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Quando ammazzarono Giuseppe Fava,
non avevo ancora compiuto sei anni.
Troppo pochi per capire chi fosse, per sapere cosa diceva, cosa combatteva.
Ma certi uomini si incontrano ugualmente perché sono le loro idee
a venirti a cercare, sono le cose che hanno scritto che rimangono vive.
Così, ho conosciuto “Pippo” Fava, intorno ai dodici
anni, quando i miei genitori mi parlarono di lui e mi misero in mano le
copie originali de “ I Siciliani”. Ero ancora troppo piccolo
per capire la grandezza di quest’uomo.
Le notizie, le prime notizie che hai di Giuseppe Fava sono solo quelle
di “un giornalista ammazzato dalla Mafia”, ma solo crescendo
e approfondendo l’opera di Giuseppe Fava capii che non era solo un
giornalista dagli articoli scomodi; non furono certo i suoi articoli o
inchieste a procurargli quella condanna a morte.
Giuseppe Fava faceva paura ai mafiosi, faceva paura quel suo modo di scrivere,
quella sua capacità di organizzare il pensiero dei siciliani e pretendere
da loro una reazione. La sua produzione multiforme, i suoi scritti sarcastici,
la sua prosa tagliente la sua capacità di sentimento, di analisi
erano tutte armi affilate che facevano paura. La sua era una opposizione
intellettuale.
Quella sua ribellione ad una Sicilia rassegnata, scettica, faceva paura
ai mafiosi, come faceva paura anche quella sua capacità di riunire
giovani, insegnare loro a battersi con l’arma della parola.
Fava insegnava ad avere il coraggio di ribellarsi. Il messaggio che lanciò con
l’opera teatrale “La violenza” nel 1970 era molto chiaro;
se noi siciliani non reagiamo, se non combattiamo la mafia siamo tutti
invischiati in essa. Il non reagire, il soccombere silenziosamente è grave
quanto essere esecutori di atti mafiosi. La mafia aveva paura di Giuseppe
Fava , anche per la sua capacita di guardare lontano. Aveva questa capacità,
caratteristica che i nostri attuali intellettuali ( esistono ancora intellettuali
in Italia?) non hanno o non vogliono sfruttare. Era fra le poche voci ad
aver capito (o forse fra le poche ad avere il coraggio di dirlo) che la
mafia stava cambiando, che i mafiosi non erano gli esecutori, ma che i
mafiosi stavano altrove. ”I mafiosi veri stanno in ben altri luoghi,
in ben altre assemblee; i mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono ministri,
a volte sono banchieri, sono quelli ai vertici della Nazione”; questo
diceva mentre qualcuno faceva finta di non sentire, e qualcun’ altro
troppo ingenuo(davvero così ingenuo?) pensava che la mafia era solo
un problema siciliano e finché se ne stava in Sicilia non c’era
da preoccuparsene.
Il disegno che lui dava della mafia era completo, perfettamente consapevole
che gli intrecci tra i poteri mafiosi e alcuni apparati dello stato erano
sempre più forti sempre più mischiati negli affari economici
della Sicilia. Giuseppe Fava era un intellettuale che amava fare il giornalista,
non sono certo io a scoprirlo, a dimostrarlo sono tutti i suoi articoli,
tutte le sue opere teatrali, e tutti i riconoscimenti avuti: dal “Premio
Pirandello”, dove quell’anno riuscì a battere sia Moravia
che Sciascia, al riconoscimento internazionale ottenuto con il film “Palermo
oder Wolfsburg” dove vinse l’Orso d’Oro al festival di
Berlino nel 1980. La denuncia di Fava era dentro i suoi personaggi, nelle
loro vite, nelle cose che dicevano, in questi personaggi “vinti” che
non nascono dalla fantasia ma dall’attenta analisi della Sicilia,
dei siciliani.
Adesso mentre celebriamo l’ottantesimo anniversario della sua nascita,
siamo di fronte ad un bivio. O utilizziamo Fava soltanto alla scadenza
di celebrazioni come questa rischiando però che diventi solo un
cavallo cavalcato dai partiti politici durante la campagna elettorale o
noi come cittadini ci riappropriamo della sua figura e delle cose da lui
dette. L’insegnamento del nostro “Pippo” Fava deve essere
riproposto, nelle scuole, in tutti quei luoghi dove rischia di essere considerato
un semplice “giornalista ammazzato dalla mafia”, “Uno
che non si faceva gli affari suoi”, perdendo così il vero
messaggio che lui voleva farci arrivare. Giuseppe Fava faceva paura alla
mafia perché era il più grande intellettuale che la Sicilia
abbia avuto nel ‘900, noi abbiamo il compito di fare in modo che
lui continui a fare ancora paura. Pippo Fava ci ha insegnato a non aver
paura, a non stare zitti.
Mi chiedo se fosse ancora vivo cosa penserebbe di questa nostra Sicilia,
di questa nostra Italia. Cosa penserebbe e direbbe di noi siciliani, che
ancora vogliamo assicurare un futuro ai nostri figli cercando raccomandazioni
a destra e a manca, che ci facciamo svuotare le coscienze quando dietro
facili promesse votiamo ancora candidati dalle capacità discutibili
e dall’onestà dubbia. Cosa penserebbe di quei giornalisti
che rifiutano di essere liberi e che scrivono ciò che gli viene
detto, che fanno passare per notizia interessante la rottura di una tubatura
e i disagi che ne sono venuti agli abitanti del quartiere interessato;
cosa penserebbe? Cosa penserebbe di questo nostro stato che elargisce milioni
di euro ai nostri capitalisti falliti o che si preoccupa di evitare il
fallimento di squadre di calcio che per anni non hanno pagato le tasse,
mentre fare la spesa diventa sempre più costoso e le bollette sempre
più esose? Cosa direbbe di quei deputati della Regione Sicilia che
vedono la nostra assemblea regionale solo come “trampolino di lancio” per
poi andare a sedersi sulle poltrone romane, salvo poi ritornarci per prendere
voti? che cosa direbbe nel rileggere il suo articolo “Amico onorevole” e
vedere che non è cambiato niente oggi?
Io posso solo immaginarmelo, ma lui ci ha lasciato una domanda, attraverso
uno dei suoi personaggi, una domanda che noi oggi dobbiamo porci in continuazione: “Ma
quanto vale la vita di un uomo in questo paese?”.
Per una volta stabiliamolo noi quanto vale la vita di un uomo in Sicilia,
in Italia. Facciamo sapere alla mafia o a quei politici corrotti che non
lasciamo a nessuno stabilire quanto vale la nostra vita, ne che siamo disposti
a svenderla per paura, facciamo sapere che abbiamo ricevuto gli insegnamenti
di un grande uomo, di un uomo libero.
“chi
non si ribella al dolore umano, non è innocente”
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