sinistra, clonazione e democrazia

  di salvatore amato  


Il 17 gennaio il Comitato nazionale per la bioetica, su richiesta del ministro Sirchia, ha ribadito la condanna etica della clonazione umana a fini riproduttivi (CUR). L'annuncio dei Raeliani appare sempre più una mistificazione e la clonazione su animali presenta ancora tassi di insuccesso così elevati (superiori al 95 %) da rendere assolutamente impensabile una seria applicazione scientifica all'uomo. Tuttavia proprio il 17 gennaio sia il Riformista che l'Unità hanno attaccato, in maniera abbastanza violenta, sia il Comitato che il Ministro, ponendo il problema quasi in termini di conflitto tra destra e sinistra. Vorrei cogliere quindi l'occasione per iniziare qualche riflessione (e possibilmente avviare un dibattito su Ideasolidale) sul rapporto tra cultura di sinistra e clonazione, tra CUR e democrazia. Lascerei, per ora, da parte la complessa questione dell'utilizzazione delle cellule staminali, tratte dagli embrioni, per la ricerca di nuove terapie.
Recentemente Habermas, in uno dei suoi libri più belli (Il futuro della natura umana, Einaudi, €14), ha posto questo problema in maniera estremamente efficace, sostenendo che il pensiero liberale non può accettare una genetica liberale: una genetica regolata integralmente dalla legge della domanda e dell'offerta, dai desideri dei genitori, dalle capacità manipolative della medicina. Non può accettarla proprio in nome della democrazia che si basa sul diritto di essere se stessi, "il redattore capo di se stessi".
Va detto subito che non esisteranno mai uomini fotocopia. Einstein è Einstein per una misteriosa serie di casualità genetiche, chimiche, storiche, culturali (astrologiche, per chi ci crede) assolutamente misteriose e irripetibili. Abbiamo già l'esperienza dei gemelli omozigoti che, pur derivando dal medesimo nucleo cellulare, non hanno uguali neppure le impronte digitali, per non parlare della psiche o della salute. E' un po' come se rigiocassimo all'infinito la medesima partita di calcio, con gli stessi giocatori, lo stesso arbitro, lo stesso stadio: non avverranno mai le "stesse" cose.
Anche se l'identità tra gene e persona è falsa e la biologia non potrà mai condizionare in-tegralmente la biografia, non appare meno inquietante pensare che esistano dei "designer" chiamati a forgiare esseri umani secondo modelli precostituiti, negando loro il diritto, ma soprattutto la gioia di scoprire se stessi. Libertà è la possibilità di domandare "come sarò?". Democrazia è la possibilità di domandare "chi voglio essere?".
Avanzare queste perplessità significa, però, mettere in discussione uno dei nuclei centrali della cultura di sinistra: l'idea che qualsiasi limite alla scienza costituisca un attentato alla democra-zia, sia il frutto di inam-missibili condizionamenti religiosi e di intollerabili ritardi culturali.
Una società pluralista deve sviluppare una bioetica laica che rifiuta limiti naturalistici e vincoli legislativi. Solo rendendo legittimo tutto ciò che è scientificamente possibile, si ampliano le sfere di libertà e benessere. Se è legittimo avere un figlio e se è possibile averlo "bello, sano e magari uguale a..." non ha più senso creare barriere e distinzioni tra riproduzione sessuale, artificiale o genetica. Spetta al singolo scegliere il mezzo che la scienza gli mette a disposizione per raggiungere il proprio scopo.
Libertà equivale a potere. Più sono libero e più posso... Libertà e democrazia dovrebbero, quindi coincidere. In questo caso, tuttavia, le scelte soggettive assumono una forte connotazione politica, perché incidono sul modo di pensare l'identità umana e perché invertono la logica democrati-ca. Lo scienziato che pretende di clonare, violando tutte le misure di precauzione, forza l'opinione pubblica, per metterla di fronte al fatto compiuto. Non è un caso che l'annuncio del primo baby-clone sia opera di una setta (i Raeliani) e di un'impresa (Clonaid). La prima cerca pubblicità, la seconda utili. In caso e nell'altro, viene cancellato qualsiasi spazio "politico" di dibattito e di legittimazione delle decisioni. Era già avvenuta la stessa cosa il 13 ottobre 2001, quando Michael D. West, uno dei proprietari dell' Advanced Cell Technology importante azienda privata di biotecnologie del Massachussetts, aveva annunciato, a mero scopo scientifico senza alcun fine riproduttivo, la prima clonazione di un embrione umano. West, già fondatore di un altro gigante del biotech, la Geron Corporation, parlava al mercato, pensava agli utili di borsa, non si preoccupava minimamente del costo morale e sociale dell'impresa. Non se ne preoccupava perché non era suo compito. Figura emblematica di questi nuovi "scienziati-manager", a cui è affidato il nostro futuro, doveva, come manager, minimizzare i dubbi morali e massimizzare i guadagni. Come scienziato?
La risposta è che la scienza non si può fermare e l'unico modo per non fermarla è garantire i finanziamenti e i finanziamenti vengono dal mercato. Allora più sono ricco come manager e più sono in grado di fare lo scienziato. Un ragionamento del genere presuppone che scienza e mercato vadano alla stessa velocità, che i problemi dell'una siano quelli dell'altro, che i costi sociali dell'una siano quelli dell'altro.
Abbiano un singolare ripetersi di eventi e motivazioni.
Quando ha clonato il primo mammifero, la famosa Dolly, Ian Wilmut si è giustificato affermando: "se non l'avessimo fatto noi l'avrebbe fatto qualcun altro: la tecnologia era disponibile". Sono quasi le stesse parole di uno dei padri dell'atomica, Oppenheimer. "A mio parere quando si trova qualcosa che è tecnicamente seducente, si parte e lo si fa; ci si pone le domande su ciò che provocherà solo dopo aver ottenuto il successo tecnico".
Io ho l'impressione che, nel caso della clonazione, sarebbe meglio cambiare sistema e porre prima le domande. La vita non va sacralizzata, ma neppure banalizzata.
Solo prendendo la vita sul serio, si prende anche la democrazia sul serio. Qual è il limite che esiste tra una bioetica laica e una bioetica clinica, privata, consumistica?