fuochi fatui

  di enzo parisi  

 

Qualcuno ha definito semplicemente “scenografico” l’incendio scoppiato nel tardo pomeriggio del 30 aprile presso la raffineria ex Agip – oggi ERG – di Priolo e che ha tenuto in apprensione per giorni le popolazioni di Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa. E’ più o meno la stessa definizione che fu usata per lo scoppio dell’ICAM del 19 Maggio 1985, identica la strategia: minimizzare le dimensioni dell’incidente e del rischio, spostare in secondo piano l’analisi delle cause e delle responsabilità, negare la portata delle conseguenze ambientali e sanitarie. Incredibilmente, si è sostenuto che la nerissima nube scaturita dal rogo, e durata quasi due giorni, non era tossica e che i dati rilevati dalle centraline non segnalavano nulla di anomalo. Non è però così che si smorzano le preoccupazioni ed il risentimento dei cittadini verso una zona industriale che appare sempre più fonte di rischio e minaccia per la salute dei lavoratori e degli abitanti. Consapevole o meno che sia, la scelta di negare ciò che è evidente per i cittadini - e che produce inquietudine, malessere, incertezza e paura – è deleteria per la convivenza tra l’industria ed il territorio: essa contribuisce ad alimentare la crescente disaffezione degli abitanti verso il petrolchimico e rafforza l’opposizione contro i nuovi progetti industriali.
Non mancano certo fondate ragioni per nutrire diffidenza e avversare l’idea che altri impianti siano inseriti in un contesto in cui, piuttosto che depotenziati, i rischi si sono “naturalmente” moltiplicati per negligenza o per l’omissione d’interventi manutentivi.
Nel suo documento, all’indomani dello “scenografico” incendio, Legambiente ha sottolineato che “Dobbiamo con rammarico costatare che ad oltre 20 anni dalla direttiva Seveso, la gestione dei rischi connessi ad incidenti rilevanti – come è quello del 30 aprile di Priolo - è ben lontana dall’essere condotta in modo corretto. L’incidente è la riprova che sul tema della prevenzione dei rischi nel polo industriale l’attenzione è ancora troppo bassa...”.
C’è però un motivo più profondo che spiega l’atteggiamento negativo di popolazioni ed amministrazioni locali: non si comprendono né si condividono le finalità di progetti che appaiono, ancora una volta, slegati dalle esigenze e dalla capacità di sopportazione (o carring capacity) del territorio e che non sono supportati da Piani Energetici e Industriali a valenza nazionale o regionale. E’ questo il caso esemplare dei 5 inceneritori che si vogliono realizzare ad Augusta. Mentre la gestione dei rifiuti siciliani affidata al Commissario Cuffaro è palesemente fallita, si continua a puntare esclusivamente sul business dell’incenerimento, favorendo alcune aziende ma compromettendo irrimediabilmente la raccolta differenziata e causando un impatto ambientale insopportabile. Altrettanto esemplare il disegno di localizzare qui il terminale Erg-Shell per la rigassificazione di 12 miliardi di metri cubi l’anno di metano. Oltre al paradosso di apportare nuovi rischi ad un’area che non ne ha proprio bisogno, rimangono indecifrabili i motivi per cui il metano, utilizzato essenzialmente da grandi utenze del nord e del centro Italia, debba essere importato attraverso la Sicilia che già è il terminale per i gasdotti algerino e libico dai quali giungono circa 36 miliardi di m3 l’anno di gas. Il rigassificatore, isolato in un contesto che appare in via di inesorabile deindustrializzazione, neppure apporterebbe significativi benefici a fronte dei costi ambientali e dei rischi scaricati sulla collettività.
Il nuovo governo nazionale (ed il nuovo governo regionale che ci auguriamo di colore e di qualità diversa dall’attuale) si gioca la sua credibilità in Sicilia e a Priolo sulle questioni che riguardano l’ambiente, l’energia e l’industria. Occorrono, così come annunciava il programma dell’Unione, scelte che, tutelando l’ambiente e riducendo i rischi, rilancino una nuova fase industriale nel nostro Paese, puntando sulle fonti di energia pulite e rinnovabili. Nel caso contrario vedremmo avanzare lo sfascio e la nascita di qualche nuova “cattedrale nel deserto”.

l'attenzione sulla prevenzione dei rischi nella zona industriale è ancora troppo bassa