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Un fatto di cronaca, grave ed inquietante,
riaccende un dibattito che da un millennio non trova soluzione: che posto
occupano i popoli viaggianti, i senza casa, nella nostra società sedentarizzata.
Ogni volta che un evento criminoso li vede coinvolti, cominciano a piovere
sulla carta stampata e nei discorsi da bar, e non solo da bar purtroppo,
i soliti luoghi comuni secondo cui tutti i nomadi sono delinquenti e
ladri. È evidente che ognuno deve rispondere alla giustizia se
compie dei reati, ma bisogna guardarsi bene dalle facili generalizzazioni.
Tra tutte le minoranze sono la più minoritaria ovunque si trovino,
e portano con sé il disprezzo e i pregiudizi degli altri da almeno
mille anni. La tradizione li vuole discendenti di Caino in quanto i suoi
figli esercitavano i mestieri di fabbro e di suonatore, tipici delle genti
nomadi.
Sebbene oggi siano circa 7-8 milioni in tutto il mondo, e siano divisi
in vari gruppi anche con nomi diversi (Kalè, Sinti, Lovara, Camminanti,
Khorakhanè), hanno un’origine comune nel nord dell’India,
da cui mossero forse prima dell’anno mille. In Italia vengono segnalati
per la prima volta intorno al 1420. Nel corso dei secoli verranno perseguitati
un po’ ovunque, deportati in America come schiavi, marchiati a fuoco
nei Paesi Bassi, perseguitati dalla Chiesa Cattolica e deportati durante
il Nazismo. Più volte in varie società si è tentato
di sedentarizzarli con la forza, anche togliendo loro i figli. Il paradosso
vuole che oggi siamo noi ad accusarli di essere ladri di bambini.
Li chiamiamo erroneamente Zingari dall’ungherese czigani, perché associati
ad una setta di eretici che portava questo nome, anche gitani (o gipsy)
cioè provenienti dall’Egitto, è una credenza priva
di fondamento.
Essi si autodefiniscono Rom o Manus, parole indiane che significano “uomo” ed “uomo
libero”. I non-zingari vengono definiti caggè (o gagè),
cioè stranieri, servi, attaccati alla terra, sedentari. Il termine
Rom è il più utilizzato dalle organizzazioni nomadi sul piano
politico, ed è quello che ne rappresenta il 70 % delle comunità presenti
in Europa. La lingua dei nomadi, il Romanès, che può essere
riportata ad un’origine comune molto antica, si è arricchita
nel corso dei secoli di vocaboli presi in prestito, modificandosi di paese
in paese.
Non hanno una loro religione, ma una religiosità comune, vedono
la presenza di un dio in tutte le cose della vita. Si adattano comunque
ad accogliere la religione del luogo in cui vivono. Ci sono Rom musulmani
e cristiani, e tra quelli cristiani ci sono ortodossi, cattolici e protestanti.
Questa assenza di fondamentalismo religioso è da attribuirsi alla
loro originaria cultura indiana, tollerante ed aperta, che vede in ogni
atto religioso la presenza di dio.
Durante la guerra dei Balcani, una nuova ondata di immigrazione ha portato
in Europa nuovi nuclei di nomadi. Si tratta di famiglie sfuggite alla miseria,
diventate nomadi per forza di cose, che hanno difficoltà anche a
trovare luoghi di sosta, e non è raro che siano discriminate dagli
altri nomadi. Sono i gruppi più problematici, quelli più esposti
al rischio criminalità.
Obiettori di coscienza, volontari Caritas, insegnanti o finanche studiosi
che hanno provato a condividere con loro qualche momento della giornata
avrebbero un’altra storia da raccontare rispetto ai soliti luoghi
comuni. I pregiudizi in questo caso lasciano il posto a volti di bambini,
a case di lamiera e cartone. Storie, vite, miserie mai raccontate.
Spesso i più volenterosi parlano di necessità di integrazione,
in realtà anche quello è un punto di vista sbagliato, perché si
finisce sempre con il tentare di assimilarli alla nostra cultura. Questo è uno
dei motivi per cui tra i nomadi c’è molta ritrosia a mandare
i figli nelle nostre scuole. Bisognerebbe piuttosto realizzare una convivenza
nel rispetto reciproco delle differenze, cominciando proprio dai banchi.
“
Accostarsi ad essi, - ha scritto Tullio de Mauro - alla loro tradizione
di lingua e cultura, una tradizione remota e tenacemente difesa nel tempo
e tra tante genti diverse, è una lezione preziosa per intendere
attraverso la loro diversità così radicale il nostro mondo
di popolazioni a lungo stanziali. Capirli vuol dire capire meglio noi stessi,
convivere con loro significa arricchire di una diversa modalità la
nostra vita.”
un
dibattito che dura da un millennio
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