merito non è una parolaccia

 

di luciana bedogni

 

 

L’ultima occasione per riflettere sul rapporto fra politica, lavoro e pubblica amministrazione in Sicilia è venuta dalla decisione del governo Cuffaro di regolarizzare 18 mila lavoratori precari, un provvedimento auspicato non solo dai partiti del centro destra, ma anche dal centro sinistra e dai sindacati. Nessuno sa esattamente quanti siano i dipendenti a busta paga nella Regione Siciliana; sta di fatti che i costi per la gestione del personale sono ormai fuori controllo in una regione che ogni anno rischia la bancarotta. Nonostante questo si continua ad alimentare la speranza che la pubblica amministrazione in Sicilia possa offrire opportunità di lavoro senza fine, e che basti organizzare sit in ad oltranza, soprattutto in prossimità delle scadenze elettorali, per averla vinta baypassando concorsi, regole e leggi.
Di meritocrazia nessuno parla, né a destra, né a sinistra, tantomeno nel sindacato.
Eppure meritocrazia è una parola che ha un significato positivo; significa che chi ha il merito, il talento, la bravura per occupare una certa posizione (dai livelli più bassi a quelli più alti) possa farlo senza vedersi sottrarre l’opportunità da un raccomandato, dal figlio del professionista di grido, dall’uomo di tessera o dal fesso scelto per non fare ombra al potente di turno.
Non si comprende, quindi, come mai dal principio di meritocrazia tutti girino alla larga. Sarà forse perché la meritocrazia introduce il tema della valutazione.
Può essere utile ricordare, però, che come clienti e consumatori valutiamo quotidianamente i prodotti/servizi che ci vengono offerti e scegliamo tra un fornitore ed un altro. Premiamo, generalmente, chi ci propone prodotti/servizi con un buon rapporto qualità prezzo, chi è efficiente, chi sa relazionarsi correttamente con noi, ecc.. A questa opportunità di scelta e di giudizio, a cui siamo ormai abituati, nessuno di noi vorrebbe mai rinunciare. Eppure, quando si prospetta la possibilità che ad essere valutati siamo proprio noi, non siamo più d’accordo.
Se poi qualcuno chiede, a ragione, che il principio della meritocrazia, sempre più diffuso nel privato, entri anche nella pubblica amministrazione, apriti cielo. E non si capisce perché proprio la pubblica amministrazione debba essere una zona franca dove nessuno può essere valutato e premiato per le proprie capacità.
E lo capiscono sempre meno i tanti cittadini siciliani e italiani che si chiedono come mai una regione come la Sicilia, con tanti dipendenti pubblici, abbia una burocrazia così lenta, servizi inesistenti o gestiti garantendo livelli di qualità bassissimi, un patrimonio artistico archeologico inestimabile spesso inaccessibile o abbandonato al degrado.
L’obiezione principale di coloro che si oppongono alla meritocrazia e all’introduzione di sistemi di valutazione nella pubblica amministrazione, ma anche nella scuola, è sempre quello: chi valuta chi e con quali criteri? Obiezione comprensibile anche perché in molti pensano che i criteri di valutazione siano una prerogativa esclusiva di chi ha responsabilità e non un percorso condiviso fra chi valuta e chi è valutato, così come dovrebbe essere in realtà.
In diversi paesi europei più evoluti, cito per tutti la Francia e la Germania, si è ben compreso quanto sia importante fare leva sulla meritocrazia per stimolare la crescita sociale, non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Proprio in questi paesi le metodologie e gli strumenti di valutazione vengono ampiamente utilizzati, anche con l’accordo delle organizzazioni sindacali, sia nelle imprese private che nella pubblica amministrazione, e i risultati si vedono.
L’introduzione della meritocrazia sicuramente avrebbe il vantaggio di disincentivare alcuni comportamenti molto diffusi nella pubblica amministrazione e che hanno a che vedere con il malcostume di svolgere durante l’orario di lavoro attività che con il lavoro non hanno nulla a che fare, e con l’arroganza con cui troppo spesso le istituzioni pubbliche gestiscono il rapporto con il cittadino. Un’arroganza che si esprime anche attraverso l’aggressività passiva delle istituzioni, fatta di risposte mai date alle richieste dei cittadini, di tempi lunghissimi per il rilascio della documentazione richiesta, e della colpevole insistenza con cui , ad esempio, si continua ad ignorare che una legge dello stato ha introdotto l’autocertificazione.
Un’arroganza che deriva principalmente dal fatto che molti servizi erogati dalla pubblica amministrazione vengono ancora forniti in un regime di monopolio. Per cui il cittadino o mangia quella minestra o salta dalla finestra. E la frustrazione e la rabbia che spesso proviamo quando per qualsiasi ragione dobbiamo usufruire di questi servizi lo testimoniano. Questo non significa che nella pubblica amministrazione e nello stato non vi siano esperienze positive, punti di eccellenza. L’eccezione, tuttavia, conferma la regola.
Oggi per gestire correttamente una pratica amministrativa sono richieste non solo competenze tecniche diversificate, ma anche flessibilità nella valutazione delle problematiche poste dal cittadino e spiccate abilità relazionali per gestire correttamente i rapporti con il pubblico.
Tutto questo costa e costerà dei cambiamenti faticosi, nel modo di pensare e di agire. Forse è anche per questo che la meritocrazia fa tanta paura.
Però non è più accettabile la mediocrità, la superficialità che connota l’operato di molti, troppi, uffici pubblici. C’è invece bisogno di più rigore, più responsabilità, più etica, più efficienza e professionalità.
Chi nella pubblica amministrazione fa il proprio dovere e raggiunge gli obiettivi deve essere portato ad esempio e premiato anche economicamente. Ai dirigenti deve essere data la concreta possibilità di gestire al meglio le proprie risorse, attraverso strumenti che consentano loro di uscire dall’impotenza in cui si trovano troppo spesso oggi, comprendendo fra questi anche la possibilità di licenziare chi di lavorare proprio non ne ha alcuna voglia.
In uno stato moderno la pubblica amministrazione si adopera per costruire con il cittadino un rapporto di fiducia, fatto di scambio e ascolto, e si sforza di rendere compatibili i propri compiti istituzionali con le esigenze e i progetti espressi dal privato cittadino e dalla società civile.
Non è il libro dei sogni, è solo quello che accade già in tante realtà.
E non si vede perché il Sud, la Sicilia, non debbano meritare questo futuro.

una leva per stimolare la crescita sociale