la lezione è appena terminata

  di gris  

 

La lezione è appena terminata, mentre il suono liberatorio della campanella dà il via alla fuga: l’allegria precipitosa dei ragazzi cerca aria, luce, movimento. Finisco di trascrivere sul registro gli argomenti del giorno, gli assenti, i compiti assegnati. Alzo gli occhi e guardo l’aula già deserta; sui banchi e a terra le tracce del nostro quotidiano soggiorno scolastico: gli involti accartocciati delle colazioni, fogli strappati o ridotti in coriandoli, fazzolettini. Turbato da una sottile inquietudine, rimetto in cartella i miei libri, quando dalla porta una voce mi chiama: - Scusi professore, posso cominciare?- Con la scopa in mano, dentro il suo camice azzurro, la signora delle pulizie avanza, seguita da un omone che regge un sacco nero per le immondizie. – Ma sì, prego. – rispondo, e cerco subito di giustificarmi per il surplus di lavoro che le toccherà fare per eliminare le abbondanti reliquie lasciate in giro dai ragazzi. Le dico che qualche giorno prima avevo fatto un lungo discorso in classe sul rispetto che si deve avere per il luogo in cui viviamo, per i beni comuni e per il lavoro degli altri; ma i discorsi non bastano e se non controlli tutto fino all’ultimo minuto, ti ritrovi addosso una collina di spazzatura. La signora mi guarda e sorride, mentre l’omone, che ha già svuotato il cestino, cancella energicamente i segni tracciati sulla lavagna. – Non si preoccupi, professore – riprende la donna – Cosa vuole, sono ragazzi. Lei, piuttosto, mi scusi se entro subito dopo la lezione, ma se non faccio così, non riesco a finire in tempo.- L’ascolto, ma con lo sguardo seguo i movimenti rapidi di quell’altro che sguscia veloce tra i banchi e le sedie, rimettendo tutto in ordine. Anche la signora ha cominciato a pulire, spazzando a terra e ammucchiando carta e polvere in un angolo. Sono ammirato dall’abilità con cui manovrano tra gli oggetti, ma anche un po’ infastidito per la rapidità, che a me pare svogliata, con cui entrambi svolgono il lavoro e mi trattengo ancora in aula. Senza smettere di spazzare, la signora mi dice: - Sono sedici. Sedici classi e un laboratorio. Ma il fatto è che abbiamo solo due ore di tempo. Mi pagano solo due ore e se non portassi mio marito con me, non ce la farei a pulire.- Guardo l’uomo, che non ha ancora detto una parola e ha preso a spolverare i ripiani dei banchi. – Per questo, riprende a dire la donna, non riusciamo a fare bene, come vorremmo; il tempo non basta. E poi, passate le due ore, scappiamo via da un’altra parte.- Tolgo la mia cartella dalla cattedra, mentre la signora con una mano spruzza il detergente sopra il ripiano e con l’altra passa rapidamente il panno. – Sa, per due ore al giorno, ogni fine mese prendo solo 260 euro, e mio marito è disoccupato, così viene ad aiutarmi.- L’uomo intanto tira via da sotto un banco un involucro appallottolato e una lattina con dentro ancora la cannuccia che fuoriesce appena in superficie. Sento crescere in me un leggero senso di smarrimento e d’imbarazzo; per scuotermi cerco di dire: Ma com’è possibile, soltanto due ore? Non avete provato a protestare, a chiedere che vi diano più tempo, vi facciano lavorare di più?- La donna adesso mi guarda con un’aria di un rimprovero che tace pensieri nascosti . - Ma lei lo sa, - mi dice – che è una fortuna avere questo lavoro e fuori c’è la fila che aspetta, sperando che uno di noi molli o che lo mandino a casa? Se non avessimo questo, come faremmo? In fondo all’aula l’uomo ha cominciato ad abbassare le persiane e chiude a scatto le imposte; in un attimo l’aula è buia e sembra spegnersi anche il rumore dei motorini che sale su dal cortile; i due riprendono in mano gli attrezzi e usciamo insieme fuori dall’aula. Arrivederci – faccio io, guardando in direzione dell’uomo per vedere se accenna a un saluto. Ma lui scompare, senza voltarsi, nell’aula accanto, mentre la signora mi sorride, con un viso tornato luminoso e mi dice: E’ un uomo stanco. Lo scusi. – E va via con la sua scopa in mano.
I corridoi della scuola sono deserti; allo schiamazzo festoso dell’ora d’uscita segue un silenzio quasi artificiale. Fuori dal portone d’ingresso m’investe una luce accecante che si moltiplica riflessa dai vetri delle auto in sosta; sono come stordito dal sole che abbaglia e da un senso di vuoto che m’ha preso alla testa. Sento un altoparlante gracchiare in lontananza un suono indistinto; poi lentamente s’avvicina e riconosco una musica e una voce che canta: Alzati, che si sta alzando, la canzone popolare…