separati dalla città

 

di concetta assenza

 

 

Vorrei partecipare al dibattito sulla politica sociale sollecitato da Roberto de Benedictis su questo giornale, offrendo il mio modesto contributo. Io credo che il primo pensiero di un sindaco che ha a cuore la sua città e vuole farla crescere è quello di riqualificare i quartieri periferici, cercando di livellare la loro qualità di vita. finora, invece, c'è stato quasi un disegno politico che ha favorito la creazione di questi quartieri "separati" dalla città. Nella maggioranza dei casi l'esistenza di questi quartieri significa degrado ambientale, mancanza di spazi verdi, di impianti sportivi, di centri di aggregazione, e dispersione scolastica, serbatoio di manovalanza per la criminalità locale, isolamento subculturale, spaccio di droga e poi, in prossimità delle elezioni, diventano serbatoi di voti per questa classe politica ignava.
Bisogna partire dalle periferie per avere una città civile e vivibile. Per far ciò occorre un grande intervento non solo culturale, ma anche sociale, economico e politico che operi un'interazione tra i vari sistemi della scuola, della sanità dei servizi, dell'imprenditoria. Occorre promuovere un progetto di solidarietà per costruire la cittadinanza, educare alla partecipazione, ricomporre i legami. Bisogna rivalutare una concezione di solidarietà che stenta ad emergere; l'area sociale va trasformata da luogo di consumo di risorse a luogo di produzione di ricchezze autonome.
Questa è solidarietà, altrimenti diventa carità pelosa come il buono casa, il buono famiglia, il buono anziani. La solidarietà è sentirsi ed essere insieme cittadini, formazioni sociali, istituzioni, responsabili del destino comune. Sull'esempio di altre città, sarebbe utile: 1) la creazione di un fondo comunale per la lotta all'esclusione sociale, alla povertà e per la sicurezza. 2) una diffusa attività di promozione culturale. Bisogna portare l'attività culturale nei quartieri, ridare centralità e vitalità alla funzione sociale della scuola, aprendo gli edifici scolastici alla vita dei quartieri.
E’ necessario strappare l'infanzia e l'adolescenza alla passività e al degrado urbano, all'isolamento sub culturale, al ricatto della violenza con la presenza attiva di operatori che abbiano proposte ludiche e ricreative che stimolino i bambini alla fantasia, alla progettualità, fino ad arrivare al lavoro come fonte di realizzazione personale.
Quindi 3) è necessario formare una coerente figura di operatore sociale, che insegni la gestione dei problemi. 4) tenere presente la valorizzazione della risorsa anziani.
In questo sforzo educativo sicuramente possono dare il loro contributo anche le associazioni e le parrocchie. Tutto questo però può accadere se c'è' la volontà politica di favorire la crescita di un tessuto ampio di operatori, animatori, cittadini, che possono contribuire a ridisegnare l'identità di intere aree urbane, a rivivificare il tessuto sociale, a ricomporre i legami fra i cittadini. C'è bisogno quindi di un progetto solidale di ampio respiro che inevitabilmente coinvolgerebbe anche le famiglie che sono il nucleo fondamentale di questo tessuto.
Concordo con Roberto che la politica dei buoni alle famiglie è inefficace perchè ci sono molti problemi che naufragano nel contesto sociale in cui è inserita la famiglia.
Pertanto ripartiamo dalle periferie.

il dibattito sulla politica sociale