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La 328 in Sicilia è stata
finora un fallimento. È la legge quadro per il sistema integrato
dei servizi sociali, voluta nel 2000 da Livia Turco, ministro del governo
D’Alema, che reinventava il modo di concepire il welfare in Italia
rappresentando uno dei contributi più alti della nostra cultura
politica alla costruzione di una società moderna e migliore. Una
legge che coinvolgeva l’intera società, dalle istituzioni
al “terzo settore”, avviata in Sicilia con due anni di ritardo.
Oggi c’è un dato su tutti, contenuto nel recente decreto
del presidente Cuffaro del 28/10/2005, che dice ogni cosa: i servizi
attivati riguardano solo il 20% dei finanziamenti disponibili, il resto è fermo.
Significa che in un momento di continua riduzione delle risorse pubbliche,
di drammatiche emergenze sociali, di crescita dei livelli di povertà e
di bisogno delle famiglie, la Sicilia si sta permettendo la vergogna
di non spendere i soldi che ha e di non fornire servizi indispensabili
agli anziani, ai disabili, ai minori, agli immigrati, alle famiglie ed
a tutte quelle persone oggi in grave difficoltà.
Un fallimento tanto grave quanto ignorato. Non se ne parla, ma è così.
Ignorato persino dai sindaci, che ne hanno per legge la responsabilità politica.
Può capitare, ma il fatto che ad un recente convegno provinciale
sul tema, non sia intervenuto un solo sindaco dei 21 della provincia è un
segnale difficilmente equivocabile.
Lo spirito della legge è quello di mettere in comune competenze
e risorse per un progetto unitario di risposte ai bisogni del territorio:
il contrario di quel che era prima quando ognuno si procurava e gestiva
da solo il suo finanziamento. La 328 è difficile perché costringe
tutti a lavorare insieme, ma dopo la complessa fase della programmazione,
concretizzatasi nella redazione dei piani di zona, quello della gestione è stato
il momento che maggiormente ha messo a nudo ritardi culturali e vecchie
logiche, estranee non solo alla ratio della legge ma anche alla sua lettera.
Ciò che era per legge di competenza del cosiddetto Gruppo Piano,
struttura tecnica investita del compito di gestire il proprio Piano di
Zona, viene spesso forzato, superato dai sindaci, che andando oltre il
ruolo di indirizzo che la legge assegna loro, assumono decisioni e compiono
atti che finiscono per modificare profondamente i Piani di Zona o per paralizzarne
l’attività. I risultati sono quelli detti prima e la provincia
di Siracusa non fa alcuna eccezione.
Fulcro di questa avanzata è l’accantonamento del Gruppo Piano,
vera rivoluzione della legge, di cui fanno parte anche gli organismi del
terzo settore.
Sta qui, a mio avviso, l’aspetto più insidioso della questione.
Non soltanto il fallimento della 328 in Sicilia apre infatti le porte ad
una programmazione futura, quale definita dal decreto citato, che segna
tre passi indietro rispetto alle potenzialità della legge: la destra
non ha mai creduto in questo welfare ed ora, dopo non aver fatto nulla
per sostenerlo, coglie al volo l’occasione per riproporre il suo
modello di sempre: parcellizzato, assistenziale, clientelare. Ma insieme
a questo, dietro a tutto questo, c’è un attacco al mondo del
terzo settore che non deve vederci distratti. Questo ambito, giustamente
valorizzato e responsabilizzato dalla legge, è l’anello qualificante
e nello stesso tempo più fragile dell’intero sistema.
Dal terzo settore, la nostra provincia ne è un esempio riconosciuto,
provengono le competenze più qualificate ed anche le spinte più avanzate.
In esso si sono accumulate conoscenze, pratica del servizio e cultura d’impresa
che lo rendono attore insostituibile del nuovo welfare. Nello stesso tempo,
sono loro gli operatori, le cooperative, il mondo del lavoro maggiormente
presente in quest’ambito: una posizione certamente delicata, resa
tale anche da una normativa che da un lato agevola e dall’altro può costituire
un’arma a doppio taglio. Facile allora, per una politica che non
sta al suo ruolo, mostrare insofferenza, tentare di “usare” impropriamente
queste realtà, fino a delegittimarne la funzione riconosciuta dalla
legge, come hanno denunciato i rappresentanti del terzo settore del Distretto
48 di Siracusa. È ovvio che nulla di tutto questo sarebbe accaduto
se vi fosse stato un rispetto puntuale della legge e se tutti, enti locali
ed istituzioni per prime, avessero concorso a sorvegliarne l’applicazione.
Ma la delegittimazione del terzo settore può essere, a mio avviso,
la conseguenza più grave del fallimento della 328 perché non
riesco ad immaginare un nuovo welfare che possa imporsi depauperando questo
importante patrimonio.
il bilancio dell'applicazione della legge 328 in sicilia
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