cinque per mille

  di luigi pasotti  

 

Il recente inserimento nella legge finanziaria 2006 della norma che consente ai cittadini di indicare la destinazione del 5 per mille dell’IRPEF agli enti di volontariato o di ricerca, costituisce una novità rilevante per il mondo no-profit. Una novità che va colta in tutta la sua complessità, perché modifica sensibilmente le modalità sin qui seguite di allocazione delle risorse, ed il rapporto tra mondo no-profit ed istituzioni.
Il meccanismo, che non determina alcun aggravio fiscale per il cittadino, assomiglia per alcuni versi all’”otto per mille” istituito in seguito al nuovo concordato con la Chiesa Cattolica: all’atto della dichiarazione dei redditi, il contribuente può indicare la sua volontà apponendo la sua firma in uno dei quattro spazi previsti rispettivamente per Sostegno del volontariato, Ricerca scientifica, Ricerca Medica, Attività sociali del comune di residenza. Tale indicazione non va ad incidere sulla destinazione delle proprie imposte versate, ma sulla ripartizione del 5 per mille dell’intero gettito IRPEF. Le analogie con l’”otto per mille” però si fermano qui: il cittadino non troverà sul modello i nomi degli enti beneficiari, ma ne dovrà indicare il codice fiscale, che dovrà conoscere direttamente o che troverà pubblicato in un apposito elenco di soggetti ammessi al beneficio.
Inoltre, non tutto il 5 per mille dell’IRPEF, ma solo la quota proporzionale alle preferenze espresse sul totale delle dichiarazioni, verrà destinato ai beneficiari, marcando così una differenza consistente rispetto al discusso meccanismo che nel caso dell’ “otto per mille” determina la ripartizione dell’intera quota, nonostante un gran numero di contribuenti non indichi alcuna opzione.
In termini concreti, ciò significa che dei circa 660 milioni di Euro potenzialmente disponibili per i diversi scopi, calcolati sulla base della stima delle entrate IRPEF del 2005, è prevedibile che solo circa 270 milioni di Euro verranno ripartiti, nell’ipotesi che la scelta della destinazione venga effettuata dalla medesima quota di contribuenti, il 41%, che negli ultimi anni ha espresso la scelta per la destinazione dell’“otto per mille”.
Al di là dei particolari tecnici, il meccanismo rappresenta sicuramente una novità per tutti i soggetti interessati. È importante che in questo primo anno di applicazione esso sia stato definito “sperimentale”, poiché molte sono le incognite sulla efficienza del meccanismo nel beneficiare i soggetti più meritevoli, e già è prevedibile che si debbano apportare numerose correzioni già dopo il primo anno di attuazione.
È sicuramente positivo il coinvolgimento dei cittadini nella scelta della destinazione di una parte del gettito fiscale, così come rappresenta sicuramente un dato positivo il riconoscimento del mondo del no-profit come soggetto pubblico, e in quanto tale degno di utilizzare una parte del gettito fiscale.
Il contesto in cui la iniziativa si situa, solleva però qualche perplessità: contemporaneamente alla nuova destinazione di una parte del gettito, infatti, sono stati ridotti in modo consistente i trasferimenti agli Enti locali, che sono soggetti chiave nell’attuazione delle politiche sociali e che sono attori fondamentali della tanto decantata sussidiarietà. In altri settori, ad esempio quello della Cooperazione nei Paesi in via di Sviluppo, l’impegno dei governi degli ultimi quindici anni si è continuamente indebolito, penalizzando con tagli drastici proprio il volontariato e la cooperazione non governativa.
Inoltre, cambia sostanzialmente il modo in cui il mondo no-profit accede a fondi pubblici: fino ad ora, l’amministrazione pubblica ha riconosciuto il valore delle attività no-profit attraverso il sostegno a progetti e servizi specifici, e tramite agevolazioni fiscali. Mentre la possibilità di accesso ai fondi pubblici per tali vie si va assottigliando, il nuovo meccanismo introduce invece un beneficio slegato da qualsiasi progettualità e da qualsiasi valutazione di efficacia e di coerenza nell’impiego dei fondi erogati.
Per molti soggetti del mondo no-profit, ciò costituirà un incentivo ad investire energie e risorse sulla propria visibilità, sulle proprie capacità di fund-raising, sulle diverse forme di pubblicità, anziché sulle proprie capacità progettuali e sulla qualità dei propri servizi.
Già negli ultimi anni la spettacolarizzazione della beneficenza ha portato molti soggetti a puntare su testimonial, sponsorizzazioni, campagne di comunicazione su televisioni e giornali, per intercettare la generosità del grande pubblico.
Non è difficile immaginare che nel periodo delle dichiarazioni fiscali si scatenerà una gara, tra le migliaia di soggetti potenzialmente beneficiari, a catturare l’attenzione dei contribuenti per convincerli ad effettuare la scelta in loro favore. Del resto, già il meccanismo dell’otto per mille ha costretto i beneficiari ad investire controvoglia risorse molto consistenti in pubblicità, decurtando di fatto le risorse effettivamente disponibili.
Per il mondo del volontariato e del no-profit si tratta quindi di affrontare la novità con misura e con discernimento, accedendo alla nuova opportunità senza distogliere la propria attenzione dall’impegno specifico della propria missione, e mantenendo il proprio ruolo di “sentinella” della società, indipendente e capace di denuncia delle ingiustizie strutturali. Per le istituzioni pubbliche, invece, la nuova misura non colma l’urgenza di politiche adeguate coerenti nel campo dei servizi sociali, della ricerca e della cooperazione allo sviluppo, e di rapporti corretti con il volontariato ed il no-profit, che non accettano un ruolo di supplenza, ma chiedono di avere voce nella definizione delle politiche sociali del paese.

opportunità ma anche rischio per il mondo del no profit