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La piece, diretta da Ninni Bruschetta,
ha debuttato al Teatro Musco di Catania il 5 gennaio, in occasione dell’anniversario
della scomparsa di Giuseppe Fava. Alla vigilia della tournée italiana,
lo spettacolo è stato rappresentato presso il Teatro Vasquez di
Siracusa, lo scorso 3 marzo, nel corso di una serata organizzata dall’Associazione
Agire Solidale con il patrocinio della Provincia Regionale di Siracusa.
La mattina del 4 marzo l’opera è stata replicata a Palazzolo
Acreide, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, per gli
studenti delle scuole superiori della città natale del giornalista.
Prima di cominciare a buttar giù queste righe, mi sono chiesta come
potesse essere possibile raccontare a parole mie il dolore e la rabbia
di un altro. Tuttavia, nello stesso momento in cui mi ponevo quell’interrogativo,
ho trovato una risposta al dubbio, lo stesso - ma di segno inverso - che
avrà assalito l’autore (…come rendere agli altri, estranei
per forza di cose, la propria rabbia, il proprio dolore…). E la risposta
stava nel mio, nel nostro essere siciliani; nel condividere lo sdegno,
il senso d’ingiustizia e d’impotenza. Se dovessi attribuire
una peculiarità a “L’istruttoria”, la prima che
mi verrebbe in mente sarebbe la familiarità che il dramma teatrale
di Claudio Fava trasmette al pubblico siciliano; un pubblico che appartiene
alla stessa terra che ha fatto da tragico scenario all’omicidio del
padre, il giornalista Pippo Fava, assassinato il 5 gennaio del 1984 davanti
a un teatro, il Verga di Catania. E, a ventidue anni dalla sua scomparsa,
il cronista de “I Siciliani” torna, protagonista nell’assenza,
in teatro e nei luoghi della sua esistenza.
La vicenda si apre su uno spazio scenico spoglio, scarno, minimalista.
Un testimone, le spalle alla platea, si rivolge a una corte di musicisti
silenziosi in penombra (quelli del gruppo catanese dei Dounia, che interpretano
dal vivo le colonna sonora dell’opera). Sembra parlare a nessuno,
fino a quando si volta verso gli spettatori. Ma il pubblico ha riconosciuto
da un pezzo l’inflessione dialettale, le maniere, i luoghi citati
(quelli della Catania omertosa e complice degli anni Ottanta, dove “tutti
sorridono”, dove “sorridere è diventata un’arte”),
la storia – l’ennesima storia di mafia, che ha sempre lo stesso
finale – riportata. Non c’è soluzione di continuità,
non un sipario, non una pausa, a suggerire la variazione di scena, il passaggio
da un’aula di tribunale alle stanze del dolore privato e le impercettibili
metamorfosi dei personaggi: l’uomo – l’autore, il figlio – e
la donna – ora la madre, ora la sorella – e ancora l’assassino,
il commissario, il mafioso, l’amica del mafioso, l’onorevole,
il collaboratore di giustizia, l’editore, il collega.
Protagonisti, tutti. Interpretati da Claudio Gioè (Salvo Licata,
l’amico di Peppino Impastato, ne “I cento passi”) e Donatella
Finocchiaro (Angela, nell’omonimo film di Roberta Torre), non si
alternano sul palco, non lasciano mai veramente la scena; vi restano, invisibili,
con le loro deposizioni e il loro pezzo di verità. Una verità che
l’autore tenta di ricostruire intrecciando i monologhi e i dialoghi
- tratti dagli atti del processo istituito per l’omicidio del padre – alla
memoria privata di quei tragici eventi.
Ed è proprio un ricordo di Claudio Fava, del figlio - “un
calzino rosso nella luce piatta dell’obitorio” – a rivelare
un dettaglio significativo: il particolare, forse ai più insignificante,
che scatenò in lui l’orrore e la paura che si unirono al senso
di perdita. Un dettaglio cromatico ed eloquente: il rosso è il colore
del sangue ma anche della stessa passione e dell’aspirazione alla
verità e alla giustizia che costarono la vita a Pippo Fava. Il rosso
che sembra per un attimo colorare la monocromia del palcoscenico e l’oscurità della
platea. Il rosso che evoca la parola rabbia - reiterazione a tratti ossessiva – sulla
scena. Quel termine sinistro risuona anche quando non è pronunciato
dagli attori, quasi un’eco sommessa ad un’altra parola che
proferita lo è appena ma che serpeggia, bisbigliata, attraverso
l’intero dramma: beffa. La beffa crudele che scaturisce dall’ironia
involontaria (si ride, persino, ma d’un riso amaro) e dai paradossi
sconcertanti e spietati di certe testimonianze (la mafia a Catania non
esiste… non ha tradizioni… non si può chiamare tutto “mafia”…).
La beffa che ci indigna ancora.
fra
indizi e memoria la verità su Pippo Fava
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