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| di saro miano | ||
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La visione del film "La bestia nel cuore " di Cristina Comencini fratto dall'omonimo romanzo della stessa regista. mi ha suscitato emozione ed entusiasmo. Emozione per aver assistito ad un film in alcuni momenti delicato e poetico, in altri capace di esprimere sentimenti forti, duri, anche violenti (Tremenda è stata la scena nella quale Luigi Lo Cascio, Daniele, stacca la spina che tiene in vita i padre), ma sempre ben confezionati, senza cadute di ritmo o di stile, pur trattando di argomenti ostici e scabrosi, come la violenza sessuale subita tra le mura domestiche e l’omosessualità tra donne. Entusiasmo per il coraggio dimostrato dall'autrice e regista nell’affrontare temi che una certa cultura oscurantista vorrebbe relegati nell'ambito del privato. Una giovane donna Sabina, Giovanna Mezzogiorno, ha rimosso il ricordo delle violenze sessuali subite dal padre con la connivenza della madre. Entrambi i genitori professori di scuole superiori, ad attestare che queste nefandezze sono proprie a tutte le classi sociali. La terribile esperienza, la bestia, appunto, le rimane imprigionata nei meandri della coscienza, minandola alla base. E quando il ricordo riaffiora in sogno, pur nella sua indefinibilità, l'angoscia e la sofferenza che ne derivano sono tali da rendere invivibile la quotidianità. Anche il fratello, Daniele, Luigi Lo Cascio, ora professore universitario, ha subito da piccolo le "attenzioni" del padre e ne piange ancora le conseguenze, dato che non riesce a toccare i propri figli, forse nel timore di poter aver le tendenze paterne, e che una sapiente regia ci ha fatto solo per qualche istante sospettare, negando loro quel contatto fisico che concorre a cementare il rapporto tra persone che si vogliono bene e d cui i bambini hanno tanto bisogno. Solo parlandone tra di loro, in una sorta di esercizio psicoanalitico, Sabina riesce a far affiorare a livello di coscienza e a comprendere pienamente i motivi delle sue inquietudini e a tentare di liberarsene. Sentimenti opprimenti ed angoscianti, dunque, ben sottolineati dal sapiente uso della fotografia e della luce e dall'intensa interpretazione di Giovanna Mezzogiorno che le è valso il premio Volpe come migliore attrice protagonista al festival del cinema di Venezia. Forse, meno convincente è stata l'interpretazione di Luigi Lo Cascio, che pur potendo contare su espressioni adeguate e una buona presenza scenica, non possiede, tuttavia, a mio modesto parere, nel suo bagaglio tecnico, una varietà fonetica tale da evitare, nel tentativo, peraltro apprezzabile, "della recitazione del quotidiano", una disarmante monotonia. Ma tutto ciò poco inficia la bellezza del film. Bellissima ed emblematica è, infatti, la scena delle rotture delle acque di Sabina (è incinta del suo compagno, Alessio Boni) mentre è sola nel treno, durante la quale scorrono nella sua mente, come dei flash back, i momenti salienti del suo dramma che finalmente riesce a superare: la nascita di una nuova vita, concepita con amore, ha scacciato, quasi materialmente, dato il contenitore, l'angoscia della profanazione subita. Accanto alla vicenda principale altre se ne intrecciano, concatenate tra loro, ma sempre trattano di temi esistenza di passioni e sentimenti. Poetica e delicata la scena dell'amore saffico tra Maria, Anna Finocchiaro, bellissima interpretazione la sua, intrisa di ironia, ed Emilia, Stefania Rocca, anch’essa all’altezza della situazione. Entrambe sole. Maria è stata lasciata dal marito per una donna molto più giovane. Emilia ha un grave handicap, è cieca. E' il bisogno di tenerezza e di calore umano che le porta a cercarsi e a trovarsi. Tema rivoluzionario, dunque, oggi più che mai, trattato con levità e naturalezza, che sicuramente ha turbato e infastidito chi, forte del proprio granitico pregiudizio, bolla il apporto omosessuale con termine odioso e razzistico, come innaturale. O, nei casi più benevoli, come disordine mantale e dunque come patologico, dimostrando oltre che becerume anche ignoranza scientifica. Fortunatamente, da sempre, ci ha pensato Eros, con le molteplici forme e possibilità con cui si presenta a sconvolgere e a far sussultare questi convincimenti che come i vagoni di un treno, a camere stagne, sostenuti da presunte e tutte da dimostrare verità rivelate, scorrono, senza speranza sulle rotaie della vita, verso un binario morto. Soprattutto, il film della Comencini ci ricorda che la famiglia non è quel luogo di serenità dispensatore di Bene infinito che una certa melensa retorica vorrebbe propinarci. Ma è anche, per fortuna non solo, luogo di prevaricazioni e nefandezze inenarrabili, di odi e rancori profondissimi. E solo l'amore e la "Vita” riescono, con la loro forza prorompente, come un fiume in piena, a rimuovere e trascinare via le acque limacciose di un’intimità violata. E avere la capacità di dirlo, in maniera artisticamente ineccepibile, in un momento storico in cui certe vecchie cariatidi sembrano avere il sopravvento, è veramente entusiasmante. un film coraggioso sul tema dell'omosessualità e della violenza in famiglia |