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Dico subito che con questo intervento
mi piacerebbe, su questo giornale, provocare un dibattito su una domanda
retorica che semplifico rozzamente così: può avere succeso
una politica “sociale” che abbia come obiettivo la famiglia
e non il quartiere? Mi avvicino all’argomento con due constatazioni.
La prima sta nella quasi scomparsa – ormai da diversi anni – della
parola periferia dal comune lavoro politico. La seconda guarda alle politiche
di solidariertà sociale operate dalla destra, ed in particolare
da Cuffaro in Sicilia, incentrate su beneficiari singoli e fortemente
prospettate come in favore delle famiglie.
Dopo l’attivazione dei Programmi di Riqualificazione Urbana ed i
Contratti di Quartiere da parte dei governi di centrosinistra, che pure
ponevano l’accento sull’intervento edilizio ed urbanistico
e sulle attività economiche più che sulle politiche di coesione
sociale, altre sono le parole d’ordine che tornano utili alla propaganda
politica. Basta aver seguito le ellissi di un Granata per capire come furbizia
faccia rima con identità, cultura, storia, bellezza ...; niente
di tutto questo nelle nostre periferie derelitte, perciò niente
riviste patinate, niente convegni, niente festival e per questo da dimenticare,
come infatti è stato. In conclusione, le periferie sono ancora lì,
come e peggio di prima, con il loro carico di degrado e di marginalità,
il vuoto, la separazione, spesso la vera disperazione umana.
Ma proprio sul fronte della solidarietà sociale il governo regionale
continua a propagandare provvedimenti in favore di persone e famiglie,
al di fuori di qualsiasi progetto e servizio organizzato sul territorio.
Il veicolo principe è il “buono”: buono-casa, buono-assistenza,
buono-anziani e così via, cioè soldi: la maniera più vile
di affontare un problema comprando chi ce l’ha. Perché non
ti offrono strutture ma ti promettono soldi e poi te la vedi tu. Soldi
in cambio di servizi. Per di più si scopre sempre che i soldi sono
pochissimi ma le richieste moltissime e tutte da esaminarsi a Palermo,
in modo da avere la massima resa clientelare con il minimo delle risorse:
cioè tantissimi siciliani che per quattro lire penseranno di dover
ringraziare direttamente la regione alias Cuffaro, non certo i propri comuni,
e una macchina burocratica elefantiaca di funzionari al proprio servizio
per il parto di una miriade di topolini.
Ma, qui è il nostro tema, anche quando la politica dei “buoni” alle
famiglie fosse praticata con decenza e sufficienza di risorse, potrebbe
davvero essere efficace? O ci sono problemi che, oltre la famiglia, vivono
e naufragano nel contesto siociale in cui la famiglia è inserita
e dunque, perdonatemi la semplificazione, nel quartiere? Non è il
quartiere, soprattutto nelle periferie, il luogo primario della rete di
relazioni sociali che condiziona, in molti casi più della famiglia,
l’esistenza degli individui? Non è il contesto da cui dipende
la stessa famiglia? Non è la dignità o l’insofferenza
di appartenere a quella comunità, l’aria che vi respiri, a
qualificare la vita di ogni individuo? Non è destinata a fallire
o comunque a dare ben poco risultato, ogni politica di coesione sociale
orientata sulla persona che non miri a qualificare e riscattare il contesto
e la sua apparteneneza ad esso?
Ripartire dalla periferia, in conclusione, è quello che penso. Ovvero,
da un lato collocarla al centro delle politiche urbane di coesione sociale,
assumendone il quartiere quale unità minima di intervento, elemento
cardine di ogni progetto di sostegno alle persone. Dall’altra tornare
a farne oggetto di analisi e di intervento pubblico, facendo leva su tutte
le sinergie che in una periferia possono attivarsi. Ovviamente non mi riferisco
alle politiche del lavoro o a quelle per l’economia, che hanno diverso
orizzonte, ma certamente alle politiche urbane ed a tutti quei temi che
vivono di relazioni umane, già di per sé negletti nel nostro
quotidiano.
Poiché siamo su Idea Solidale, chiudo con un pezzo da ultima pagina
appropriato al tema, la Realtà Solidale che avremmo voluto ma non
possiamo descrivere, che voleva vivere ma non c’è. Esiste
infatti, nel nostro capoluogo, almena un quartiere che avrebbe potuto raccontare
la storia del suo riscatto, del passaggio da periferia dimenticata a cuore
pulsante per la città: il quartiere che si riconosce intorno alla
parrocchia di Bosco Minniti. Da anni luogo di frontiera e di grande impegno
che parte dalla chiesa del posto. Meno di due anni fa il Sindaco Bufardeci
vi passò per inaugurarvi una specie di parco ancora ben lungi dall’essere
ultimato: ma era in campagna elettorale ed avrebbe fatto di molto peggio.
Tuttavia, intorno a quel parco ed alla parrocchia si organizzarono i residenti
del quartiere e numerose associazioni di volontari, gruppi giovanili e
persone comuni. Nacquero speranze, progetti, si avviarono iniziative spontanee
in attesa che il comune facesse la sua parte, a cominciare dal completamento
del parco. Invece niente, fino a fare morire tutto, parco e piante comprese
e, quel che è peggio, l’illusione di chi ci aveva creduto.
In una qualsiasi città normalmente amministrata si sarebbe fatto
di tutto per rendere fruibile quel parco, le associazioni che lì c’erano
si sarebbero inventate pur di cogliere quella occasione di rinascita. Poteva
generarsi uno straordinario laboratorio di aggregazione sociale, un quartiere
che da periferia diventava centrale grazie a quel parco ed all’orgoglio
di quanti erano pronti a farlo vivere. Poteva essere il motore per la riqualificazione
della nostra periferia, poteva essere .... Invece dall’amministrazione,
dal Sindaco Bufardeci, niente di niente. Solo promesse non mantenute, spalle
voltate e fastidio per “quelli lì”. Rimane uno straordinario
capitale di risorse umane e materiali finora sprecato, anzi umiliato da
un Sindaco che usa le periferie per elemosinarvi aiuole in tempo di elezioni.
Un capitale su cui vale la pena scommetterci ancora, fino in fondo.
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