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L'articolazione di queste nostre
sessioni di lavoro nasconde una insidia: a quella di oggi deleghiamo
una visione del territorio quale luogo dello sviluppo sostenibile, attraverso
la tutela del paesaggio, la promozione dei beni culturali e turistici.
Ieri invece abbiamo parlato moltissimo di infrastrutture, di grandi opere
ma non di territorio, come se queste potessero pensarsi a prescindere
dal territorio, disgiuntamente da esso. È una divisione rischiosa
perché il territorio è unico, nel territorio c'è tutto.
Alla politica sta il compito di riconoscere e di governare la complessità delle
relazioni che vi insistono ed al governo quello di operarne la sintesi:
ciò che avremo il compito di fare tornando al governo di questa
regione. Dunque il problema non è tanto quello di definire il
territorio che vogliamo ma con quali strumenti noi proponiamo di governarlo.
E qui la differenza è evidentemente politica fra noi, fra la nostra
visione e quella del Polo che in questo momento governa il territorio
nazionale e quello regionale; perché appartiene al centrodestra
una visione mercantile del territorio quale elemento da usare, all'interno
di una precisa cultura secondo la quale sono i privati, gli interessi
privati a muovere il mondo, a determinarlo ed il governo deve servire
a spianare loro la strada, possibilmente a togliersi di mezzo e che consentendo
ogni iniziativa ai privati la crescita verrà automaticamente e
questa porterà sviluppo. È questa una tesi smentita dai
fatti. Noi affermiamo che il territorio è una risorsa degradabile,
esauribile; e che la politica deve operare la mediazione tra gli interessi
privati e quelli pubblici, che il governo del territorio appartiene al
soggetto pubblico e che la crescita non è automaticamente sviluppo
e che per questo servono le regole. Ecco allora che la pianificazione
diventa essenziale, un momento da confermare e difendere, proprio nell'epoca
in cui è forte la spinta alla deregulation, come anche in recenti
proposte di legge del governo regionale.
La pianificazione serve, ne va ribadita la centralità, così come
va ribadita la necessità di alcune scelte strategiche, perché governare
vuol dire anche scegliere, fare alcune cose e non farne altre.
Per flash, dunque, per i pochi secondi che voglio ancora impegnare per
poi consentire l'intervento del compagno Fassino, segnalo alcune priorità.
No all'alibi dei Piani Regolatori che non si possono fare. Il Piano Regolatore è essenzialmente
strumento ed espressione della politica. Se non si fa in tempi certi è perché la
politica non si sa determinare. Quindi sono altre le strade da battere
per avere riposte veloci, non quella di non provarci nemmeno delegittimando
in partenza il Piano. Che poi i Piani siano rigidi, che possono esservi
strumenti per renderli più utili e duttili al tempo è vero,
ma non si può prescindere dalla pianificazione. Serve semmai la
necessità di ribadirne cogenza e sanzione, fino alla certezza dei
poteri sostitutivi, in caso di inadempienza
Serve riconoscere la necessità delle relazioni con l'iniziativa
privata e noi dobbiamo saperle gestire. Gli strumenti di programmazione
negoziata sono ancora una scommessa non vinta. In molti casi ci è sfuggita
di mano - e i Prusst ne sono stati un esempio - la possibilità di
governare questi processi. Ma per questo, proprio per questo ed a maggior
ragione, servono le regole. E servono i contenuti delle regole. Non si
può immaginare una riforma degli strumenti della gestione del territorio
affidata solo a procedure, senza contenuti. Mi piace ricordare la frase
di un maestro dell'architettura moderna, Franco Marescotti, che scriveva: "Democrazia è anche
una questione di metri quadrati". I numeri, i parametri, possono servire
anche ad assicurare qualità. Ed equità.
Credo inoltre che nei primi nostri 100 giorni potremmo fare alcune cose
molto precise.
Progettare e mettere in circolazione, offrire al dibattito dei siciliani,
un disegno di legge per il governo del territorio che, appunto, abbia in
se contenuti e non solo regole, che possa far capire qual è il nostro
intendimento, quali i si e quali i no che dobbiamo e vogliamo dire.
Riavviare il Piano Urbanistico Regionale, condizione necessaria per una
gestione unitaria della programmazione sul territorio; soprattutto guardando
a tutta quella rete di infrastrutture che vi si sovrappone spesso senza
consapevolezza e che invece, come una rete impiantistica, dove ci sono
i flussi di energia e quelli della mobilità, innerva i luoghi, li
condiziona e li mette in relazione.
Elaborare una carta dei rischi: piove, piove sempre, piove naturalmente!
Noi non possiamo scoprire di essere in difficoltà solo quando l'evento
si verifica, ma sappiamo che esiste una situazione di rischio idro-geologico
gravissimo, che dobbiamo poter riconoscere e governare per tempo.
Servono uffici per la conoscenza e la conoscenza serve. Non soltanto serve
per competere ma anche per decidere. E questa conoscenza deve essere diffusa
e patrimonio di tutti. Nella misura in cui è patrimonio di tutti,
diventa utile ad un processo di partecipazione, che altrimenti è pura
offerta demagogica.
Dobbiamo promuovere, offrire alle amministrazioni, strade convenienti,
stimolanti per attivare i concorsi di progettazione. La qualità dell'architettura è necessaria,
lo è anche da un punto di vista economico e dello sviluppo, per
il quale è stato sottolineato quanto sia importante che il contesto
sia attrattivo. E il contesto non è solo socio-economico ma è anche
fisico e richiede una qualità dell'ambiente urbano.
Da qui la necessità di reinvestire nelle periferie, accanto a quello
di guardare ad un tema trascuratissimo: le case per chi non ne ha. Ci sono
ancora nella nostra regione famiglie che vivono ed abitano in condizioni
vergognose, a volte inumane. Noi non possiamo fingere di non saperlo. Noi
non lo possiamo permettere.
C'è insomma un grande, impegnativo lavoro da fare e c'è in
questo un compito appassionante che ci aspetta.
l'intervento
alla conferenza dei ds siciliani sul programma di governo del responsabile
regionale per le politiche del territorio on. de benedictis
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