gennaio, tempo di iscriversi a scuola

  di corrado girasella  

 

So di avventurarmi su un terreno che non è il mio, o almeno, non lo è direttamente, poiché in realtà, in famiglia, se ne avverte costantemente la presenza. L’oggetto ancora non rivelato di questa mia riflessione è la scuola, ed in particolare il tradizionale appuntamento delle iscrizioni alle prime classi di ogni ciclo di studi, che si celebra in gennaio. Miro, poi, in verità a portare l’attenzione del volenteroso lettore sulla questione delle iscrizioni dei bambini alla prima classe della scuola primaria, la vecchia scuola elementare, tanto per intenderci. Da più di un decennio, se non erro,(ma non me ne vogliate non sono,ripeto, un esperto di tali argomenti) si assiste alla “liberalizzazione” o “privatizzazione” delle scuole pubbliche, presi questi nostri governanti, sia di destra che di sinistra, dalla mania del privatizzare il pubblico, non tanto perché privato è bello, quanto perché dovrebbe rendere la gestione della cosa pubblica più efficiente e al contempo più efficace la sua azione a favore dei cittadini. La politica delle privatizzazioni o meglio, della gestione aziendale si è estesa, appunto, anche alla scuola.
Proprio il mercato delle iscrizioni scolastiche ne è l’indice rivelatore più significativo. L’abbattimento dei confini territoriali di residenza, consente, oggi, di iscrivere i nostri figli alla scuola che più ci piace, quella che ha il POF, cioè il piano dell’offerta formativa, in altre parole tutto ciò che non è scuola, più interessante o che riteniamo aggradi ai nostri ragazzi. Quindi non si guarda più alla scuola vicina alla nostra casa o che esiste nel quartiere che abitiamo, preferiamo magari fare qualche chilometro in più, pur di far studiare i bambini nella scuola “in” del momento. Del resto, quale genitore non desidera per il proprio figlio il meglio dell’istruzione e il massimo per la sua formazione? Ma questa eccessiva libertà di scelta sarà davvero buona per i nostri ragazzi?
Il mercato delle iscrizioni porta taluni dirigenti scolastici a dettare vere e proprie fatue contro i genitori “traditori”, ad inasprire i rapporti tra i docenti di plessi diversi, che dall’assottigliamento delle loro classi, temono conseguenze per il loro posto di lavoro, a far diventare la scuola non più e non solo laboratorio educativo, ma luogo di qualsiasi iniziativa che possa portare lustro, e quindi, studenti alla scuola. Per via del calo demografico degli ultimi anni, gli alunni sono diventati merce preziosa e nelle scuole si deve lavorare per farne arrivare anche uno solo in più.
Ma questa politica aziendal-scolastica inizia a palesare le sue conseguenze più disastrose. In alcune aree urbane si assiste allo spopolamento delle istituzioni scolastiche ed è ancor più grave quando ciò accade in quartieri difficili, in cui la scuola è l’unico punto di riferimento. Far studiare i ragazzi in scuole lontane dal quartiere in cui abitano spezza il loro legame con il territorio che è loro più vicino, li porta a frequentare i compagni che stanno dall’altro capo della città e non quelli della porta accanto. Il quartiere stesso non è più punto di riferimento, non appartiene al ragazzo che ha spostato tutti i suoi interessi vicino alla scuola che frequenta.
Dunque, sarebbe meglio ripensare la politica delle iscrizioni alle scuole primarie, ridimensionare la libertà di scelta tra le scuole, perché se si continua in questa direzione si finirà per creare scuole elitarie e ghetti con grave danno per la società futura.

il mercato delle iscrizioni