ecuba, una storia della sicilia

  di federico riso  

 

E’ Euripide il protagonista della stagione 2006 delle rappresentazioni classiche organizzate dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa: l’11 maggio debutterà la tragedia ‘Troiane’, per la regia di Mario Gas, seguita il giorno dopo dall’Ecuba, diretta dal regista Massimo Castri.
I due allestimenti saranno replicati a giorni alterni fino al 25 giugno.
Per quanto riguarda l’Ecuba, essa è una delle tragedie minori di Euripide, ma non certo indegna di figurare accanto alle sue sorelle maggiori.
Nessun altro dei tragici anteriori ad Euripide aveva fatto di Ecuba la protagonista di una tragedia, né il dolore di una madre il motivo principale di essa.
Tragedia del dolore, quest’Ecuba euripidea, del ‘dolore assoluto’ di una regina senza più patria, di una madre senza più figli.
La città di Troia è decaduta. Ecuba, moglie del re Priamo, e le altre donne di Ilio sono state ridotte in schiavitù dai Greci vincitori.
Venti contrari impediscono, tuttavia, il ritorno in patria della flotta achea, bloccata nelle coste del Chersoneso trace. Per assicurare il ritorno in patria, Achille pretende dai Greci il sacrificio, sulla sua tomba, di Polissena, figlia di Ecuba: lo riferisce nel prologo l’ombra di Polidoro, il figlio più giovane dei sovrani di Troia, che era stato ucciso dal re di Tracia Polimestore, per impadronirsi del tesoro di Priamo che il giovane aveva portato con se.
Pur essendo all’oscuro dei fatti, Ecuba presagisce in sogno le sofferenze dei suoi figli, come lei stessa racconta uscendo dalla tenda di Agamennone; ed è il coro delle prigioniere troiane a confermare le sue sensazioni, annunciando alla regina il sacrificio di Polissena deliberato dai Greci.
Nella seconda parte, l’Ecuba diventa tragedia della vendetta; proprio mentre si prepara a dare sepoltura a Polissena, la regina viene a sapere da un’ancella che il corpo di Polidoro, che Polimestore aveva gettato in mare, è stato sospinto dai flutti sulla spiaggia.
La nuova sciagura spinge oltre il limite il dolore della madre: ferocia chiama ferocia. Con il consenso di Agamennone, Ecuba attira Polimestore nella tenda, con il pretesto di dargli in custodia altro oro; poi, aiutata dalle prigioniere troiane, lo acceca e uccide i suoi figli.
La tragedia si chiude con le tremende profezie che, in preda a una furia implacabile, Polimestore grida contro Ecuba e contro il capo degli Argivi.
Ha ragione il regista Giovanni Anfuso, che dopo aver diretto una recente fortunata edizione della tragedia, sostiene come, parafrasando Quasimodo, il titolo più giusto per questa tragedia sarebbe ‘Mater dulcissima’, riferendo l’appellativo, senza un chiaro significato allegorico, tanto ad Ecuba, vecchia regina quanto alla terra di Troia, per le sue rovine e per i suoi morti ammazzati all’indomani di quelle stragi che tanto somigliano a quelle che noi siciliani di oggi conosciamo così bene.
L’Ecuba di Euripide è infatti dolore, violazione dell’ospitalità, senso di colpa, ma anche omicidio, tradimento, giustizialismo e non giustizia.
Lo stesso Anfuso racconta che un giorno Pirandello disse ai suoi allievi: “Chi crede di saper tutto sulla guerra dovrebbe leggersi la Ecuba di Euripide. Imparerà qualcosa che lo dissuaderà dal fare guerra!”.
“ Troia, quindi, come la Sicilia, i loro morti come i nostri, le loro madri come le nostre”.

due giovani studenti presentano le tragedie classiche della stagione organizzata dall'Inda di quest'anno, in scena al Teatro Greco di Siracusa dall'11 maggio al 25 giugno