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So di avventurarmi su un terreno
che non è il mio, o almeno, non lo è direttamente, poiché in
realtà, in famiglia, se ne avverte costantemente la presenza.
L’oggetto ancora non rivelato di questa mia riflessione è la
scuola, ed in particolare il tradizionale appuntamento delle iscrizioni
alle prime classi di ogni ciclo di studi, che si celebra in gennaio.
Miro, poi, in verità a portare l’attenzione del volenteroso
lettore sulla questione delle iscrizioni dei bambini alla prima classe
della scuola primaria, la vecchia scuola elementare, tanto per intenderci.
Da più di un decennio, se non erro,(ma non me ne vogliate non
sono,ripeto, un esperto di tali argomenti) si assiste alla “liberalizzazione” o “privatizzazione” delle
scuole pubbliche, presi questi nostri governanti, sia di destra che di
sinistra, dalla mania del privatizzare il pubblico, non tanto perché privato è bello,
quanto perché dovrebbe rendere la gestione della cosa pubblica
più efficiente e al contempo più efficace la sua azione
a favore dei cittadini. La politica delle privatizzazioni o meglio, della
gestione aziendale si è estesa, appunto, anche alla scuola.
Proprio il mercato delle iscrizioni scolastiche ne è l’indice
rivelatore più significativo. L’abbattimento dei confini territoriali
di residenza, consente, oggi, di iscrivere i nostri figli alla scuola che
più ci piace, quella che ha il POF, cioè il piano dell’offerta
formativa, in altre parole tutto ciò che non è scuola, più interessante
o che riteniamo aggradi ai nostri ragazzi. Quindi non si guarda più alla
scuola vicina alla nostra casa o che esiste nel quartiere che abitiamo,
preferiamo magari fare qualche chilometro in più, pur di far studiare
i bambini nella scuola “in” del momento. Del resto, quale genitore
non desidera per il proprio figlio il meglio dell’istruzione e il
massimo per la sua formazione? Ma questa eccessiva libertà di scelta
sarà davvero buona per i nostri ragazzi?
Il mercato delle iscrizioni porta taluni dirigenti scolastici a dettare
vere e proprie fatue contro i genitori “traditori”, ad inasprire
i rapporti tra i docenti di plessi diversi, che dall’assottigliamento
delle loro classi, temono conseguenze per il loro posto di lavoro, a far
diventare la scuola non più e non solo laboratorio educativo, ma
luogo di qualsiasi iniziativa che possa portare lustro, e quindi, studenti
alla scuola. Per via del calo demografico degli ultimi anni, gli alunni
sono diventati merce preziosa e nelle scuole si deve lavorare per farne
arrivare anche uno solo in più.
Ma questa politica aziendal-scolastica inizia a palesare le sue conseguenze
più disastrose. In alcune aree urbane si assiste allo spopolamento
delle istituzioni scolastiche ed è ancor più grave quando
ciò accade in quartieri difficili, in cui la scuola è l’unico
punto di riferimento. Far studiare i ragazzi in scuole lontane dal quartiere
in cui abitano spezza il loro legame con il territorio che è loro
più vicino, li porta a frequentare i compagni che stanno dall’altro
capo della città e non quelli della porta accanto. Il quartiere
stesso non è più punto di riferimento, non appartiene al
ragazzo che ha spostato tutti i suoi interessi vicino alla scuola che frequenta.
Dunque, sarebbe meglio ripensare la politica delle iscrizioni alle scuole
primarie, ridimensionare la libertà di scelta tra le scuole, perché se
si continua in questa direzione si finirà per creare scuole elitarie
e ghetti con grave danno per la società futura.
il
mercato delle iscrizioni
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