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| di luca castello | ||
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È stato da poco celebrato
il funerale di alcuni soldati italiani, rimasti uccisi durante la loro
missione di pace. Gli ultimi martiri di una guerra che sulla carta non
esiste più. Le vittime di una corrotta ed ingiusta politica internazionale.
Caduti, per la patria. Per una patria che non è la loro, estranea,
sconosciuta; per un conflitto che non gli appartiene. Tutte le istituzioni
hanno espresso il loro disagio, il loro dolore, la vicinanza alle famiglie.
Tutti concordi: “Uniti in questi momenti oscuri per la nostra nazione”,
magari approfittando anche un po’ per ritoccare la propria immagine,
la pubblicità non fa mai male. Si arricchisce la dose con un buona
quantità di promesse e di buoni propositi per il futuro: “Non
si ripeterà mai più nulla di simile”. E la settimana
successiva nuovi titoli di cronaca nera riservati ad una missione di
pace un po’ ambigua, che merita la prima pagina, il dolore di tutto
il popolo italiano e minimo un giorno di lutto nazionale. Il resto dei
giornali perde luminosità e interesse. Sbiadisce a confronto di
quei titoli su quattro colonne. Solo piccoli ritagli che non commuovono,
e soprattutto non vendono. Di qualunque natura sia, ogni notizia, ogni
avvenimento passa in secondo piano. Giovani morti per strada, martiri
della società odierna. Non meriterebbero anche loro un minimo
di cordoglio, una bandiera a mezz’asta o una revisione dei valori
della nostra comunità? Cosa li differenzia dai loro coetanei colpiti
dalle bombe? I caduti sul posto di lavoro: operai, tecnici, volontari.
Vittime di disattenzione, di mal funzionamento delle attrezzature, della
fatalità o dell’imprudenza. Non potrebbero avere anche loro
una bella bandiera sulla bara? un operaio sano, vale quanto un soldato vivo |