autanasìa

  di francesco ortisi  

 

L’anno che se ne va ha lasciato sulle strade del Bel Paese circa seimila morti ed oltre trecentomila feriti. Incalcolabile il numero di coloro la cui vita è stata segnata dallo strazio inguaribile in cui precipita la morte di una persona cara o dallo stravolgimento radicale a cui ti costringe l’invalidità permanente di chi ti vive a fianco. Le statistiche ben presto ci daranno, con la certezza inesorabile dei dati, anche il calcolo economico del cosiddetto costo sociale ascrivibile alla voce “ecatombe stradale” (chissà quanto viene valutato in euro il pianto di un padre che seppellisce un figlio?).
Ma le cifre e le statistiche anziché esaltare l’angoscia la anestetizzano; la fredda razionalità del numero sembra avvolgere la realtà tragica dei fatti, svestendola dell’orrore che la ricopre, per ammantarla in una sorta di plausibilità capace di farla rientrare nella categoria dell’inevitabile. Ed infatti, tutto sembra dirci che di fronte a queste morti non resta che rassegnarsi. Perché l’orizzonte della tecnica, entro cui queste morti si ascrivono, ha di fatto sostituito il divino. E tutto ciò che la tecnica produce è in qualche modo considerato fatale; non rientra più nell’ordine degli eventi sottoposti al controllo dell’uomo.
Sta qui la grande mistificazione.
Attorno a queste morti si inscena l’ipocrita farsa che fa appello alla prudenza o minaccia sanzioni per gli indisciplinati, i quali non fanno altro che premere su un acceleratore legalmente omologato a superare gli assurdi limiti di velocità previsti dal codice della strada. E dopo lo strazio dei corpi maciullati, che puntualmente arricchiscono la cronaca del weekend, la pagina sportiva (?) passa ad esaltare le gesta di un ragazzotto che si fa la barba sfregando la guancia sul ruvido asfalto di una pista, in groppa ad una moto che sfreccia a 300 all’ora per tagliare primo un traguardo, dopo il quale si ritroverà in testa una corona d’alloro e in tasca un assegno miliardario.
Non ci resta che piangere?