l'utero è mio e me lo gestisco io

 

di raffaella mauceri

 

 

Correvano gli anni ‘70 quando l’aborto era ancora un reato e veniva punito con la detenzione. I processi si svolgevano a porte chiuse e perfino le avvocate venivano fatte uscire dall’aula affinché fossero gli uomini e solo gli uomini a giudicare e condannare. Ma le donne erano stanche di togliere le castagne dal fuoco ad una società ignorante, ipocrita e bizzocca, e per di più di essere punite e indicate come assassine. Cominciarono così le autodenunce di massa. Le donne si dichiararono pubblicamente ‘colpevoli d’aborto’ sfidando le autorità, fino a quando con un referendum ottennero la 194, una delle poche leggi illuminate dello stato italiano, che incentra la sua attenzione sulla genitorialità responsabile e non incoraggia l’aborto ma lo regolamenta. Anche se nessuno lo dice, infatti, in molti casi la legge prevede la condanna e la pena detentiva.
Ciò malgrado, le donne che abortiscono subiscono una mostrificazione che tocca punte di cieco fanatismo. E poco importa che, grazie alla 194, gli aborti si sono quasi dimezzati, l’anatema non cambia: “Quelle puttane, prima si divertono e poi vanno a svuotarsi la pancia”.
L’espressione, abnorme, mutuata dalla misoginia maschile, suscita l’immagine raccapricciante di una donna cui viene estratto tutto l’apparato riproduttivo e lasciata vuota come una zucca, quando invece chiunque sa che a tre mesi di gravidanza un embrione ha le dimensioni sì e no di un fagiolo. Ma questo è niente. Quello che davvero sgomenta è l’acrimonia di quell’odioso e improbabile ‘prima si divertono’. Senza dubbio ci sono donne che, in un momento di passione, perdono la testa, si fidano del partner che puntualmente promette di ‘stare attento’, e ci rimangono secche. Ma la stragrande maggioranza delle donne che abortiscono non si sono ‘divertite’ proprio per niente, al contrario, hanno tentato inutilmente di scoraggiare il partner questuante ricordandogli che non potevano permettersi altri figli. Alla fine, in virtù del vecchio ‘dovere coniugale’ sparito dal diritto di famiglia del ‘75 ma non ancora dalla testa di molti mariti, cedono per ‘amor di pace’, una pseudo-pace su cui si reggono o si trascinano, molti matrimoni.
E allora, altro che divertirsi! La disgraziata rimane vigile e rigida per tutto il tempo dell’amplesso, tanto più che, come gentilmente le fa notare suo marito, ormai è frigida e di quel tipo di divertimenti non gliene può fregar di meno. Di cosiddette ‘frigide’, infatti, nel secolo della più sfrenata e mitizzata libertà sessuale, ce ne sono ancora a bizzeffe. Ma come diceva Pitigrilli (al secolo Dino Segre): ‘Non esistono donne frigide, esistono solo uomini cretini’. Sicché mentre il marito si diverte (lui sì), lei si maledice perché la pillola le fa male, la spirale le fa peggio e quel caprone del suo compagno non vuole usare nemmeno il preservativo. Quando poi scopre che c’è rimasta secca un’altra volta, per prima cosa si butterebbe dal balcone, dopodiché, per non lasciare orfani gli altri figli che ha, se ne va ad abortire come una derelitta.
Interrompere una gravidanza si chiama abortire, e far nascere un figlio indesiderato come si chiama? Non è un delitto anche quello?
L’aborto non è un affare di donne che riguarda solo le donne. Ogni aborto contiene tanti aborti: quello del padre che non vuole riconoscerlo o se ne lava le mani, quello del padre che caccia via di casa la figlia incinta, quello della società tutta che non fa nulla per garantire ad una ragazza madre il necessario per tirar su i figli, e infine quello della donna che paga il conto per tutti quanti.
L’aborto insomma è un autogol, eppure, paradossalmente, la donna deve rivendicarne il diritto per sottrarsi ad una violenza maggiore: quella di una maternità non voluta.
Ma se per gli uomini l’aborto è argomento di dotte disquisizioni etiche, religiose, politiche, biologiche, sociali e quant’altro, per la donna è un vissuto che riguarda la sua propria carne, un vissuto per il quale dovrebbe poter chiedere il risarcimento del trauma e dei rischi per la sua salute. Perché il discrimine più forte tra i due generi, quello che si conclude con l’aborto, in realtà parte da più lontano e cioè dal momento della fecondazione che, com’è noto, per l’uomo coincide, sempre, con un momento piacevole, e per la donna invece può costituire un momento di infinita sofferenza, quando qualcuno si è preso il lusso di giocare con la sua vita.

la 194, una delle poche leggi illuminate dello stato italiano