dei nostri leader, e al referendum ha salvato la Costituzione, mentre i
nostri capi rincorrevano con ansia gli argomenti della destra.
Se ci fosse un partito serio e intelligente, almeno quanto il suo elettorato,
la sinistra sarebbe imbattibile.
Sì, un partito, perché dopo la saturazione dei talk show
si torna a capire il valore dell’organizzazione politica. Lo ha capito
da tempo la destra americana con la capacità di inventare una propaganda,
di promuovere le sue scuole di politica, di spostare le pedine sul territorio,
di unificare bisogni sociali differenziati in un frame comunicativo. Così è nato
il paradosso dei poveri che votano per i ricchi, degli emarginati che sperano
solo nella destra.
La spoliticizzazione delle classi subalterne è il fenomeno storico
che ha messo in difficoltà la sinistra, non solo italiana. Quando
ci decideremo a parlarne, a capirne le ragioni e a trovare rimedi?
Gli argomenti non mancano per una sinistra moderna. L’Italia ne avrebbe
proprio bisogno. Voi come sinistra DS avete dato un contributo prezioso
in questi anni. Personalmente non ho aderito a questa corrente, né ad
altre, ma ho condiviso molte vostre scelte di contenuto. Come militante
di questo partito mi permetto di dire che nei prossimi mesi dovete fare
ancora di più, non ragionare come minoranza, ma come foste una maggioranza.
Collocatevi come la forza che propone una soluzione non per sé,
ma per l’intero partito. Lasciate per un momento sospesa la domanda
quale partito, poi a tempo debito ne discenderemo anche le scelte di appartenenza.
l'intervento
di walter tocci al convegno della sinistra ds a roma, il 2 luglio
scorso
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