storie che succedono

  di padre carlo d'antoni  

 

C’era una volta una festa al parco di Bosco Minniti con tanto di teatrino delle marionette. Tre anni fa, ed era una delle tante iniziative pensate dalla gente del quartiere per valorizzare quel sito che a tutt’oggi è il-parco-che-non-c’è.
Un gruppo di bambini, classificabile tra i cosiddetti “minori a rischio”, rognosetti e sfrontati, si divertivano a disturbare, a provocare, a creare malumore tra quanti volevano vivere serenamente la festa. Ma un paio di giovani, piuttosto che scacciali a pedate, come molti auspicavano, si misero a tu per tu con loro sfidandoli a riuscirci loro a fare di meglio e a metter su un teatrino più simpatico. La sfida fu raccolta. Cominciò allora una storia a tappe settimanali. Quei due giovani li incontravano al parco e con quantità industriali di pazienza cominciarono a insegnargli le tecniche per creare il necessario per metter su qualche spettacolino. Quei ragazzini di strada si mostrarono subito attratti dalla break dance e in realtà erano bravi. Ma anche come arti figurative non c’era che dire.
La loro specialità comunque rimaneva quella di esasperare con continue manifestazioni di violenza verbale e materiale chiunque li approcciasse. Qualcuno li chiamava “cani randagi”. Il parco era il loro territorio e non di rado chi ci andava a passeggiare o a ballare doveva fare i conti con loro (pietrate, diciamo, e raffiche di turpiloquio degno di chi porta giacca e cravatta). Il loro territorio: se lo curavano a un certo punto, e guai a chi lo sporcava ! Il magazzino vicino ai gabinetti era diventato la loro sede, il loro…covo.
Giustamente Lor Signori Che Siedono Nelle Poltrone Comunali tanto fecero che riuscirono a buttarli fuori dal cosiddetto parco. E trovarono una stanza in parrocchia dove a tutt’oggi si incontrano.
Cominciarono a sentirsi un gruppo.
Si diedero il nome di “amici di strada”.
Quei due giovani che stavano con loro poco a poco diventarono tre, poi quattro e oggi sono dieci. Oggi si chiamano “L’equipe educativa degli amici di strada”.
Dopo tre anni di strada insieme la loro non è più la sede del gruppo.
E’ la loro casa. La abitano tutti i giorni. Ci giocano, ci ballano, ci mangiano, ci si vedono i film, ci discutono (si, ci discutono!), a volte ci dormono.
Sono spaventosamente e dolcissimamente uniti.
Si rispettano. Ragazzi e ragazze. Avvertono forte il bisogno di sentirsi uniti. Amano appoggiarsi, anche fisicamente gli uni agli altri. Quante volte li ho visti uno appollaiato sull’altro davanti alla televisione a comunicarsi vicinanza. Un bisogno fisico di non sentirsi soli. Hanno la certezza di essere considerati, chiamati con rispetto, essere amati.
Quando l’anno scorso venne il vescovo per il 25° di sacerdozio di p. Carlo, durante la messa, fecero esplodere la musica e al centro della chiesa attaccarono una break dance che il vescovo e tutti quanti applaudirono a lungo, compresi quelli che in parrocchia proprio ne avevano le tasche piene della loro rumorosa e poco devota presenza.
Ora sono tre anni che stanno insieme da amici di strada.
Che ragazzi straordinari sono! Ci fanno sentire importanti.
Sono entrati prepotentemente nella nostra vita e non vogliono più uscirne. Ma come potrebbero uscirne? Ci ritroveremmo improvvisamente poveri, con un grande vuoto. Com’è possibile rinunciare ai loro rumori, alla loro esagerata invadenza?
Ora sta arrivando di nuovo la bella stagione e molte delle loro attività saranno svolte al parco. Al parco? Quale parco? Nel desolato sito denominato “parco di Bosco Minniti”. Ci andranno a giocare. Ci andranno ad organizzare le loro cose come il Buttle Park invitandoci altri ragazzi di strada che verranno anche da Catania.
E se io so che il parco nascerà, nonostante il disinteresse, il menefreghismo e la miopia politica e civile di chi presiede al comune di Siracusa, è perché il parco è della gente, è di ragazzi come questi.
E nessuno se lo deve scordare.
Non pretendiamo che chi è politicamente limitato capisca il senso della città. Ma perlomeno la smetta con la sua incapacità progettuale di metterci il bastone tra le ruote.
Tra qualche mese al gruppo amici di strada si aggiungeranno altre decine e decine di ragazzi che sulle carte ufficiali vengono definiti a rischio (e in effetti sono a rischio di essere male amministrati). Dove li faremo riunire? Chi ci darà una mano per creargli i presupposti affinché crescano bene, diventino cittadini attivi e pensanti? Chi ci aiuterà a non farli cadere nelle grinfie di chi sforna progetti educativi per poterci mangiare di sopra?
Non lo so.
Ma noi siamo gente di fede. In Dio, o perlomeno nell’uomo. E di coraggio. Quindi li accoglieremo.
Mi sembra tutto una fiaba. A lieto fine: i buoni (cioè questi ragazzi che di buono ne hanno fin troppo) vinceranno, i cattivi scompariranno seppelliti dalle loro carte e tutti vivremo un po’ più felici e contenti.

il parco che non c'è