che non sia solo una vetrina

 

di felice pepe

 

 

Si aspettava da tempo la firma dell’Accordo di Programma per la chimica per l’area industriale di Priolo e l’ora è finalmente arrivata il 16 dicembre scorso.
L’Accordo rappresenta un momento importante per tutti i soggetti interessati (firmatari e no), con risvolti significativi anche sul piano delle coscienze perché è l’esito di una scommessa sulla quale in tanti si erano misurati. Ma proprio nel fatto che bisognava chiudere ad ogni costo si possono nascondere le insidie maggiori. E non tanto e non solo con riferimento alla fase applicativa, come sembrerebbero indicare le prudenze che, dopo una breve pausa di riflessione, provengono anche dai più entusiasti sostenitori: a ben guardare i contenuti stessi dell’Accordo, così come sono espressi, suscitano non poche perplessità.
Solo la parte sindacale, vero e proprio motore trainante dell’intesa, può contare su un concreto risultato: il reale riassorbimento del personale Dow Chemical, anch’esso peraltro da monitorare attentamente.
Per tutti gli altri l’Accordo rischia di rappresentare una vetrina.
· Le risorse finanziarie messe a disposizione dalla parte pubblica sono evidentemente insufficienti; lo sforzo maggiore che i protagonisti politici dovevano fare era proprio su questo fronte ed è stato clamorosamente fallito: tra Stato e Regione 220 ml di euro sono veramente pochi, se consideriamo che più di 10 anni fa si stanziarono 100 mld di lire per il Piano di risanamento ambientale, denari finiti nelle casse della Regione e mai spesi (se non per una piccola parte). Anzi, per la Regione Siciliana il saldo finanziario è attivo perché si espone per 60 ml di euro in termini di agevolazioni finanziarie, concetto da meglio definire ma che non lascia presagire interventi a fondo perduto. Lo stesso dicasi per la parte proveniente Ministeri.
· Il Comitato paritetico, deputato al monitoraggio degli interventi, esclude gli Enti locali e questa tendenza ad esautorare i Comuni è presente anche in altri settori vitali dell’intesa, precludendo in maniera inaccettabile la partecipazione attiva delle comunità locali alla fase applicativa dell’Accordo.
· Alcune realizzazioni sono contrarie alle prescrizioni di piano dei Comuni. L’area SG-14, dove dovrebbero sorgere le piccole e medie imprese a valle della produzione di polietilene, nel PRG del Comune di Priolo G. è destinata ad opere portuali e nel Piano di risanamento ambientale una porzione, quella di fronte alla stazione ferroviaria, è oggetto di un intervento di recupero a verde attrezzato. Si fa ancora un passo indietro: perché non utilizzare le aree dismesse interne agli stabilimenti? E’ probabile che, per molte ragioni, le PMI in questione trovino non poche difficoltà a nascere, ma è certo che questa flebile previsione bloccherà una iniziativa di recupero già finanziata.
· Veramente riduttiva e troppo condizionata da fatti eventuali futuri è la indicazione che riguarda il clorosoda, che contiene da una parte una data concordata di chiusura dell’attuale impianto (febbraio 2006) a fronte di un investimento di privati tutto da costruire e comunque di capacità di molto inferiori all’attuale (e forse sotto la soglia di convenienza economica).
Sono solo alcuni aspetti, e forse non i più preoccupanti, di un Accordo che va salutato comunque positivamente, ma che deve essere oggetto di una profonda revisione e di un ancora più attento monitoraggio, se non vogliamo che diventi una esperienza da eliminare dal curriculum di tanti dei protagonisti politici che ora ne fanno un punto di vanto.

l'accordo di programma per la chimica per l'area industriale di priolo