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Rievocare la memoria per vivere
il presente sull’esempio dei martiri della mafia, un diritto e
un dovere per riappropriarsi di una moralità che non esiste più.
Non dobbiamo solo ricordare le vittime, ma avere rispetto per ciò che
fecero e dissero in vita per trarne sempre insegnamento.
Se sembrano solo buoni propositi, se ci si affida solo alla memoria il
passato sembra rimanere ignorato e tutto ciò che non esiste più rimane
chiuso all’interno di un dramma di cui ci si ricorda solo una volta
l’anno. E’ questo il rischio che si corre nel commemorare una
delle vittime più “autorevoli” (usando un eufemismo)
della mafia, Pippo Fava, l’uomo, il giornalista, la voce che disse
no ad un potere fatto di silenzi, di intimidazioni, di paura. Ventidue
anni son passati e Palazzolo non vuol dimenticare. Basteranno solo un mazzo
di fiori sulla sua tomba, basterà una serata in grande stile, un
convegno, per non dimenticare? Agli occhi di molti sembrerà poco
ma è comunque un buon inizio.
L’occasione è stata offerta dalla presentazione del testo "L'Istruttoria.
Dal processo al teatro" lo studio drammaturgico sugli atti del processo
in morte di Giuseppe Fava scritto dal figlio del giornalista ucciso dalla
mafia, Claudio. Il 6 gennaio, infatti, in via Maestranza, tanti palazzolesi
e non erano lì per ascoltare, per ricordare. Alla serata organizzata
da Agire Solidale e dalla Fondazione Fava sono intervenuti oltre all’autore
del testo, Adriana Laudani, legale della famiglia durante il processo e
il senatore Antonio Rotondo. E l’avvocato Laudani ha ricordato anche
Piersanti Matarella ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980, del legame
con la sua terra e del suo impegno democristiano nella politica siciliana.
E adesso come ripartirà Palazzolo, cosa farà per continuare
a non dimenticare?Le associazioni che operano sul territorio cercando di
ispirarsi a quel principio di legalità e di battaglia contro l’oppressione,
sono tante.
Una tra tutte l’associazione palazzolese antiracket che da più di
14 anni lotta contro chi cerca di togliere dignità a quella grande
quantità di piccoli o grandi commercianti costretti a sopravvivere
per far valere un proprio diritto: un lavoro libero.
Sarà poco ma è uno dei tanti esempi, spesso silenziosi, di
chi dice di no a questa mafia, di chi decide di far sentire la propria
voce, di chi come Fava vuol dare voce fedele a quella fetta di Sicilia
onesta che se sa ragionare in pochi riusciranno a fermare.
riappropriarsi
di una moralità che non esiste più
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