danilo dolci

  di carmelo sgandurra  

 

L´indomani della sua morte (1997), sull´Unità, Salvatore Lupo definiva Danilo Dolci "l´intellettuale che combatté sempre contro mafia e banditismo" sottolineando l´impegno che aveva contraddistinto tutta la sua esistenza fino a fargli sfiorare il Nobel per la Pace nel 1981.
Triestino di nascita, Dolci aveva conosciuto l´Isola da bambino al seguito del padre che lavorava alla stazione di Partitico, ed era quasi trentenne quando decise di stabilirsi definitivamente nella Sicilia più misera. Si trattava di una vera e propria migrazione alla rovescia, nella terra da cui la gente scappava per non morire di fame, come quel bambino accanto a cui si distese per digiunare, con lo scopo di attirare l´attenzione delle autorità. Sull´esempio di Don Zeno Saltini, con cui aveva lavorato a Nomadelfia, fondò una comunità, il Mirto, presso Trappeto. Da qui svolse un´intensa opera di intervento sociale su più fronti, anticipando esperienze di "pianificazione dal basso", di "sviluppo di comunità", diventando un punto di riferimento per molti studiosi, pacifisti ed intellettuali del dopoguerra. Poteva annoverare tra i sostenitori e collaboratori, Carlo Levi, Paolo Sylos Labini, Aldo Capitini, Norberto Bobbio, Italo Calvino, Jean Piaget, Bertrand Russel, Erich Fromm, Antonino Uccello.
Pioniere delle inchieste sul territorio, tutta l´azione di Dolci era supportata da dettagliate ricerche con cui denunciava le condizioni di vita della provincia più profonda, gli sprechi e gli intrecci tra mafia e politica. Aveva censito le miserie, il degrado culturale, le malattie della Sicilia occidentale in pubblicazioni come "Banditi a partitico", "Spreco", "Racconti Siciliani". Laddove mancava la possibilità di esprimersi emergevano la violenza e l´aggressività. "Nella zona del peggior banditismo siciliano (Partinico, Montelepre, Tappeto) - scriveva Dolci - dei 350 fuorilegge solo uno ha entrambi i genitori che abbiano frequentato la IV elementare. A un totale di 650 anni di scuola corrispondono 3 mila anni di carcere."
Teorico del riscatto sociale attraverso lo sviluppo endogeno alimentò le sue lotte attraverso metodi nonviolenti come il digiuno e lo sciopero alla rovescia (ad es., ripristinare una trazzera con il lavoro gratuito di mille disoccupati). Uno dei risultati tangibili di queste lotte fu la diga sul fiume Jato per "l´acqua democratica", ottenuta contro le pressioni della mafia che sull´acqua speculava enormi profitti tenendo in pugno la popolazione.
Se l´emergenza continua aveva contraddistinto ed assorbito tutte le sue battaglie, negli ultimi anni il suo sguardo di studioso si era esteso ai rischi della comunicazione di massa, che Dolci arriva a negare, visto che avviene in una sola direzione. Giuseppe Barone ha scritto che "muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre società connessi al procedere della massificazione". Nemico giurato della "trasmissione delle informazioni", lui che aveva dedicato tutte le ricerche a sviluppare il metodo maieutico, arriva alla stesura di un vero e proprio manifesto: "Comunicare legge della vita" raccogliendo centinaia di contributi da Noam Chomsky a Don Ciotti. "La comunicazione è un atto creativo - sosteneva nella sua ultima lezione - una sorta di fecondazione o di parto. Se non nasce niente dall´incontro di due esseri, vuol dire che non c´è stata comunicazione."

biografia di un'esistenza alla rovescia