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L’avevamo temuto. Il referendum
del 12 e 13 giugno conteneva una serie di rischi che, regolarmente sottovalutati,
hanno trascinato la sinistra in una sconfitta ben più grave di
quanto non si tenda ad ammettere.
Su questo stesso giornale, già nel numero di marzo, avevamo invocato
un clima sereno, che non radicalizzasse lo scontro e che permettesse a
ciascuno di maturare la propria convinzione su una questione delicata che
riguarda la coscienza di ognuno.
E invece, dopo qualche timido tentativo di dibattere le questioni nel merito, è stata
subito campagna elettorale. Di quelle dure e radicali.
Le questioni sono subito diventate facili slogan: “quattro sì per
la vita” o “la vita non si mette a voti”.
Ancora ci chiediamo quanto sia ragionevole che su questioni ancora aperte,
che coinvolgono le convinzioni profonde di ciascuno, credente o non credente
che sia, ci sia una posizione ufficiale dei partiti, addirittura di un
intero schieramento politico.
Domenica 29 maggio l’Unità apriva la prima pagina titolando
su cinque colonne: ”Referendum, 4 milioni di malati condannati dalla
legge crudele”, scaricando su chi difendeva la legge 40 la responsabilità di
negare ai malati di Parkinson e di Alzheimer la speranza che si possa trovare
una soluzione alla loro malattia. Nemmeno un dubbio, nemmeno un cenno ai
colossali interessi delle case farmaceutiche ed alla possibilità che
la pressione sulla ricerca sulle staminali embrionali sia mossa anche dalle
questioni che riguardano la brevettabilità del vivente.
E’ stato sorprendente osservare come tutti i partiti della sinistra
italiana abbiano ritenuto di impegnarsi a testa bassa e con assoluta determinazione,
senza se e senza ma, in quella che è stata definita “una battaglia
di civiltà” contro “l’oscurantismo di chi vuole
mettere limiti alla ricerca scientifica”.
La scienza, secondo molti, avrebbe una sua etica e non sarebbe lecito porre
limiti alla ricerca, farlo sarebbe un tentativo oscurantista di fermare
il progresso.
Ma crediamo davvero che il progresso possibile sia solo uno e che i nostri
destini debbano essere affidati interamente alla scienza?
Non sarebbe stato lecito, laico, porsi qualche dubbio, aprire una discussione
sul diritto alla maternità, sulla preselezione dell’embrione,
seppure dettata da fini apparentemente nobili?
L’idea di una scienza con una propria capacità di porsi da
sola i limiti, somiglia pericolosamente a quella di un mercato capace di
autoregolarsi, tanto cara alle dottrine ultraliberiste della destra, e
la responsabilità affidata solo dell’individuo, e la legge
che non può e non deve invadere la sfera del privato.
Non crediamo sia oscurantista porsi qualche interrogativo ed esprimere
qualche preoccupazione per il modello sociale di sfondo.
Ma che società è una società senza valori assoluti
e condivisi, in cui la difesa dei valori è affidata unicamente alla
responsabilità individuale di ciascuno?
In tanti ci saremmo aspettati una discussione su questi temi, un pensiero
antagonista, seppure minoritario, da pezzi della galassia della sinistra.
Probabilmente l’esposizione della chiesa cattolica ha spinto la sinistra
a premere l’acceleratore sul collante dell’anticlericalismo,
cementando una posizione unitaria che ai più è apparsa materialista,
scientista, piegata verso l’etica del soddisfacimento immediato del
bisogno.
Ma si parlava della vita e della morte! Perché sorprendersi se la
Chiesa cattolica è considerata dai cittadini più credibile
e autorevole, su questi temi, di quanto non lo sia una politica logorata
e confusa, rissosa e incoerente, nella migliore delle ipotesi attenta agli
aspetti materiali ed economici?
Dov’è finita la sinistra dei valori?
