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Jelàluddin Rùmì è un
mistico sufi persiano vissuto nel XIII secolo.
Nato nel 1207, in quello che è l'attuale Afghanistan, dopo l'invasione
dei Mongoli si trasferì assieme alla famiglia in Turchia, dove visse
la gran parte della sua vita e fondò la dottrina sufi Mevlevi, basata
sulla musica, la danza e la poesia.
L'importanza che dava al valore dell'amore e dell'estasi, rese la dottrina
Mevlevi superiore alle altre scuole contemporaee, grazie ai piaceri estetici
che consentiva.
I Sufi dei primi secoli erano asceti che vivevano nei deserti vestiti di
una lunga tunica di lana, logora e rattoppata, che insieme al secchiello
per l'acqua, costituiva la loro unica proprietà. Le toppe della
tunica (il sufi), cento quanti i nomi di Allah menzionati nel Corano, nei
secoli successivi divennero colorate, diventando il "costume" tipico
del "Dervish" (il poverello) del medioevo.
Quello che pubblichiamo a fianco è il testo di una poesia di Jelàluddin
Rùmì, tradotto da K.E. Helmimski, che ci è stato inviato,
assieme ad alcuni preziosi consigli, dei quali lo ringraziamo, da Salvo
Baccio, che lo dedica, e noi con lui, al ricordo dell’amico comune
Nello Bruno.
L’intellettuale
L’intellettuale si mette sempre in mostra;
l’amante si perde sempre.
L’intellettuale fugge, timoroso di affogare;
ma l’amore è appunto annegare nel mare.
Gli intellettuali pensano a riposare;
gli amanti hanno vergogna di dormire.
L’amante è sempre solo, anche in mezzo alla gente;
come l’acqua e l’olio rimane separato.
Chi si prende la pena di dare consigli a un amante,
niente ottiene. È beffato dalla passione.
L’amante è come il muschio: attira l’attenzione.
L’amore è un albero, gli amanti la sua ombra.
Jelàluddin Rùmì. per
saperne di più: www.sufi.it
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