la sinistra e il dubbio

  di michele accolla  

 

L’avevamo temuto. Il referendum del 12 e 13 giugno conteneva una serie di rischi che, regolarmente sottovalutati, hanno trascinato la sinistra in una sconfitta ben più grave di quanto non si tenda ad ammettere.
Su questo stesso giornale, già nel numero di marzo, avevamo invocato un clima sereno, che non radicalizzasse lo scontro e che permettesse a ciascuno di maturare la propria convinzione su una questione delicata che riguarda la coscienza di ognuno.
E invece, dopo qualche timido tentativo di dibattere le questioni nel merito, è stata subito campagna elettorale. Di quelle dure e radicali.
Le questioni sono subito diventate facili slogan: “quattro sì per la vita” o “la vita non si mette a voti”.
Ancora ci chiediamo quanto sia ragionevole che su questioni ancora aperte, che coinvolgono le convinzioni profonde di ciascuno, credente o non credente che sia, ci sia una posizione ufficiale dei partiti, addirittura di un intero schieramento politico.
Domenica 29 maggio l’Unità apriva la prima pagina titolando su cinque colonne: ”Referendum, 4 milioni di malati condannati dalla legge crudele”, scaricando su chi difendeva la legge 40 la responsabilità di negare ai malati di Parkinson e di Alzheimer la speranza che si possa trovare una soluzione alla loro malattia. Nemmeno un dubbio, nemmeno un cenno ai colossali interessi delle case farmaceutiche ed alla possibilità che la pressione sulla ricerca sulle staminali embrionali sia mossa anche dalle questioni che riguardano la brevettabilità del vivente.
E’ stato sorprendente osservare come tutti i partiti della sinistra italiana abbiano ritenuto di impegnarsi a testa bassa e con assoluta determinazione, senza se e senza ma, in quella che è stata definita “una battaglia di civiltà” contro “l’oscurantismo di chi vuole mettere limiti alla ricerca scientifica”.
La scienza, secondo molti, avrebbe una sua etica e non sarebbe lecito porre limiti alla ricerca, farlo sarebbe un tentativo oscurantista di fermare il progresso.
Ma crediamo davvero che il progresso possibile sia solo uno e che i nostri destini debbano essere affidati interamente alla scienza?
Non sarebbe stato lecito, laico, porsi qualche dubbio, aprire una discussione sul diritto alla maternità, sulla preselezione dell’embrione, seppure dettata da fini apparentemente nobili?
L’idea di una scienza con una propria capacità di porsi da sola i limiti, somiglia pericolosamente a quella di un mercato capace di autoregolarsi, tanto cara alle dottrine ultraliberiste della destra, e la responsabilità affidata solo dell’individuo, e la legge che non può e non deve invadere la sfera del privato.
Non crediamo sia oscurantista porsi qualche interrogativo ed esprimere qualche preoccupazione per il modello sociale di sfondo.
Ma che società è una società senza valori assoluti e condivisi, in cui la difesa dei valori è affidata unicamente alla responsabilità individuale di ciascuno?
In tanti ci saremmo aspettati una discussione su questi temi, un pensiero antagonista, seppure minoritario, da pezzi della galassia della sinistra.
Probabilmente l’esposizione della chiesa cattolica ha spinto la sinistra a premere l’acceleratore sul collante dell’anticlericalismo, cementando una posizione unitaria che ai più è apparsa materialista, scientista, piegata verso l’etica del soddisfacimento immediato del bisogno.
Ma si parlava della vita e della morte! Perché sorprendersi se la Chiesa cattolica è considerata dai cittadini più credibile e autorevole, su questi temi, di quanto non lo sia una politica logorata e confusa, rissosa e incoerente, nella migliore delle ipotesi attenta agli aspetti materiali ed economici?
Dov’è finita la sinistra dei valori?
E non c’è poi tanto da gloriarsi dell’essere stati compagni di viaggio, senza fare molto per differenziarsi, di chi ha querelato i presidenti Casini e Pera e il cardinale Ruini per presunti reati contro il Dpr del 30 marzo del '57, che vieta ai pubblici ufficiali di promuovere l'astensione al voto, reato per il quale è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni.
Il canadese Gregor Wolbring, uno dei leader del Social Forum, parla di “filosofia da fattoria degli animali“, ed ha sottolineato che «la comunità dei disabili sostiene che i test per malati e malformati incrementeranno il pregiudizio nei confronti delle persone etichettate come tali», e che «la distinzione tra selezione genetica (eugenetica negativa) e perfezionamento genetico (eugenetica positiva) è insostenibile».
Anita Ghai, attivista per i diritti dei disabili in India, protagonista del Social forum di Bombay 2004, a proposito della diagnosi genetica preimpianto, riferendosi a coloro che invocano un “mondo nuovo” e che sono favorevoli alla fabbrica del bambino sano, ha affermato: «Che tipo di mondo vogliono creare costoro? Uno senza posto per i disabili? In cui per noi sia preferibile morire piuttosto che essere di peso alla società?»
E’ possibile che niente di tutto questo abbia visibilmente attraversato il mondo della sinistra italiana?
A molti di noi ha fatto certamente impressione, in questa vicenda, sentirsi meglio rappresentati da Oriana Fallaci che dai leader della sinistra. Ma del resto, era stata lei a scrivere, trent’anni fa, ‘Lettera a un bambino mai nato’ uno dei libri che hanno segnato una generazione, che cominciava proprio con le parole: «Stanotte ho saputo che c' eri. Una goccia di vita scappata dal nulla …».
Non condividiamo quasi nulla della visione del mondo che propone oggi la Fallaci, ma indubbiamente la gran parte delle questioni che lei evidenzia meritano attenzione e soprattutto una risposta che sia figlia di una cultura di sinistra.
Già, la cultura di sinistra. Ed è forse proprio questo il punto. C’è oggi una cultura di sinistra attuale, capace di dare le risposte alle questioni aperte nella società complessa?
In questa vicenda è emersa ancora una volta, in tutta la sua drammaticità, l’incapacità della sinistra italiana di interpretare la società complessa di oggi, di leggere quello che c’è nella testa degli italiani. Non abbiamo, o almeno non riusciamo a rappresentarla, un’idea di modernità di sinistra: ci siamo rifugiati nella ricostruzione di uno scenario che parlava alla società degli anni 70. Ma sono passati trent’anni da allora. La società non è più quella di allora, la chiesa non è più quella di allora. Non ci stiamo sforzando abbastanza per elaborare un quadro valoriale capace di dare risposte alle questioni aperte nella società complessa di oggi. Un quadro in cui trovi posto il bisogno di spiritualità dell’uomo moderno. Piuttosto che liquidare la questione referendum con superficialità, e magari continuare ad affidarsi a pezzi di classe dirigente transfuga dallo schieramento avversario, e di corteggiare i Lombardo di turno, è urgente rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente per andare oltre il pragmatismo del buon governo.
Abbiamo bisogno di una nuova utopia, di un disegno di società più equo capace di farci sognare e sperare ragionevolmente di poter vivere tutti meglio: senza un progetto, non c’è proprio il senso stesso della politica.
Dobbiamo smetterla di discutere di contenitori e impegnarci per riempirli di contenuti.
Per fortuna non partiamo da zero. Ci sono in giro esperienze e testimonianze incoraggianti.
Lasciamo lavorare Prodi e mettiamoci tutti del nostro, anche se, è giusto sottolinearlo, di un nuovo Carlo Marx all’orizzonte non si vede nemmeno l’ombra.

i se, i ma, e la sinistra che non c'è