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C’era una volta una festa
al parco di Bosco Minniti con tanto di teatrino delle marionette. Tre
anni fa, ed era una delle tante iniziative pensate dalla gente del quartiere
per valorizzare quel sito che a tutt’oggi è il-parco-che-non-c’è.
Un gruppo di bambini, classificabile tra i cosiddetti “minori a rischio”,
rognosetti e sfrontati, si divertivano a disturbare, a provocare, a creare
malumore tra quanti volevano vivere serenamente la festa. Ma un paio di
giovani, piuttosto che scacciali a pedate, come molti auspicavano, si misero
a tu per tu con loro sfidandoli a riuscirci loro a fare di meglio e a metter
su un teatrino più simpatico. La sfida fu raccolta. Cominciò allora
una storia a tappe settimanali. Quei due giovani li incontravano al parco
e con quantità industriali di pazienza cominciarono a insegnargli
le tecniche per creare il necessario per metter su qualche spettacolino.
Quei ragazzini di strada si mostrarono subito attratti dalla break dance
e in realtà erano bravi. Ma anche come arti figurative non c’era
che dire.
La loro specialità comunque rimaneva quella di esasperare con continue
manifestazioni di violenza verbale e materiale chiunque li approcciasse.
Qualcuno li chiamava “cani randagi”. Il parco era il loro territorio
e non di rado chi ci andava a passeggiare o a ballare doveva fare i conti
con loro (pietrate, diciamo, e raffiche di turpiloquio degno di chi porta
giacca e cravatta). Il loro territorio: se lo curavano a un certo punto,
e guai a chi lo sporcava ! Il magazzino vicino ai gabinetti era diventato
la loro sede, il loro…covo.
Giustamente Lor Signori Che Siedono Nelle Poltrone Comunali tanto fecero
che riuscirono a buttarli fuori dal cosiddetto parco. E trovarono una stanza
in parrocchia dove a tutt’oggi si incontrano.
Cominciarono a sentirsi un gruppo.
Si diedero il nome di “amici di strada”.
Quei due giovani che stavano con loro poco a poco diventarono tre, poi
quattro e oggi sono dieci. Oggi si chiamano “L’equipe educativa
degli amici di strada”.
Dopo tre anni di strada insieme la loro non è più la sede
del gruppo.
E’ la loro casa. La abitano tutti i giorni. Ci giocano, ci ballano,
ci mangiano, ci si vedono i film, ci discutono (si, ci discutono!), a volte
ci dormono.
Sono spaventosamente e dolcissimamente uniti.
Si rispettano. Ragazzi e ragazze. Avvertono forte il bisogno di sentirsi
uniti. Amano appoggiarsi, anche fisicamente gli uni agli altri. Quante
volte li ho visti uno appollaiato sull’altro davanti alla televisione
a comunicarsi vicinanza. Un bisogno fisico di non sentirsi soli. Hanno
la certezza di essere considerati, chiamati con rispetto, essere amati.
Quando l’anno scorso venne il vescovo per il 25° di sacerdozio
di p. Carlo, durante la messa, fecero esplodere la musica e al centro della
chiesa attaccarono una break dance che il vescovo e tutti quanti applaudirono
a lungo, compresi quelli che in parrocchia proprio ne avevano le tasche
piene della loro rumorosa e poco devota presenza.
Ora sono tre anni che stanno insieme da amici di strada.
Che ragazzi straordinari sono! Ci fanno sentire importanti.
Sono entrati prepotentemente nella nostra vita e non vogliono più uscirne.
Ma come potrebbero uscirne? Ci ritroveremmo improvvisamente poveri, con
un grande vuoto. Com’è possibile rinunciare ai loro rumori,
alla loro esagerata invadenza?
Ora sta arrivando di nuovo la bella stagione e molte delle loro attività saranno
svolte al parco. Al parco? Quale parco? Nel desolato sito denominato “parco
di Bosco Minniti”. Ci andranno a giocare. Ci andranno ad organizzare
le loro cose come il Buttle Park invitandoci altri ragazzi di strada che
verranno anche da Catania.
E se io so che il parco nascerà, nonostante il disinteresse, il
menefreghismo e la miopia politica e civile di chi presiede al comune di
Siracusa, è perché il parco è della gente, è di
ragazzi come questi.
E nessuno se lo deve scordare.
Non pretendiamo che chi è politicamente limitato capisca il senso
della città. Ma perlomeno la smetta con la sua incapacità progettuale
di metterci il bastone tra le ruote.
Tra qualche mese al gruppo amici di strada si aggiungeranno altre decine
e decine di ragazzi che sulle carte ufficiali vengono definiti a rischio
(e in effetti sono a rischio di essere male amministrati). Dove li faremo
riunire? Chi ci darà una mano per creargli i presupposti affinché crescano
bene, diventino cittadini attivi e pensanti? Chi ci aiuterà a non
farli cadere nelle grinfie di chi sforna progetti educativi per poterci
mangiare di sopra?
Non lo so.
Ma noi siamo gente di fede. In Dio, o perlomeno nell’uomo. E di coraggio.
Quindi li accoglieremo.
Mi sembra tutto una fiaba. A lieto fine: i buoni (cioè questi ragazzi
che di buono ne hanno fin troppo) vinceranno, i cattivi scompariranno seppelliti
dalle loro carte e tutti vivremo un po’ più felici e contenti.
il
parco che non c'è
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