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Con piacere raccolgo la provocazione
di Roberto De Benedictis sull'argomento, proponendomi di proseguire nel
dibattito anche nel prossimo numero di Idea Solidale.
Ciò che chiamiamo periferia assume un ruolo sempre più determinante
nella sfida imposta alle città: diventare corpi vivi, inclusivi,
eterogenei.
I progetti di riqualificazione urbana in Italia e in Europa ripartono dal
recupero delle aree più compromesse e degradate. Una riqualificazione
lungimirante deve ripensare l'idea stessa di periferia, facendo attenzione
alla componente sociale dell'ambiente cittadino.
E' determinante, infatti, non solo la nostra posizione nello spazio ma
anche la qualità della nostra relazione con esso, nei nostri vissuti.
Ancora, i territori del legame sociale, i quartieri, possono prendere il
significato di centro, mentre diventano periferia tutti i non-luoghi dove
le relazioni sociali sono assenti.
Il senso di appartenenza ed identità ad un territorio non è un
di più, un optional, non è facoltativo, ma è la condizione
costitutiva dell'essere. Oggi, in Italia, sono troppi gli orfani di territorio,
troppe le persone cui sono venuti meno riferimenti, servizi, spazi ed opportunità.
Il sentirsi parte integrante della propria città significa esercitare
i più elementari diritti di cittadinanza. Cambiare un quartiere
significa prima di tutto comprendere il modo in cui gli abitanti della
zona abitano, vivono, sentono, amano quegli spazi.
Non basta aggiustare, ricostruire. Ciò che sembra brutto e fatiscente
per gli abitanti può rappresentare una sorta di memoria collettiva.
Oggi, l'imperativo più spesso ricorrente in tutte le linee di finanziamento
rivolte alla riqualificazione urbana dovrebbe far riferimento al sociale:
il metodo della "progettazione partecipata" si impone come nuova
e difficile scommessa per quanti considerano la programmazione urbanistica
come un affare esclusivo di politici, di professionisti e di qualche lobby
economica. Si tratta di affrontare nodi mai risolti nella dimensione sulle
politiche di partecipazione.
Cioè, come si coniuga il sociale con la questione della rappresentanza?
Perché proprio le aree più difficili e degradate sono quelle
meno rappresentative della realtà sociale e le periferie sono prototipo
dell'abbandono urbano, o peggio, sono solo serbatoi di voti, da cui certi
politici siracusani attingono. "Progettazione partecipata": è questa
la formula con cui le istituzioni dovrebbero coinvolgere i cittadini nelle
opere di riqualificazione urbana, stimolando l'assunzione di un ruolo attivo
e propositivo e offrendo la possibilità di dialogare direttamente
con l'Amministrazione. Vuol dire fare in modo che il cittadino si riconosca
come risorsa per la città, anche se tra burocrazia, attese deluse
e faticose mediazioni, la strada si rivela tutt'altro che facile, ma è già,
comunque, uno strumento molto efficace per aumentare il senso di appartenenza
al territorio.
Un progetto, dunque, che cerca di responsabilizzare il cittadino e di superare
la mentalità strettamente assistenzialistica, la solo diffusa a
Siracusa. E dunque una politica che dovrebbe puntare non solo ad un intervento
estetico sulle abitazioni, ma ad una rivalutazione del quartiere in tutte
le sue componenti, considerando i problemi del disagio sociale, la povertà economica,
la disoccupazione, la bassa scolarità, la famiglia multiproblematica.
Anche e soprattutto le scelte di pianificazione sociale di sviluppo urbanistico
e di gestione e salvaguardia dell'ambiente modificano ed interagiscono
con le due variabili principali della questione: il fenomeno della microdelinquenza
e le risorse disponibili. Spesso, infatti, non si valutano adeguatamente
le risorse potenziali che le collettività territoriali potrebbero
mettere in campo per forme efficaci di controllo sociale. Gli spiragli
per far emergere i diritti di cittadinanza sono oggi assai risicati e questi
processi di accompagnamento e sostegno possono rappresentare un utile strumento:
lavorare con le persone, per comprendere le "cose" di cui hanno
bisogno, avvicinarsi ai cittadini oltre la logica dell'intervento rivolto
solo all'area di disagio, significa restituire autonomia e risvegliare
capacità autorganizzativa di un territorio. Nelle periferie vivono
persone, non esistono solo situazioni problematiche. E prima le persone
vanno incontrate rilevando le loro esigenze, le storie personali, i vissuti,
poi vengono affrontati i problemi: occorre occuparsene e non semplicemente
preoccuparsene, con interventi sporadici o annunci eclatanti e teatrali.
Invece, la riqualificazione sin qui attuata a Siracusa, nasconde, dietro
la piazzetta, complici utopie di stato sociale e progetti di "finto" sviluppo
(giochi acquatici, centri commerciali, concessioni edilizie a ridosso di
siti di interesse storico-archeologico-naturalistico) per annegare, probabilmente,
nel cemento ricavi di dubbia provenienza o, nella migliore delle ipotesi,
per investire capitali personali e migliorare solo la propria qualità della
vita, godendosi, in modo esclusivo, panorami di eccezionale suggestione!
Tutto ciò creando provvedimenti ad hoc, aggirando vincolo legislativi
e paesaggistici e passando sopra la testa dei cittadini.
la
progettazione partecipata
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