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L’estate del centrosinistra
si è fatta torrida dopo l’intervista al Corriere della Sera
del 4 agosto, nella quale Arturo Parisi ha parlato di questione morale
interna alla sinistra, criticando il sostegno al tentativo di Unipol
di acquisire la Banca Nazionale del Lavoro, e accusando in particolare
il partito dei DS di aver perso il senso del limite che separa la politica
e dall’economia.
L’ennesimo sfogo autolesionista dello schieramento? Probabilmente.
Bisogna tuttavia ammettere che da un po’ di tempo, in alcuni partiti
dell’Unione si è fatta strada la convinzione che il governo,
come pure l’amministrazione, passano necessariamente attraverso il
controllo concreto dell’economia e della finanza. Con il serio rischio
di scimmiottare Berlusconi nella pratica del conflitto di interessi. La
politica e l’economia hanno un confine spesso permeabile, soggetto
ad incursioni frequenti dell’una nel campo dell’altra e viceversa.
Ma proprio queste incursioni rendono il senso del limite, del confine.
Dalle vicende di questa estate, e non solo da quelle a dire il vero (ricordiamo
il caso Telecom-Colaninno durante il governo D'Alema), emerge la preoccupazione
che la politica tenda a farsi imprenditrice quanto l’economia tende
a governare la politica.
Già nella famosa intervista a Eugenio Scalari, pubblicata su La
Repubblica del 28 luglio del 1981, Enrico Berlinguer lanciava l’allarme
contro la trasformazione del ruolo dei partiti, con una definizione che è il
caso di riproporre.
“
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa
o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e
della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione
civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori,
talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e
i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene
comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata
su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni
che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto
federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e
dei "sotto-boss".”
Sono passati ormai 24 anni da quell’intervista, molti partiti di
allora non ci sono più e le vicende di tangentopoli, che Berlinguer
sembrava presagire, hanno sconvolto e ridefinito il quadro politico. Eppure
le parole di Berlinguer devono ancora oggi indurre ad una riflessione attenta.
Sempre più spesso le riunioni degli organismi dirigenti dei partiti,
quando vengono riuniti, seguono più le dinamiche dei consigli di
amministrazione aziendali che non di organismi politici in senso stretto.
La conflittualità interna sembra riprodurre più lo scontro
tra interessi di lobbies antagoniste che il contrasto tra visioni diverse
del mondo e della società.
Sono questioni che vanno ben al di là delle qualità morali
dei singoli dirigenti, che non si vuole mettere minimamente in dubbio.
E' la politica prigioniera di interessi di parte.
Persino Piero Fassino, l’onesto Fassino, farebbe bene a porsi seriamente
e senza pregiudizi la questione, ormai vitale anche per la sinistra italiana.
Proprio Fassino che nell’ultimo congresso Ds, dimenticando Togliatti
e Occhetto, ha citato tra i padri della sinistra italiana quel Craxi al
quale, senza voler riaprire giudizi frettolosi, va quantomeno addebitata
la trasformazione del glorioso partito socialista italiano, in un comitato
di interessi, con la liquidazione di ogni forma di democrazia partecipativa
al suo interno, prima della nota fine ingloriosa.
il
rapporto tra i partiti e la finanza
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