|
|
L’anno che se ne va ha lasciato
sulle strade del Bel Paese circa seimila morti ed oltre trecentomila
feriti. Incalcolabile il numero di coloro la cui vita è stata
segnata dallo strazio inguaribile in cui precipita la morte di una persona
cara o dallo stravolgimento radicale a cui ti costringe l’invalidità permanente
di chi ti vive a fianco. Le statistiche ben presto ci daranno, con la
certezza inesorabile dei dati, anche il calcolo economico del cosiddetto
costo sociale ascrivibile alla voce “ecatombe stradale” (chissà quanto
viene valutato in euro il pianto di un padre che seppellisce un figlio?).
Ma le cifre e le statistiche anziché esaltare l’angoscia la
anestetizzano; la fredda razionalità del numero sembra avvolgere
la realtà tragica dei fatti, svestendola dell’orrore che la
ricopre, per ammantarla in una sorta di plausibilità capace di farla
rientrare nella categoria dell’inevitabile. Ed infatti, tutto sembra
dirci che di fronte a queste morti non resta che rassegnarsi. Perché l’orizzonte
della tecnica, entro cui queste morti si ascrivono, ha di fatto sostituito
il divino. E tutto ciò che la tecnica produce è in qualche
modo considerato fatale; non rientra più nell’ordine degli
eventi sottoposti al controllo dell’uomo.
Sta qui la grande mistificazione.
Attorno a queste morti si inscena l’ipocrita farsa che fa appello
alla prudenza o minaccia sanzioni per gli indisciplinati, i quali non fanno
altro che premere su un acceleratore legalmente omologato a superare gli
assurdi limiti di velocità previsti dal codice della strada. E dopo
lo strazio dei corpi maciullati, che puntualmente arricchiscono la cronaca
del weekend, la pagina sportiva (?) passa ad esaltare le gesta di un ragazzotto
che si fa la barba sfregando la guancia sul ruvido asfalto di una pista,
in groppa ad una moto che sfreccia a 300 all’ora per tagliare primo
un traguardo, dopo il quale si ritroverà in testa una corona d’alloro
e in tasca un assegno miliardario.
Non ci resta che piangere?
|
|