scrivere di fava

  di federica puglisi  

 

Scrivere di Giuseppe Fava, scrivere di uno dei padri del giornalismo italiano di inchiesta non è una cosa semplice. Soprattutto se chi scrive è una sua concittadina, un’abitante di quel piccolo borgo, paese archeologico dell’entroterra siciliano che è Palazzolo Acreide. Sono passati ottant’anni dalla sua nascita. Avrebbe avuto 80 anni Pippo Fava e chissà cosa sarebbe stato capace di raccontarci ancora se non fosse accaduto nulla quella tragica sera del 5 gennaio, senza quei cinque colpi che fermarono la vita e la penna di un grande uomo di verità. Sfogliando le pagine di “Un anno”, la mia attenzione è stata catturata da un articolo intitolato “Delicatamente”. La sua brevità mi ha colpito. Risale al febbraio del 1983 e non porta alcuna firma, nessuno pseudonimo, nulla. Racconta di un incontro tra un vecchietto e un giovane signore dinanzi al golfo di Mazzarò. Entrambi ammiravano in silenzio il panorama quando il giovane disse al vecchio “lei è molto vecchio e non le resta molto tempo. Fra sei mesi o un anno potrà essere morto. Le dispiace, vero?”; il vecchietto stupito dall’incalzare di quella strana conversazione si limitava a sorridere pietosamente e a terrorizzarsi. Ma il giovane continuava con le sue constatazioni “Uno guarda questa bellezza…e pensa che ormai è vecchio, può morire da un momento all’altro”. Nessuna risposta. Solo qualche imprecazione del vecchio rimasto da solo a contemplare quel paesaggio.
Mi son chiesta cosa volesse significare questo racconto, cosa Fava volesse raccontarci, e inconsapevolmente me la sono data una risposta. Si sarà sentito un po’ quel giovane rompiscatole, e un po’ quel vecchio solo, a riflettere sul creato e su un’esistenza che in vecchiaia gli avrebbe permesso di fermarsi a contemplare le meraviglie della sua terra. A ottant’anni dalla sua nascita nessuna cerimonia nel suo paese natale, forse Palazzolo ha dimenticato, forse è un’eredità troppo grande quella lasciataci da Fava che nessuno si sente in grado di raccogliere.
Intanto visitando la sua tomba all’ingresso del cimitero monumentale della città acrense pochi fiori, appassiti, una foto, solo un’iscrizione, che molti di noi hanno letto, imparato a memoria, e provato a far propria: “A cosa serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare…..La Violenza”.