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| di sara parisi | ||
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Immagino che l’INDA (Istituto Nazionale Dramma Antico) nutra grandi aspettative per il ciclo di rappresentazioni classiche che si svolge nell’incantevole scenario del Teatro Greco di Siracusa e che è ora pronto a spegnere le sue 42 candeline dopo innumerevoli successi. Quest’anno, tra le tragedie che verranno rappresentate, figura anche “Le Troiane”, uno dei drammi di Euripide più belli ed importanti dell’intero panorama greco, a cui è affidato l’onore di inaugurare il calendario degli spettacoli l’11 maggio. La tragedia, che sarà diretta da Mario Gas, andò in scena per la prima volta nel marzo del 415 a. C. e fu ideata da Euripide come profondo compianto per le vittime del furore bellico e severo monito contro la brama di potere che trascina i conquistatori nell’ingiustizia. Essa analizza i meccanismi più nascosti che regolano l’esistenza umana, concentrandosi sul concetto di “Vittoria” che appare labile e fuggevole. La tragedia si apre con una scena drammatica, che purtroppo ancora oggi, in alcune zone del mondo, troppi uomini e donne sono costretti a rivivere: la città di Troia è ormai stata distrutta, rimangono solo pochi ruderi di quello che un tempo era stato un fiorente centro abitato. Sulla scena appare poi il coro delle donne troiane, con a capo Ecuba, vecchia regina di Troia e quindi madre dolorosa dei vinti, che in un mirabile canto rievoca la notte in cui la città fu devastata. L’anziana donna, in un certo senso, resta regina perché, senza bisogno di corona, guida ed incoraggia le altre prigioniere, fondando la sua nuova grandezza non più sullo sfarzo delle vesti o sul potere dato da uno scettro, bensì sulla sua forza morale, cosa certamente più importante e degna di lode. Taltibio, l’araldo degli Achei, annuncia che Cassandra, la profetessa destinata a non essere mai creduta, è stata assegnata ad Agamennone, mentre Andromaca, moglie del defunto Ettore, a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo. Entrano poi in scena Menelao ed Elena che cerca di giustificare il proprio adulterio, mentre Ecuba la maledice chiedendo la sua morte. Ma il momento principale del dramma, quello in cui la sventura di Troia e il disonore dei Greci raggiungono il culmine, è l’assassinio del piccolo Astianatte, figlio di Ettore, che viene fatto precipitare dalle mura della città. La nonna Ecuba compie il rito funebre, durante il quale la lucidità della sofferenza risulta più commovente di un urlo di dolore ed invano ella cerca di trovare un senso alle sofferenze sue e della sua gente. Infine lo scudo di Ettore chiuderà per sempre nel suo abbraccio il corpo del figlioletto, conservandone la memoria che nessuna violenza degli uomini potrà mai cancellare. Credo che tra tutte le opere dell’antichità, “Le Troiane” sia quella che più di tutte mette in risalto l’importanza della pace come portatrice di benessere e di vera giustizia; non c’è onore in una guerra, solo vittime, questo è ciò che ci dice Euripide, conscio di dire una verità scomoda e contraria alla morale del tempo, che vedeva nella guerra una scelta inevitabile, anche se dolorosa. Proprio per questo penso che “Le Troiane” sia una tragedia attualissima, che ci permette di osservare, dopo tanti secoli, il mondo di allora, come da uno spiraglio privilegiato, ma anche di giudicare e criticare meglio le scuse che i potenti di oggi adducono per giustificare nuove ed inutili guerre. Essa dimostra quanto la sorte dei vinti e quella dei vincitori sia identica in tutta la sua sofferenza, il suo orrore, la sua miseria, proprio per questo viene a crearsi tra loro una sorta di complicità, un’affinità contraddittoria rispetto alle norme codificate del sistema bellico che tendono, invece, a sottolineare il divario tra i popoli. La guerra appare quindi come un’incosciente violenza, l’esperienza che più brutalmente denuda la fragilità vanagloriosa dell’uomo, a questa conclusione giunge Euripide che, invitando il pubblico alla riflessione, dice, per bocca di Cassandra “Guerra, bisogna che la fugga chi ha giudizio”. |