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Quando sono entrato nel reparto
di otorinolaringoiatria ero un po’ nervoso.
L’operazione di per sé era banale (dovevo soltanto togliere
le tonsille) ma comunque quando devi andare sotto i ferri anche se per
stupidaggini sei nervoso lo stesso. Così quando entrai nella stanza
numero 5 il nervoso aumentò, com’è normale, di sei
letti quattro erano già occupati, io andavo ad occupare il quinto,che
era proprio fra i letti di C. e G. entrambi all’ospedale per operarsi
al setto nasale. Fortunatamente nel giro di pochi minuti conobbi tutti,
mi misi in pigiama, ed iniziai delle piacevoli conversazioni con i miei
nuovi amici ed i loro familiari.
In quella stanza con noi c’era anche il piccolo P. di otto anni che
aveva un occhio bendato. Un bambino dolcissimo dove però riscontravi
degli atteggiamenti di “chiusura” e diffidenza verso il “mondo” o
perlomeno verso quegli adulti che insieme a lui dividevano quella stanza.
Il padre di P. era un uomo molto alto, magrissimo, di quelli però con
la pelle dura, scura, che definiresti simile al cuoio.
P. e suo padre sono inseparabili. P. gli sta attaccato come un ombra, non
gli stacca di dosso l’occhio sano neanche un secondo, se il padre
si allontana un attimo per andare in bagno fuori dalla stanza P. si alza
dal letto e quasi atterrito gli chiede: ”Papà, dove vai?”
“
Torno subito P. vado in bagno non preoccuparti, torna a letto”.
Ma P. non torna a letto si mette sull’attenti davanti la porta della
stanza dove siamo ed osserva il padre che entra in bagno e preso da un’ansia
incomprensibile aspetta visibilmente agitato che il padre esca dal bagno.
Sembra che quei pochi minuti per lui durino un eternità, solo quando
vede il padre riuscire da quella porta e ritornare verso di lui gli scappa
un sorriso innocente di felicità e se ne ritorna di corsa a letto.
“
Che fai mi controlli?” gli dice il padre scherzando, “secondo
te ti lasciavo qua?”.
P. si tranquillizza, è felice di stare con il padre, si vede, ritorna
ai suoi giocattoli sparpagliati sul letto. Suo padre nel frattempo guardava
fuori immobile, silenzioso, assorto nei suoi pensieri.
Nel primo pomeriggio poi arriva una signora, molto gentile nei modi anche
molto garbata col padre, P. non aveva l’aria di essere felice eppure
quella visita gli faceva piacere.
Era la maestra di P. che era venuta per stare un po’ di tempo con
lui e permettere al padre di P. di tornare a casa e potersi riposare, farsi
una doccia. Così feci qualche domanda a questa maestra, che mi raccontò la
storia di P. e di suo padre.
P. e suo padre erano lì da una settimana, da quando P. giocando
con i suoi compagnetti a scuola cadendo si era sfondato un occhio, erano
lì da una settimana ed ancora chissà quanto ci sarebbero
dovuti rimanere visto che ancora non si conosceva l’entità del
danno che aveva l’occhio se prima non si sgonfiava del tutto l’ematoma.
L’occhio di P. faceva impressione, era talmente tumefatto che se
qualcuno facilmente impressionabile lo vedeva dava di stomaco.
P. non ha una madre, l’aveva, fino a quando un giorno lei ha deciso
di abbandonarlo, di abbandonarlo insieme al padre.
Ho capito quasi subito che mi trovavo di fronte ad una storia di periferia,
una storia triste. P. e suo padre non hanno nessuno che possa prendersi
cura loro. Nessuno che venga loro a fare una visita.
P. si prende cura di suo padre e viceversa.
Mi spiegavo adesso il perché di quell’attaccamento morboso
di P. nei confronti del padre, avevo capito il perché di quella
sua paura di non vedere più uscire il padre dal bagno, avevo capito
quelle piccole lacrime quando il padre veniva “sostituito” dalla
maestra per andarsene a casa.
“
Tu non torni più” gli diceva spaventato mentre lacrimava P.
Il padre gli sorrideva “certo che torno” e se ne andava via
camminando a passo svelto nel corridoio, senza guardare nessuno negli occhi,
a testa bassa, con le spalle schiacciate come se tutto il peso della vita
fosse sulle sue spalle, come se la vita cercasse di sottometterlo. Perché a
volte la vita, il mondo, sembra che non stia dalla parte di chi vuole riscattarsi.
La vita non ha pietà, così come non ne ha avuta il datore
di lavoro del padre di P., per cui lavorava in nero, che lo ha licenziato
in tronco perché ha lasciato il lavoro ed è corso all’ospedale
restandoci per una settimana, anche la notte per stare accanto a suo figlio.
Nel frattempo che la maestra di P. mi raccontava tutto questo e della miseria
in cui per alcuni periodi entrambi avevano vissuto, osservai che C. il
mio vicino di letto guardava su Rai Due un programma, “La vita in
diretta”, dove una soubrette tutta tette e scollature raccontava
che soffriva perché era alla ricerca dell’amore ma di quello
con la A maiuscola dopo che si era lasciato con il suo ultimo fidanzato,
il terzo nel giro di un anno, naturalmente anche lui ricco e pieno di soldi.
“
Non cambiate canale” raccomandava il conduttore “ dopo la pubblicità ritorneremo
per parlare dei problemi di un'altra coppia…..”.
Il palinsesto della giornata non aveva altro da offrire, da un canale all’altro,
che Reality. Che tradotto vuol dire realtà.
Nel frattempo ritornò il papà di P. e P. ritornò a
sorridere.
Fortunatamente C. spense la televisione, e iniziammo a giocare con P. sul
suo letto ai soldatini, notai che P. con l’unico occhio disponibile
giocava con noi e allo stesso tempo teneva “sotto controllo” il
padre ed ogni suo movimento.
“
Dove vai?” chiese nuovamente atterrito al padre, “a fumare
una sigaretta, torno subito” gli rispose.
Ma P. smise di giocare con noi ai soldatini e scendendo subito dal letto
seguì il padre standogli distante solo qualche metro per non disturbarlo…..
La vita in diretta….
tra
reality e realtà
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