|
|
Ricordare Pasolini. C’è un
solo modo per farlo: rileggere la sua opera e non sfuggire al confronto
duro ed aspro che essa ci richiede. Perché l’opera di Pasolini,
a trent’anni dalla sua morte, costituisce ancora uno scandalo,
ossia, letteralmente, una “pietra d’inciampo”, un’insidia,
uno sconvolgimento per la nostra acquietata coscienza. E per sfuggire
al confronto con Pasolini, oggi come ieri, ha buon gioco la manovra diversiva
che rapisce tutta intera l’attenzione per condurla a interrogarsi
non sulla sua vita, ma sulla sua morte. Una morte anch’essa “scandalosa”,
oscura e incerta persino nei suoi esiti giudiziari. Una morte strumentalizzata,
utilizzata fin dal primo momento per dare libero sfogo alla atavica pruderie
dei perbenisti, che proteggono dietro gli schermi dei loro proclami moralistici
una morbosa curiosità. Fa scandalo la morte di Pasolini: su di
essa si concentra il cono di luce dei riflettori, che lascia in ombra
ed oscura il vero scandalo che Pasolini ha svelato agli uomini del suo
tempo, con il suo atto di accusa radicale contro l’omologazione
culturale e l’esito distruttivo della società, della politica
e dell’economia neocapitaliste.
L’itinerario artistico di Pasolini è tutto inscritto dentro
il suo più ampio itinerario intellettuale. La sua molteplice attività creativa
e critica, che sperimenta i linguaggi della poesia, della narrativa, della
saggistica e della critica letteraria, del cinema e del teatro, sino alla
prolifica stagione del polemista che redige articoli e pamphlet per un’aspra “querelle” politica
e civile; tutta quanta la sua molteplice attività creativa e critica,
dicevo, è il riflesso mediato di uno straordinario e tenace impegno
intellettuale, tutto volto ad interrogarsi profondamente, sinceramente,
sulle condizioni d’esistenza determinate dalla realtà storica
e dalle trasformazioni in atto nella nostra epoca.
Il suo sguardo sulla realtà è sconvolgente. La sua lucidità intellettuale,
sorprendente. Si può certo dissentire dalle conclusioni a cui egli
aggiunge nelle sue analisi e osservazioni, ma non si può disconoscere
la capacità che ebbe di cogliere aspetti nodali e problematici delle
trasformazioni in cui s’agitava l’Italia di quegli anni: l’Italia
del boom economico, delle nuove periferie urbane, del potere democristiano,
della televisione, delle rivolte giovanili, dei tentativi golpisti, dell’insorgere
del terrorismo e della nuova strategia della tensione, dei jeans Jesus
e dei capelli lunghi, del referendum sul divorzio e dei nuovi costumi sessuali.
Basta rileggere gli “scritti corsari” o le sue “lettere
luterane” per sbalordirsi dinanzi alla forza di preveggenze delle
sue parole. E’ questo che si chiede ad un intellettuale. La capacità di
leggere e interpretare i “segni dei tempi”, scrostandoli dalle
impurità degli automatismi percettivi e dai condizionamenti di vario
tipo che ad essi si sovrappongono. Ed è in questa attitudine che
si manifesta il carattere “oracolare” e “profetico” dell’intellettuale,
capace di presagire il futuro esercitando la chiaroveggenza del presente.
Nulla di magico o di religioso. Ovviamente. Pasolini è stato e rimane
un intellettuale marxista; checché ne dicano i revisionisti d’accatto
che ne deformano il pensiero e le intenzioni. Ma Pasolini non fu uomo di
chiesa né di partito. Egli difese la propria libertà intellettuale,
anche quando questa lo poneva in polemica con i suoi compagni di strada.
Fu così per il Sessantotto, fu così per l’aborto: questioni
sulla quali assunse posizioni diverse e in aperto contrasto con quelle
dei partiti della sinistra e del movimento radicale. Ma Pasolini, non si
sottrasse mai al confronto, ostinatamente convinto di dover sempre affrontare
l’interlocutore, foss’anche una vociante e minacciosa assemblea
studentesca in cui rischi il linciaggio morale se non quello fisico. Perché Pasolini
fu innanzitutto un uomo di straordinario coraggio civile. Egli per primo
osò processare il Palazzo. Anzi, fu proprio lui a coniare per i
luoghi del potere quel nome che ancor oggi li identifica. E lanciò sul “Corriere
della Sera”, diretto in quegli anni da Piero Ottone, un violento
j’accuse contro la classe politica democristiana:
Io so
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe”(…)
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei
primi mesi del 1974.(…) Io so i nomi del gruppo di potenti, che,
con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci
e della mafia) hanno creato (del resto miseramente fallendo) una crociata
anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto
e per ispirazione della CIA, si sono riconosciuti una verginità antifascista,
a tamponare il disastro del referendum. Io so i nomi di coloro che, tra
una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione
politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione
di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti
(…) Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro
(…) a personaggi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone
serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi (…) ai malfattori
comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione come killer o
sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni
e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove.
Io so, perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di
seguire tutto ciò che succede (…) che coordina fatti anche
lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero
coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano
regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero.
Ma la polemica politica è solo il versante più esposto ed
eclatante dell’azione di denuncia in cui Pasolini s’impegnò pubblicamente.
In realtà, la radice dell’angoscia personale e collettiva,
che egli tentò ossessivamente di portare alla luce della coscienza
e della parola, nasce da una visione precisa e chiara: la visione dell‘ “universo
orrendo” determinato dal neocapitalismo consumista. Sono sparite
le lucciole, diceva Pasolini, e con esse è sparito un intero mondo
di valori, un’intera civiltà “pluralistica” di
tradizione popolare. La civiltà contadina e preindustriale viene
così cancellata da un universo tecnologico, consumista ed edonista,
falsamente tollerante, ma in realtà interclassista e totalitario
che ha compiuto una vera e propria mutazione antropologica, omologando
i comportamenti e degradando le coscienze, rendendole funzionali al nuovo
valore dominante che tutti assoggetta: il consumo. E’ questo il nuovo
fascismo. Il vero totalitarismo, di fronte al quale il vecchio fascismo è ben
poca cosa.
I toni sono apocalittici, ma leggendo i suoi articoli, le sue interviste,
ci si rende conto che Pasolini è mosso da un profondo e sincero
convincimento; il suo sguardo sul presente e la visione che ne scaturisce
lo inducono ad analisi impietose. Due settimane prima di morire, dedica
una sua “lettera luterana” ad avanzare “due modeste proposte
per eliminare la criminalità in Italia”: 1) Abolire immediatamente
la scuola media dell’obbligo. 2) Abolire immediatamente la televisione.
Si tratta di provocazioni? Anche. Ma scaturite da una analisi puntuale
e attenta che non lascia spazio ad indulgenze e tentennamenti. Come di
fronte ad un terremoto non si indugia in casa a rassettare i letti ancora
caldi da cui ci si è alzati alla prima scossa, ma ci si precipita
fuori dalla soglia di casa senza badare a chiuderne l’uscio, così il
crollo di un modo di vivere plurisecolaree la disumanizzazione, che Pasolini
scorgeva oltre l’apparenza del benessere annunciato dalla sirena
ammaliatrice del consumismo neocapitalista, lo induceva a lanciare perentoriamente
il suo grido d’allarme. Un grido disperato. Perché Pasolini
non credeva nella redenzione.
trent'anni
fa moriva pier paolo pasolini
|
|