E non c’è poi tanto da gloriarsi dell’essere stati compagni
di viaggio, senza fare molto per differenziarsi, di chi ha querelato i
presidenti Casini e Pera e il cardinale Ruini per presunti reati contro
il Dpr del 30 marzo del '57, che vieta ai pubblici ufficiali di promuovere
l'astensione al voto, reato per il quale è prevista la reclusione
da sei mesi a tre anni.
Il canadese Gregor Wolbring, uno dei leader del Social Forum, parla di “filosofia
da fattoria degli animali“, ed ha sottolineato che «la comunità dei
disabili sostiene che i test per malati e malformati incrementeranno il
pregiudizio nei confronti delle persone etichettate come tali», e
che «la distinzione tra selezione genetica (eugenetica negativa)
e perfezionamento genetico (eugenetica positiva) è insostenibile».
Anita Ghai, attivista per i diritti dei disabili in India, protagonista
del Social forum di Bombay 2004, a proposito della diagnosi genetica preimpianto,
riferendosi a coloro che invocano un “mondo nuovo” e che sono
favorevoli alla fabbrica del bambino sano, ha affermato: «Che tipo
di mondo vogliono creare costoro? Uno senza posto per i disabili? In cui
per noi sia preferibile morire piuttosto che essere di peso alla società?»
E’ possibile che niente di tutto questo abbia visibilmente attraversato
il mondo della sinistra italiana?
A molti di noi ha fatto certamente impressione, in questa vicenda, sentirsi
meglio rappresentati da Oriana Fallaci che dai leader della sinistra. Ma
del resto, era stata lei a scrivere, trent’anni fa, ‘Lettera
a un bambino mai nato’ uno dei libri che hanno segnato una generazione,
che cominciava proprio con le parole: «Stanotte ho saputo che c'
eri. Una goccia di vita scappata dal nulla …».
Non condividiamo quasi nulla della visione del mondo che propone oggi la
Fallaci, ma indubbiamente la gran parte delle questioni che lei evidenzia
meritano attenzione e soprattutto una risposta che sia figlia di una cultura
di sinistra.
Già, la cultura di sinistra. Ed è forse proprio questo il
punto. C’è oggi una cultura di sinistra attuale, capace di
dare le risposte alle questioni aperte nella società complessa?
In questa vicenda è emersa ancora una volta, in tutta la sua drammaticità,
l’incapacità della sinistra italiana di interpretare la società complessa
di oggi, di leggere quello che c’è nella testa degli italiani.
Non abbiamo, o almeno non riusciamo a rappresentarla, un’idea di
modernità di sinistra: ci siamo rifugiati nella ricostruzione di
uno scenario che parlava alla società degli anni 70. Ma sono passati
trent’anni da allora. La società non è più quella
di allora, la chiesa non è più quella di allora. Non ci stiamo
sforzando abbastanza per elaborare un quadro valoriale capace di dare risposte
alle questioni aperte nella società complessa di oggi. Un quadro
in cui trovi posto il bisogno di spiritualità dell’uomo moderno.
Piuttosto che liquidare la questione referendum con superficialità,
e magari continuare ad affidarsi a pezzi di classe dirigente transfuga
dallo schieramento avversario, e di corteggiare i Lombardo di turno, è urgente
rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente per andare oltre il pragmatismo
del buon governo.
Abbiamo bisogno di una nuova utopia, di un disegno di società più equo
capace di farci sognare e sperare ragionevolmente di poter vivere tutti
meglio: senza un progetto, non c’è proprio il senso stesso
della politica.
Dobbiamo smetterla di discutere di contenitori e impegnarci per riempirli
di contenuti.
Per fortuna non partiamo da zero. Ci sono in giro esperienze e testimonianze
incoraggianti.
Lasciamo lavorare Prodi e mettiamoci tutti del nostro, anche se, è giusto
sottolinearlo, di un nuovo Carlo Marx all’orizzonte non si vede nemmeno
l’ombra.
i
se, i ma, e la sinistra che non c'è
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