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In Sicilia hanno perso i ragionieri
della politica. Quelli convinti che i candidati si debbano scegliere
come si fa con i criceti o con i labrador (pelo bianco, muso nero, occhi
azzurri). Piccoli chimici della politica che vorrebbero sempre misurare,
prima di decidere, quante parti di sangue moderato e di sangue radicale
scorrono nelle vene del candidato. E poi, qual è il colore della
sua tessera, quante parrocchie ha frequentato, se è di segno zodiacale
riformista, se legge l'Unità o il Corrierone. Hanno perso i gattopardi,
quelli che tanto in Sicilia figurati se cambia qualcosa, lì per
vincere ci vuole un democristiano, uno con la faccia furba e la cravatta
ton sur ton, altro che la dottoressa Rita Borsellino che sembra una madonna
di porcellana, col suo volto immacolato, lo sguardo più azzurro
del mare e i sorrisi che ti lasciano senza parole. Hanno perso i piccoli
generali, quelli che pensano di muovere i voti come le armate del risiko,
io ci metto tre sezioni, quattro onorevoli e un sindaco, tu mi dai il
senato accademico, l'altro ci mette le cliniche e i manager...
Ha perso quest'idea letteraria e molto romana di una Sicilia inguaribile
e svagata, perduta tra mediazioni e moderazioni, una Sicilia che conosce
solo il linguaggio da mercante in fiera che adopera Raffaele Lombardo (io
qui sono: allora, chi mi vuole? chi offre di più?), che non crede
ai sogni e che con i Cosi Nostri ha imparato a convivere molto prima che
ce lo chiedesse il ministro Lunardi.
In compenso hanno vinto i siciliani. Non Orlando, non i Ds o Rifondazione:
i siciliani. I tanti che non avevano neppure votato per le primarie un
po' liturgiche di ottobre e adesso sono andati a cercarsi il loro seggio
per dire che questa sfida da nuovo millennio, questo riscatto da una politica
di ammiccamenti e furbizie è anche la loro sfida. I siciliani che
vogliono riscattarsi dal medioevo mafioso senza affidarsi - per una volta
- alle corti di giustizia. I siciliani che hanno capito, sulla loro pelle,
che sconfiggere la mafia non serve ad andare in paradiso ma a vivere meglio:
più risorse per l'economia, più salute negli ospedali, più lavoro
per i disoccupati, più dignità per i padri, più futuro
per i figli.
Rita Borsellino interpreta questo bisogno di una nuova cittadinanza senza
ricorrere al fantasma del fratello. Ma partendo da se stessa. Dieci anni
di lavoro con Libera, mentre ai tavoli del bridge si discettava sulla Sicilia
irredimibile. Un milione di firme raccolte per rendere utile la legge La
Torre, mentre i segretari di tutti i partiti si convincevano che la mafia
non era più priorità né emergenza. «La logica
del cognome non surroga competenze e per nessuna ragione al mondo si potrebbe
affidare alla signora Alighieri la continuazione della Divina Commedia» ha
scritto Francesco Merlo. Il paradosso è suggestivo ma bugiardo.
Rita Borsellino non sta ereditando, per jus familiae, la conduzione dei
processi istruiti dal fratello: si sta preparando per una sfida (politica
e di governo) che nulla ha a che fare con il mestiere di giudice.
Ma il paradosso di Merlo è più insidioso, tradisce la convinzione
diffusa e superficiale che esiste una generazione di paria (orfani, vedove,
sorelle e fratelli degli ammazzati di mafia) degni di compassione, non
di credibilità. Condannati ad essere, nelle loro vite private, il
riflesso sbiadito dei loro morti. E se qualcuno di loro si intigna a vivere
il proprio tempo, e magari a sfidare le menzogne della mafia scegliendo
la via più diretta e spigolosa, quella dell'impegno politico, scatta
subito il coprifuoco: ma che vogliono, costoro? Non gli bastano le veglie
funebri, le commemorazioni con le scolaresche, le medaglie al valore? Pure
politica vogliono fare?
Ecco il vizio di Rita Borsellino: portare quel cognome senza farsene una
colpa; anzi, pretendendo il diritto all'indignazione e all'azione. Per
sua e nostra fortuna. Altrimenti, tanto varrebbe farci cucire una stella
gialla sul bavero del cappotto, così i bambini potrebbero riconoscerci
subito per strada: guarda, mamma, la vedova di..., il figlio di...
la
politica non è un "risiko"
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