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Il recente inserimento nella legge
finanziaria 2006 della norma che consente ai cittadini di indicare la
destinazione del 5 per mille dell’IRPEF agli enti di volontariato
o di ricerca, costituisce una novità rilevante per il mondo no-profit.
Una novità che va colta in tutta la sua complessità, perché modifica
sensibilmente le modalità sin qui seguite di allocazione delle
risorse, ed il rapporto tra mondo no-profit ed istituzioni.
Il meccanismo, che non determina alcun aggravio fiscale per il cittadino,
assomiglia per alcuni versi all’”otto per mille” istituito
in seguito al nuovo concordato con la Chiesa Cattolica: all’atto
della dichiarazione dei redditi, il contribuente può indicare la
sua volontà apponendo la sua firma in uno dei quattro spazi previsti
rispettivamente per Sostegno del volontariato, Ricerca scientifica, Ricerca
Medica, Attività sociali del comune di residenza. Tale indicazione
non va ad incidere sulla destinazione delle proprie imposte versate, ma
sulla ripartizione del 5 per mille dell’intero gettito IRPEF. Le
analogie con l’”otto per mille” però si fermano
qui: il cittadino non troverà sul modello i nomi degli enti beneficiari,
ma ne dovrà indicare il codice fiscale, che dovrà conoscere
direttamente o che troverà pubblicato in un apposito elenco di soggetti
ammessi al beneficio.
Inoltre, non tutto il 5 per mille dell’IRPEF, ma solo la quota proporzionale
alle preferenze espresse sul totale delle dichiarazioni, verrà destinato
ai beneficiari, marcando così una differenza consistente rispetto
al discusso meccanismo che nel caso dell’ “otto per mille” determina
la ripartizione dell’intera quota, nonostante un gran numero di contribuenti
non indichi alcuna opzione.
In termini concreti, ciò significa che dei circa 660 milioni di
Euro potenzialmente disponibili per i diversi scopi, calcolati sulla base
della stima delle entrate IRPEF del 2005, è prevedibile che solo
circa 270 milioni di Euro verranno ripartiti, nell’ipotesi che la
scelta della destinazione venga effettuata dalla medesima quota di contribuenti,
il 41%, che negli ultimi anni ha espresso la scelta per la destinazione
dell’“otto per mille”.
Al di là dei particolari tecnici, il meccanismo rappresenta sicuramente
una novità per tutti i soggetti interessati. È importante
che in questo primo anno di applicazione esso sia stato definito “sperimentale”,
poiché molte sono le incognite sulla efficienza del meccanismo nel
beneficiare i soggetti più meritevoli, e già è prevedibile
che si debbano apportare numerose correzioni già dopo il primo anno
di attuazione.
È
sicuramente positivo il coinvolgimento dei cittadini nella scelta della
destinazione di una parte del gettito fiscale, così come rappresenta
sicuramente un dato positivo il riconoscimento del mondo del no-profit
come soggetto pubblico, e in quanto tale degno di utilizzare una parte
del gettito fiscale.
Il contesto in cui la iniziativa si situa, solleva però qualche
perplessità: contemporaneamente alla nuova destinazione di una parte
del gettito, infatti, sono stati ridotti in modo consistente i trasferimenti
agli Enti locali, che sono soggetti chiave nell’attuazione delle
politiche sociali e che sono attori fondamentali della tanto decantata
sussidiarietà. In altri settori, ad esempio quello della Cooperazione
nei Paesi in via di Sviluppo, l’impegno dei governi degli ultimi
quindici anni si è continuamente indebolito, penalizzando con tagli
drastici proprio il volontariato e la cooperazione non governativa.
Inoltre, cambia sostanzialmente il modo in cui il mondo no-profit accede
a fondi pubblici: fino ad ora, l’amministrazione pubblica ha riconosciuto
il valore delle attività no-profit attraverso il sostegno a progetti
e servizi specifici, e tramite agevolazioni fiscali. Mentre la possibilità di
accesso ai fondi pubblici per tali vie si va assottigliando, il nuovo meccanismo
introduce invece un beneficio slegato da qualsiasi progettualità e
da qualsiasi valutazione di efficacia e di coerenza nell’impiego
dei fondi erogati.
Per molti soggetti del mondo no-profit, ciò costituirà un
incentivo ad investire energie e risorse sulla propria visibilità,
sulle proprie capacità di fund-raising, sulle diverse forme di pubblicità,
anziché sulle proprie capacità progettuali e sulla qualità dei
propri servizi.
Già negli ultimi anni la spettacolarizzazione della beneficenza
ha portato molti soggetti a puntare su testimonial, sponsorizzazioni, campagne
di comunicazione su televisioni e giornali, per intercettare la generosità del
grande pubblico.
Non è difficile immaginare che nel periodo delle dichiarazioni fiscali
si scatenerà una gara, tra le migliaia di soggetti potenzialmente
beneficiari, a catturare l’attenzione dei contribuenti per convincerli
ad effettuare la scelta in loro favore. Del resto, già il meccanismo
dell’otto per mille ha costretto i beneficiari ad investire controvoglia
risorse molto consistenti in pubblicità, decurtando di fatto le
risorse effettivamente disponibili.
Per il mondo del volontariato e del no-profit si tratta quindi di affrontare
la novità con misura e con discernimento, accedendo alla nuova opportunità senza
distogliere la propria attenzione dall’impegno specifico della propria
missione, e mantenendo il proprio ruolo di “sentinella” della
società, indipendente e capace di denuncia delle ingiustizie strutturali.
Per le istituzioni pubbliche, invece, la nuova misura non colma l’urgenza
di politiche adeguate coerenti nel campo dei servizi sociali, della ricerca
e della cooperazione allo sviluppo, e di rapporti corretti con il volontariato
ed il no-profit, che non accettano un ruolo di supplenza, ma chiedono di
avere voce nella definizione delle politiche sociali del paese.
opportunità ma
anche rischio per il mondo del no profit
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