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L’ultima occasione per riflettere
sul rapporto fra politica, lavoro e pubblica amministrazione in Sicilia è venuta
dalla decisione del governo Cuffaro di regolarizzare 18 mila lavoratori
precari, un provvedimento auspicato non solo dai partiti del centro destra,
ma anche dal centro sinistra e dai sindacati. Nessuno sa esattamente
quanti siano i dipendenti a busta paga nella Regione Siciliana; sta di
fatti che i costi per la gestione del personale sono ormai fuori controllo
in una regione che ogni anno rischia la bancarotta. Nonostante questo
si continua ad alimentare la speranza che la pubblica amministrazione
in Sicilia possa offrire opportunità di lavoro senza fine, e che
basti organizzare sit in ad oltranza, soprattutto in prossimità delle
scadenze elettorali, per averla vinta baypassando concorsi, regole e
leggi.
Di meritocrazia nessuno parla, né a destra, né a sinistra,
tantomeno nel sindacato.
Eppure meritocrazia è una parola che ha un significato positivo;
significa che chi ha il merito, il talento, la bravura per occupare una
certa posizione (dai livelli più bassi a quelli più alti)
possa farlo senza vedersi sottrarre l’opportunità da un raccomandato,
dal figlio del professionista di grido, dall’uomo di tessera o dal
fesso scelto per non fare ombra al potente di turno.
Non si comprende, quindi, come mai dal principio di meritocrazia tutti
girino alla larga. Sarà forse perché la meritocrazia introduce
il tema della valutazione.
Può essere utile ricordare, però, che come clienti e consumatori
valutiamo quotidianamente i prodotti/servizi che ci vengono offerti e scegliamo
tra un fornitore ed un altro. Premiamo, generalmente, chi ci propone prodotti/servizi
con un buon rapporto qualità prezzo, chi è efficiente, chi
sa relazionarsi correttamente con noi, ecc.. A questa opportunità di
scelta e di giudizio, a cui siamo ormai abituati, nessuno di noi vorrebbe
mai rinunciare. Eppure, quando si prospetta la possibilità che ad
essere valutati siamo proprio noi, non siamo più d’accordo.
Se poi qualcuno chiede, a ragione, che il principio della meritocrazia,
sempre più diffuso nel privato, entri anche nella pubblica amministrazione,
apriti cielo. E non si capisce perché proprio la pubblica amministrazione
debba essere una zona franca dove nessuno può essere valutato e
premiato per le proprie capacità.
E lo capiscono sempre meno i tanti cittadini siciliani e italiani che si
chiedono come mai una regione come la Sicilia, con tanti dipendenti pubblici,
abbia una burocrazia così lenta, servizi inesistenti o gestiti garantendo
livelli di qualità bassissimi, un patrimonio artistico archeologico
inestimabile spesso inaccessibile o abbandonato al degrado.
L’obiezione principale di coloro che si oppongono alla meritocrazia
e all’introduzione di sistemi di valutazione nella pubblica amministrazione,
ma anche nella scuola, è sempre quello: chi valuta chi e con quali
criteri? Obiezione comprensibile anche perché in molti pensano che
i criteri di valutazione siano una prerogativa esclusiva di chi ha responsabilità e
non un percorso condiviso fra chi valuta e chi è valutato, così come
dovrebbe essere in realtà.
In diversi paesi europei più evoluti, cito per tutti la Francia
e la Germania, si è ben compreso quanto sia importante fare leva
sulla meritocrazia per stimolare la crescita sociale, non solo dal punto
di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Proprio in questi paesi le
metodologie e gli strumenti di valutazione vengono ampiamente utilizzati,
anche con l’accordo delle organizzazioni sindacali, sia nelle imprese
private che nella pubblica amministrazione, e i risultati si vedono.
L’introduzione della meritocrazia sicuramente avrebbe il vantaggio
di disincentivare alcuni comportamenti molto diffusi nella pubblica amministrazione
e che hanno a che vedere con il malcostume di svolgere durante l’orario
di lavoro attività che con il lavoro non hanno nulla a che fare,
e con l’arroganza con cui troppo spesso le istituzioni pubbliche
gestiscono il rapporto con il cittadino. Un’arroganza che si esprime
anche attraverso l’aggressività passiva delle istituzioni,
fatta di risposte mai date alle richieste dei cittadini, di tempi lunghissimi
per il rilascio della documentazione richiesta, e della colpevole insistenza
con cui , ad esempio, si continua ad ignorare che una legge dello stato
ha introdotto l’autocertificazione.
Un’arroganza che deriva principalmente dal fatto che molti servizi
erogati dalla pubblica amministrazione vengono ancora forniti in un regime
di monopolio. Per cui il cittadino o mangia quella minestra o salta dalla
finestra. E la frustrazione e la rabbia che spesso proviamo quando per
qualsiasi ragione dobbiamo usufruire di questi servizi lo testimoniano.
Questo non significa che nella pubblica amministrazione e nello stato non
vi siano esperienze positive, punti di eccellenza. L’eccezione, tuttavia,
conferma la regola.
Oggi per gestire correttamente una pratica amministrativa sono richieste
non solo competenze tecniche diversificate, ma anche flessibilità nella
valutazione delle problematiche poste dal cittadino e spiccate abilità relazionali
per gestire correttamente i rapporti con il pubblico.
Tutto questo costa e costerà dei cambiamenti faticosi, nel modo
di pensare e di agire. Forse è anche per questo che la meritocrazia
fa tanta paura.
Però non è più accettabile la mediocrità, la
superficialità che connota l’operato di molti, troppi, uffici
pubblici. C’è invece bisogno di più rigore, più responsabilità,
più etica, più efficienza e professionalità.
Chi nella pubblica amministrazione fa il proprio dovere e raggiunge gli
obiettivi deve essere portato ad esempio e premiato anche economicamente.
Ai dirigenti deve essere data la concreta possibilità di gestire
al meglio le proprie risorse, attraverso strumenti che consentano loro
di uscire dall’impotenza in cui si trovano troppo spesso oggi, comprendendo
fra questi anche la possibilità di licenziare chi di lavorare proprio
non ne ha alcuna voglia.
In uno stato moderno la pubblica amministrazione si adopera per costruire
con il cittadino un rapporto di fiducia, fatto di scambio e ascolto, e
si sforza di rendere compatibili i propri compiti istituzionali con le
esigenze e i progetti espressi dal privato cittadino e dalla società civile.
Non è il libro dei sogni, è solo quello che accade già in
tante realtà.
E non si vede perché il Sud, la Sicilia, non debbano meritare questo
futuro.
una
leva per stimolare la crescita sociale
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